“LA MIA VITA IN MAGISTRATURA” DI ETTORE ANGIONI: UN LIBRO DI DIRITTURA MORALE IN AMBITO GIUDIZIARIO

ph: Ettore Angioni

di Massimo Carta

Dare un giudizio equilibrato su un Magistrato, dello spessore qual è stato (ed è tuttora) Ettore Angioni, resta sempre difficile. Tuttavia, poiché a favorirne l’occasione è stato il suo libro “La mia vita in Magistratura” appare ghiotta l’opportunità, tanto più perché il libro diventa un invito a guardare con minori preconcetti questi uomini, talvolta considerati “fuori dal mondo”, pur vivendo anch’essi la medesima quotidianità degli altri. “La mia vita in Magistratura”, forse, non è speculare rispetto al ruolo svolto da questo “Amministratore della Giustizia”, anche se, occorre riconoscere, Ettore Angioni ha rappresentato un’epoca della Magistratura sarda. Certo, cinquant’anni di militanza nel ruolo di Giudice sulla parte più debole della società devono essere stati gravosi e, assai spesso, carichi di scrupoli da cui nessuno è esente. Ma il fatto stesso che Ettore Angioni, ormai più rilassato perché in quiescenza sia pure solo professionalmente, abbia trovato tempo e coraggio di “raccontarsi” per quel suo ruolo svolto in mezzo secolo di attività di Giudice, lascia trasparire ancora una riserva di sensibilità che l’ha sempre caratterizzato negli anni di professione. Sensibilità che non può essere rispolverata per l’occasione o nel nuovo frangente, ma dote umana che ha sempre accompagnato l’Ettore Angioni “uomo”, “Giudice”, “Marito-Padre-Cittadino” in una Sardegna non sempre al meglio del merito o dei diritti.   

“La mia vita in Magistratura” può essere considerato un libro autobiografico. Cosa ha inteso privilegiare: l’uomo o il ruolo di magistrato? Il mio volume è sicuramente un libro autobiografico, giacché racchiude diversi episodi e fatti da me personalmente vissuti nell’arco di 50 anni trascorsi in magistratura. L’uomo ed il magistrato sono un tutt’uno, giacché un buon magistrato deve essere un uomo semplice, non altezzoso ma consapevole della delicatezza del ruolo che ricopre, pienamente calato nella realtà in cui vive e non rinchiuso in una “turris eburnea”.

Poiché dal libro non traspare: si riconosce nella Magistratura odierna? Nella magistratura odierna vedo purtroppo una certa dose di protagonismo, un desiderio smodato di mettersi in mostra da parte di taluno e il servirsi del ruolo, quasi fosse un palcoscenico, per “gettarsi” poi in politica; anche se poi in sostanza la maggior parte dei magistrati lavora ancora in silenzio e al di fuori dalla ribalta.

Nei suoi cinquant’anni in Magistratura, quali sono stati i punti di forza che l’hanno spinta ad andare avanti? E’ mai entrato in crisi col suo ruolo di magistrato? Ho scelto di fare il magistrato per passione, un sentimento quest’ultimo che non mi ha mai abbandonato e che mi ha consentito di superare anche i momenti difficili che ho attraversato.

Le sue amicizie e la famiglia? La famiglia è stata per me fondamentale. Mio Padre, anch’egli magistrato, è stato un preciso punto di riferimento per il mio cinquantennale percorso giudiziario, mia moglie mi è stata sempre vicina, specie nei momenti di maggiore difficoltà e mie figlie, una delle quali è divenuta anch’essa magistrato, hanno seguito la strada dell’onestà e dell’equilibrio che ho tentato di tracciare. Importanti sono stati e sono tuttora per me anche gli amici, quasi tutti peraltro al di fuori dall’ambiente giudiziario, coi quali trascorro piacevolmente ed in sintonia di intendimenti i momenti di relax.

Lei può essere considerato un “profeta in patria” perché ha operato in Sardegna anche nei momenti più caldi di tangentopoli e del banditismo. Qual è il ricordo più vivo della sua lunga carriera? Ho avuto la fortuna di svolgere tutto il mio lungo percorso giudiziario sempre nella mia amatissima Sardegna e i ricordi più vivi della mia attività sono tanti, dall’inizio del mio percorso nella Pretura di Isili a contatto con un ambiente semplice, ma affascinante, ai sedici anni trascorsi nella Procura della Repubblica ad interessarmi di criminalità organizzata, seguendo come pubblico ministero il processo della “Anonima Sequestri” Sarda, sicuramente il più importante, delicato ed impegnativo che mai sia stato celebrato in Sardegna, per giungere poi all’esperienza, del pari importantissima e coinvolgente di magistrato minorile e per concludere infine, con orgoglio e grande soddisfazione, all’incarico di vertice della magistratura requirente sarda.

Cosa ha rappresentato la pubblicazione di “La mia vita in Magistratura”? La pubblicazione del volume non vuole assolutamente avere il significato di una autocelebrazione, ma mi piacerebbe che venisse interpretata come un messaggio rivolto ai giovani anzitutto e quindi un invito alla fiducia per i tanti cittadini o ancor meglio per le  tante persone semplici che abbiano occasione di imbattersi nella “Giustizia”.

Ci sono state delle persone che l’hanno aiutata? Tante sono le persone cui debbo un grazie sentito, a cominciare da mio Padre per finire poi coi grandi più anziani colleghi, come Francesco Coco e Giuseppe Villa Santa, che mi piace considerare dei veri maestri.

Ora che è pensione, come trascorre il tempo? Pur sentendomi sempre un magistrato, vivo in piena serenità il periodo della pensione, accompagnato dalla passione per lo scrivere, per la lettura e per lo studio, specie della storia della mia Sardegna e della mia amatissima città di Cagliari. Sovente vengo invitato a tenere delle conferenze. specie su argomenti di carattere storico (“Gramsci e la Sardegna”. “Garibaldi e la Sardegna”, “Una passeggiata nella Cagliari di fine Ottocento”, “La poesia di Trilussa”, “Aneddotica sui sequestri di persona”, “Storia e caratteristiche della criminalità sarda”, tanto per citarne qualcuna!).

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