RACCONTARE LA SARDEGNA AL MONDO: IL PROGETTO “INSULA”


di Francesco Giorgioni

Se vado a cena alla tenuta Pilastru di Arzachena, certamente mi resteranno impressi i delicati filetti ottenuti dai bovini che pascolano in quell’azienda agrituristica. E vorrò saperne di più di come vengono allevati, della lavorazione della carne, dei tempi e dei modi;

Se m’inerpico fino a Genna Silana per fermarmi da “Babbai” e gustare un piatto di prosciutto di Urzulei, vorrò sapere come lo fanno e perché questo insaccato, al palato, mi emoziona esattamente come i Jamon iberici;

E voglio sapere anche perché la ricotta mustia e i casizolu di Sedilo danno dipendenza, oppure come fa Nicola Perra di Maracalagonis ad imbottigliare quelle piccole magie contenute in ciascuna bottiglia di birra Barley, perché l’olio d’oliva che Tore Dessena mi porta da Orosei valorizza ogni piatto senza alterarne il carattere.
Voglio anche sapere qual è il segreto dei carignani del Sulcis, quale beneficio trae il mio corpo dai polifenoli del Cannonau, cos’hanno di speciale i pecorini sardi se le loro proprietà antiossidanti sono sempre più spesso messe in relazione con la longevità della nostra Isola.

Ditemi perché nei mercati popolari di Londra non mancano mai i pomodori di Capoterra e cos’hanno di così inconfondibile i coltelli di Pattada.

E fatemi pure vedere com’è che si fanno tutte le nostre varietà di pane e tutto il ciclo del grano, ché una volta eravamo il granaio di Roma e oggi non sappiamo manco soddisfare la domanda interna.

Non è che voglio saperle solo io, queste cose. Voglio che le sappia mio figlio e sono convinto voglia conoscerle anche il turista che non si ferma alla spiaggia.

Tra non molto esisterà uno spazio fisico, in Sardegna, dove sarà dinamicamente esposta tutta questa concentrazione dei saperi.

Dove il formaggio, prima di essere servito, arriverà latte e subirà tutte le trasformazioni del ciclo, sotto gli occhi di chi volesse vedere e non si volesse rassegnare alla dispersione dei saperi.

Sarà lo stesso per le carni, per la pasta, per il pane, per i vini, in tutto per dieci filiere produttive. Una volta ottenuto il prodotto finito, lo si potrà consumare in uno spazio degustazione.

Questo spazio sta nascendo in un’area di 100 mila metri quadri ad Olbia, nei pressi del Consorzio industriale che ne è l’ispiratore e ha ricevuto il sostegno di Regione, Comune e Provincia. Lo spazio espositivo, articolato su due piani, sarà di circa 4000 metri quadri per ogni livello.

Per esteso, questo progetto si chiama “Piattaforma polifunzionale per lo sviluppo delle filiere produttive della Sardegna e la promozione dei territori”.

Ma la sua sigla, quelle con cui verrà ricordato, è “Insula”, dal nome delle abitazioni dei quartieri popolari dell’antica Roma, luoghi non solo residenziali ma soprattutto di produzione e in cui dispiegare i saperi.
Ieri Insula è stato raccontato a Olbia, alla presenza di tre assessori regionali e di un’adeguata rappresentanza di autorità e rappresentanti di aziende sarde.

Perché ho scritto “raccontato” e non “illustrato”?

Lo ha spiegato Massimo Masia, padre del progetto assieme al direttore del Consorzio Aldo Carta, nella sua efficace relazione: “Quel che sappiamo fare, raccontiamolo al mondo”.

Quel che non sarà possibile raccontare dal vivo, lo si racconterà attraverso documentari proiettati nelle sale eventi che, ogni settimana, ospiteranno confronti e seminari, in altre parole momenti di conoscenza.
Non basta sapere che i nostri porcetti arrosto sono buoni. Bisogna curare tutta la narrazione che sta attorno alle nostre specialità, bisogna spiegarle punto per punto perché le future generazioni se ne impadroniscano e il nostro potenziale nell’agroalimentare venga sviluppato appieno.

Ovviamente, “Insula” avrà un congruo spazio dedicato alla formazione, luoghi in cui le arti possano essere imparate. E poi ci sarà un’area per le start up, cioè dedicata alla nascita delle imprese che volessero far tesoro di queste culture.

Il tutto verrà poi trasmesso nei mercati internazionali tramite i canali web.

Viviamo in una Sardegna spopolata e che importa i 2/3 del cibo necessario a soddisfare il proprio fabbisogno alimentare, ma dove la qualità della vita potrebbe essere molto alta se sapessimo far tesoro delle risorse che la natura ci ha così generosamente regalato.

Siamo una Blue zone, da noi si vive di più e meglio che da altre parti.

Il vero indipendentismo, per come la vedo io, si realizza in questo modo, raccogliendo le forze e dimostrando che ce la possiamo fare da noi, puntando sulla proposta e sul fare, anziché sull’odio e su sterili vittimismi.
Qual è il primo pericolo che attenta al futuro di questo progetto?

Le rivalità tra le varie Sardegne, ovviamente.

Sentivo bisbigliare, durante il convegno: “Perché Olbia?”

Perché Olbia è il primo porto d’Italia per numero di passeggeri, perché ha l’aeroporto con i tassi di crescita più alti d’Europa, perché le crociere portano 220 mila passeggeri dall’anno provenienti da tutto il mondo.
Olbia è stata scelta perché può essere una vetrina privilegiata per tutti i saperi della Sardegna, non perché voglia sopravanzare altri territori.

“Insula” è un progetto di tutta la Sardegna, non di una parte della Sardegna.                                                                http://www.sardegnablogger.it/

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