DA SINDIA ALLA “FINE DEL MONDO”: QUASI CENT’ANNI DI EMIGRAZIONE SARDA IN ARGENTINA PER LA FAMIGLIA DI ELISA MARVAL

ph: Elisa Marval

di Margaret Caddeo

Cuentan que Ulises, harto de prodigios, lloró de amor al divisar su Itaca verde y humilde. El arte es esa Itaca de verde eternidad, no de prodigios. Jorge Luis Borges, Arte Poética

l'articolo è gentilmente concesso dall'autrice che lo ha pubblicato nel libro SARDI D'ARGENTINA

Mia mamma aveva cinque anni e nonna era incinta, partorì sulla nave nel porto di Genova poco prima della partenza, era il 4 novembre 1920. Il piroscafo era il Tommaso di Savoia, mamma e nonna mi raccontarono più volte di quel viaggio in terza classe: tante persone ammassate, mandavano i più piccoli a cercare qualcosa da mangiare, si dormiva male, ci si ammalava. Arrivarono nel porto di Rosario il 26 febbraio, credo che ad aspettarli ci fossero impiegati della Repubblica Argentina con il compito di capire le capacità lavorative degli uomini e inviarli a fare il lavoro che meglio conoscevano. I miei nonni vennero mandati a Rosario a lavorare la terra, nonna faceva il mangiare per tutti gli agricoltori del grande campo. La comunità sarda era compatta, ci si riuniva, si raccontava la Sardegna e le sue storie, si piangeva, si cantava, si ballava. Dopo qualche anno i miei nonni si spostarono a Mar del Plata, dove vivevano già numerosi sardi. Penso che cercassero un luogo simile alla terra d’origine, perché Mar del Plata non ha monti ma ha un paesaggio molto simile a quello sardo. Sono cresciuta tra i canti sardi, i racconti, e fra gente umile che stava insieme bevendo the da grandi boccali. Vivevo con i miei nonni, in casa si parlava solo dialetto sardo. Gli immigrati fecero ricco questo paese, dicevano “andiamo in Argentina a fare l’America”, e la fecero, lavorarono tantissimo. Mio nonno si alzava alle cinque del mattino, nonna gli preparava un fagotto contenente un grande flauton, che era un pane che lei stessa impastava, qualche peperoncino e un quarto di vino, poi lui sulla sua bicicletta andava al lavoro fino al porto, distante cinquanta quadras, circa cinque chilometri. Alle cinque della sera rientrava, cenava, e si metteva a letto. Freddo, caldo, pioggia, mai mancò dal lavoro. Ho l’immagine fantastica registrata nella memoria di dozzine di biciclette nell’Avenida Colon che rientravano dal porto”.

Nell’appartamento un girotondo di riconoscimenti, premi e fotografie di una carriera teatrale lunga sessant’anni, iniziata fra le mura di una stanza quando suo nonno le insegnava poesie, canzoni e balli. Era ancora una bambina, Adelina Elisa Spezza, ma già quel nonno vedeva l’attrice che diventò più tardi assumendo il nome d’arte Elisa Marval. “Mi incantava stare con lui, era un’artista. Di lavoro faceva lo scalpellino, tagliava la pietra che si usava per rivestire le case tipiche della città, ma quando poteva ne prendeva un blocco e ne faceva scultura. Amava anche scrivere poesie, in spagnolo e in sardo”.

Sebastiano Soro nasce a Sindia nel 1884. La miseria del primo dopoguerra lo portò in Argentina, partì con moglie, Caterina Durìo, la figlia Giuseppina, e un figlio nato per mare. Aveva trentasei anni e una mamma che vendette quasi tutto quello che possedeva per poter inviare il figlio verso una vita più buona, anche se significava sapere di non rivederlo mai più. Ma nel dopoguerra vendere significava quasi regalare e i pochi soldi ricavati Caterina li nascose bene nella tasca interna fra le pieghe delle quattro o cinque gonne indossate. Giuseppina in questa terra diventa Josephina, cresce ed è a Mar del Plata che conosce Domenico Spezza, uomo di origini abruzzesi, anche lui scalpellino ma con una vocazione espressa sulle strade, quella dell’attore. In Argentina si chiama teatro callejero, la rappresentazione teatrale sulla strada, in un’epoca in cui costituiva una fra le prime fonti di informazione. Uscire sulla strada non solo per percorrerla; permanere nello spazio pubblico poteva essere dichiarazione di principi, spesso un atto politico. Domenico era un anarchico, nelle sue rappresentazioni manifestava le proprie idee, per questo spesso veniva controllato e interrogato dalla polizia.

