SCOPRIAMO MATTEO LOCCI / GESUINO NEMUS: HA STREGATO LA GIURIA DEL PREMIO CAMPIELLO CON “LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE”

ph: Matteo Locci / Gesuino Nemus

di Claudia Pilia

Dopo quasi mezzo secolo Matteo Locci, 58enne originario di Jerzu ha deciso di tirare fuori la propria opera dal cassetto per donarla agli appassionati di lettura. Un’attesa che lo ha premiato, facendolo tornare “a casa” con due tra i riconoscimenti  più ambiti per gli scrittori italiani: il premio “Opera prima”della 54esima edizione del Premio Campiello e una finale al Premio Bancarella. Sulla copertina di “La teologia del cinghiale” però a comparire non è il suo vero nome. Lo scrittore esordiente, infatti, ha scelto l’eteronimo Gesuino Nemus, il nome del protagonista del libro, per firmare le proprie opere. “Un vezzo” che ha deciso di concedersi ispirandosi a Pessoa e che si concederà anche per il libro che uscirà a breve, dal titolo “I bambini sardi non piangono mai”.

Ma cosa ha spinto Matteo Locci a riaprire il cassetto e a tirare fuori i suoi scritti per regalarli ai lettori dopo tanti anni?  Mi hanno aiutato molto proprio “I bambini sardi che non piangono mai”.  Quelli che davanti alle traversie della vita trovano la forza di combattere, di sorridere lo stesso, di non scagliarsi contro Dio o il destino ma, fino all’ultimo respiro, cercano di arginare, con la propria volontà, le angherie e le solitudini che il fiume in piena del Pardu, talvolta, ti riserva.  Un grande, enorme dolore, mi stava piegando a neanche 56 anni. Ma ci sono tre cose: la prima è che sono ogliastrino; non bastasse questo, sono pure di Jerzu; la terza è che io il Pardu lo conosco bene. E, allora, mi sono detto che avrei dovuto fare come i contadini che vedevo da bambino alle prese con le grandinate di agosto che distruggevano il cannonau pronto alla vendemmia: nessuna bestemmia, ma subito sotto a pensare al prossimo anno. E ho preso tutto quello che in 47 anni avevo scritto, giorno dopo giorno, senza mai far leggere niente a nessuno. Tutta la mia “vera” vita era lì, scritta in Bodoni corpo 12. Ho solo fatto ordine nei miei sogni e alla fine… Non ce l’ha fatta, il Pardu, a spezzarmi. Non sapeva che io sono “un vero bambino sardo”. E, almeno per stavolta, ho vinto io!

Quanto di autobiografico c’è nel suo libro? Diciamo che la quota di autobiografia è quella giusta. Né tanta né poca. Ma chiunque l’abbia letto si è ritrovato subito nei luoghi e nei personaggi, pur con nomi travisati.

Quando ha iniziato a scrivere era solo un bimbo. Lo scrittore di allora è lo stesso di oggi? Sì. Era il 14 maggio del 1970, quando scrissi l’incipit con la filastrocca. Quella prima pagina è rimasta quasi intatta. Compivo 12 anni. Ero alquanto precoce, diciamo. Sono rimasto tale e quale, almeno nel poco cervello che mi è rimasto, ed è questo, probabilmente, il segreto del romanzo, in generale. Far sembrare il tempo come un tutt’uno senza inizio né fine: circolare direi. Se solo avessi buttato via anche una sola paginetta di tutto quello che avevo scritto in “bella e ornata grafia”, non sarei qui a rispondere alle tue domande. Il tempo s’è accumulato e lo stile è cambiato spontaneamente, seguendo la normale evoluzione di un bambino che diventa uomo. Ed è per quello che molte parti sembrano scritte proprio da un ragazzino o, più avanti, da un mentecatto. Da quello che tutti gli editor del mondo considerano un errore madornale è nata, invece, la “Teologia del Cinghiale”. La serendipità ha fatto il suo corso. In questo caso, però, la casualità ha nomi ben precisi. Loretta Santini, mia direttrice Elliot e Samantha Bruzzone, mia meravigliosa editor, hanno “preteso” che io “non” toccassi neanche una parola, per esempio, dei dialoghi in sardo. Non ho mai visto un rispetto così per la Nostra Lingua, neanche tra i sardi. Tenuto conto che una è romana e l’altra pisana… insomma… mi sembra una cosa meravigliosa.

Cosa prova in questo momento? Un’emozione fortissima. Risentire vecchi amici, ricevere i pubblici complimenti dai miei compaesani sul loro profilo Facebook (che io non ho) sono felicità intime e private che non hanno prezzo. L’ultima, proprio, poco tempo fa. Sapere che Ilario Carta, mio compagno di squadra nell’Armando Picchi (ma io ero veramente scarso) era diventato anch’egli uno scrittore con il suo bellissimo “I giardini di Leverkusen”, pubblicato tra l’altro prima del mio, mi ha dato una grande gioia. Io provo sempre ammirazione per l’altrui talento. Mi spiace averlo saputo tardi. Ma rimedierò. Leggetelo quel libro: è bellissimo e si ride pure!

Idee per il futuro? Giuro che l’unica che ho in questo momento è quella di tornare a Jerzu a festeggiare con le persone che mi sono care. Ma farò solo lo scrittore. Un privilegio che mi sono conquistato con molta fatica. Molto più di quello che do a vedere, tanto che tornerò e trasferirò lì la mia residenza. Non è più il momento di peregrinare per il pianeta. Salutiamo Milano, Parigi e New York. Ho già dato. Ora è il momento di tornare, proprio mentre tutti sognano di scappare. Voglio morire nell’ unico posto al mondo che io abbia mai amato: quello dove sono nato. E ricomprerò quella stanzetta miserrima, in via Cavour, che mi ha visto nascere: 20 metri quadrati senza acqua, bagno, luce né gas. E scriverò lì dentro le cose più sincere del mondo. Ora, posso permettermelo…

Lei ha scelto di non scrivere le dediche, ma noi sappiamo che ogni libro ha un destinatario speciale. Qual è il suo?   È arrivato il momento di svelarlo: il libro è dedicato mio padre che se n’è andato senza che io trovassi il coraggio di dirgli quanto l’abbia amato, pur essendo lui analfabeta e avendo fatto il servo pastore dall’età di otto anni. Mai si è permesso di picchiarmi o essere violento a parole. Mai. Un grande uomo che ricorderò nel prossimo libro in uscita il prossimo 23 giugno. 

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