Mio padre aveva una caratteristica tipica degli anarchici: non portava mai denaro; le cose che comprava le scambiava con la verdura prodotta in un pezzo di terra prestata dove coltivava di tutto. L’unico con cui non riuscì mai a fare scambio fu il macellaio, e questo fatto spesso ci divertiva. Un involto di bietola nella bicicletta e andava al porto a scambiarla con pescato, e così via”.

Vivevano in una cosiddetta casa chorizo. Il chorizo in Argentina è la più nota salsiccia; si chiamavano così le abitazioni che si sviluppavano in lunghezza e che ospitavano un numeroso nucleo familiare: genitori, figli, zii, nipoti, ogni famiglia aveva la propria stanza in cui dormire, mentre la cucina era condivisa. Ogni stanza stava sul lato di un lungo andito che terminava con la cucina, l’altro lato era aperto e si affacciava su un piccolo cortile spesso coltivato a vite, la quale poteva formare un porticato e quindi riparare da sole e soprattutto dal vento costante in questa città. Cresceva la famiglia e cresceva la casa. Elisa ricorda un lungo tavolo con oltre venti persone intorno. “Lindos recuerdos” dice, bei ricordi. Ma racconta della povertà della famiglia, non negli alimenti, che in parte producevano nell’orto, ma in tutte le altre cose. Andava a scuola senza scarpe, o con gli stessi zoccoli tutto l’anno; la nonna tesseva le calze, e i vestiti erano sempre già usati da qualcuno più grande. Mai poterono comprarle un libro per studiare e il momento dell’apprendimento coincideva con quello dell’ascolto della maestra oppure leggendo i giornali raccolti per strada. Per questo motivo crede che si sia sviluppata in lei una imperiosa necessità di sapere, leggere, imparare. “Quando avevo tredici anni insieme a un’amica iniziai a frequentare una scuola che riceveva bambini con inclinazioni artistiche; non potevamo dirlo in casa, non ci avrebbero mandate, ma con una scusa o un’altra frequentai per due anni, finché arrivò in città una compagnia teatrale di Buenos Aires, diretta da Osvaldo Carmona. Fecero un provino e io venni scelta. Lavorai per anni in questa compagnia, mi formai. In casa non potei nasconderlo, quasi mi ammazzarono! Per una donna fare l’attrice in quegli anni era denigrante, soprattutto nella ideologia della comunità italiana, eri considerata di facili costumi, fu molto difficile per me andare avanti. Mamma mi accettò come attrice solo dopo i primi riconoscimenti”.

Racconta della educazione rigorosa in famiglia, del rapporto formale con i genitori, dell’aver sempre dato e ricevuto del “voi”. Anni difficili per l’affermazione artistica di una donna ma la sorte le aveva dato un nonno, nato nell’entroterra di una piccola isola del Mediterraneo, con lunghe vedute e che desiderò per lei quello che la società, per qualche singola circostanza trasformata in unica realtà, censurava. La crescita professionale la portò a interpretare sulla scena la moglie di Osvaldo Carmona; dopo qualche anno il salto nella realtà fu breve, si sposarono ed ebbero due figli. Mi mostra l’immagine del marito in una fotografia di quelle che si davano firmate ai fans, era un uomo bellissimo. Elisa decide di lasciare la scena per dedicarsi ai figli, erano gli anni Cinquanta, della Rivoluzione in Argentina, della caduta di Perón, ma sapeva che era una fase, dentro di sé sentiva sempre una pretesa da riportare sul palco. E così fu, riprese e mai lasciò, iniziando dopo qualche anno a scrivere lei stessa le opere, per ognuna prima mesi sui fogli poi mesi sui palchi. Elisa scrive opere nelle quali l’umorismo è un filtro sottile dove passano messaggi delicati. Per la sua carriera compare nel libro Donne abruzzesi nel mondo, in relazione alle sue origini paterne, e il Governo Italiano le ha conferito la medaglia d’oro e il Diploma di merito per la sua attività artistica. Resta un suo sogno per lei conoscere l’Abruzzo. Nel 1991 viene per la prima volta in Sardegna. “Volevo sapere dove era nata mia nonna, e poi mamma, dove andavano a prendere l’acqua, dove erano state battezzate. Conobbi molta gente e mi resi conto del carattere sardo, silenzioso e forte. Io ho questo carattere. Penso sia ancestrale, i sardi sempre sono sempre stati occupati da invasori ma mai vinti. Mi ritrovo in questo, non mi vince l’inconveniente, e i miei figli sono uguali. Credo che questo sia sangue, i geni. Quando mi arrabbio mia figlia mi dice ‘sa razza!’ ”.

È la razza che Elisa vuole riscoprire raccogliendo immagini e parole, percorrendo l’isola e realizzando un audiovisivo che intitolerà “De piedra y agua”, di pietra e acqua, come lei vede i sardi. Di pietra per il carattere forte, di acqua per le lacrime che scendono facili durante una emozione. La stessa che prova lei davanti al paesaggio sardo, dice “una hermosura impresionante”, una bellezza impressionante. Racconta della gente sàvia, rispettosa, educata, e di quella famiglia di Sindia diventata di suoi parenti, incerti purtroppo, per un cognome leggermente diverso, forse letto e poi trascritto male in tanti anni di documenti fra mani di idioma diverso. Tuttavia questa incertezza non ha ostacolato un rapporto scambiato costantemente in una distanza di quattordicimila chilometri, forse per quel bisogno inesorabile di radici che àncorano. Prima di lasciare l’isola Elisa prende il treno verde e attraversa la Sardegna, Stendhal scrisse che in solitudine si può acquisire qualsiasi cosa. “Non mi dimenticherò mai quel viaggio, ‘yo solita con mi alma’ (io sola con la mia anima)”. Sarà stato, forse, lo stesso stato d’animo che sente sul palco, quando dice che abbassa la persiana, entra nella parte e non esiste più il pubblico, divertito o pensante. Sono centinaia gli attori che ogni sera a Mar del Plata camminano su un palco e disegnano realtà, in ognuno degli oltre trenta teatri, producendo quelle che sono state oltre centocinquanta opere solo nell’ultima stagione. Un dato altissimo se si pensa che in tutto il mondo l’Argentina con Buenos Aires, Rosario e Mar del Plata viene subito dopo il primato di New York come numero di spettacoli. Nelle strade del centro molti attori fanno un’anteprima per stimolare la gente a entrare a teatro dove si può scegliere se perdersi in quell’intreccio di linee immaginarie che spesso forniscono preziose opportunità di viaggio ideale. Ogni anno un importantissimo premio, la Estrella de Mar, conferito alle migliori opere e ai migliori attori in una moltitudine di talenti; Elisa viene nominata diverse volte e le vengono assegnate ben due Estrella de Mar in due anni diversi. Numerosi i premi in vari festival di teatro. È stata appena nominata giurato onorario di un altro importante premio conferito ai migliori attrici e attori, il Premio Alfonsina, in omaggio alla poetessa Alfonsina Storni, una delle grandi personalità vissute in questa città. Tutto nacque dentro le mura di una stanza di Mar del Plata, recitando con un nonno nato a Sindia nel 1884.

7 risposte a “DA SINDIA ALLA “FINE DEL MONDO”: QUASI CENT’ANNI DI EMIGRAZIONE SARDA IN ARGENTINA PER LA FAMIGLIA DI ELISA MARVAL”

  1. Soy Elisa Marval, y me llena profundamente de emocion esta biografia que han publicado….Gracias a Margaret Caddeo amiga incondicional.
    En estos momentos de encuentro transmitiendo por radio un programa titulado “FARELAMERICA” dedicado integramente a familias italianas que emigraron a nuestro país..Son relatos llenos de emocion, y de todo aquello que les tocó vivir a los inmigrantes.
    Esta saliendo todos los dias viernes por http://WWW.IBEROAMERICA.TK a las 16.30. hs.argentina.
    Con uno de esos relatos dedicados a la Sardegna me fue entregado el PREMIO NACIONAL “FARO DE ORO”, por con siderarlo HISTORICO-CULTURAL…
    Proximamente presentare mi documental DE PIEDRA Y AGUA .Cerdeña una tierra misteriosa.
    Como ven no olvido mis antepasados, llevo a la Sardeña en mi alma y en mi sangre….
    Elisa Marval

  2. Conosco Elisa, per aver soggiornato a Sindia tante volte. Nel leggere l’articolo ho notato un errore, la mamma si chiamava Caterina Del Rio non Durio.Come storia e bellissima, racconta, la vita dei nostri emigranti per sfuggire alle miserie dell’Italia del dopo guerra.Saluto Elisa di vero cuore.

  3. Cara Elisa, emozionante la tua storia, niente di piu carini e belli questi ricordi, io arrivo in questa terra nel 1955, per ragioni di vita continuo in Argentina, mi sento molto vicino si tuoi.
    FORZA PARIS !! AJOOOOO !!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *