L’AUTRICE DELLA CARTA DE LOGU: LA SAGGEZZA DELLA “GIUDICESSA” ELEONORA D’ARBOREA


A rendere realtà il sogno e a concretizzare la voglia di libertà e di affrancamento della Sardegna dalle antiche dominazioni, fu una donna, regina, stratega e «giudicessa», Eleonora d’Arborea. Intorno al XIV secolo, detto periodo «Giudicale», la Sardegna dei profondi silenzi era divisa in quattro regioni denominate «regni» o «giudicati» perché amministrate da un giudice nominato dall’imperatore bizantino dell’epoca: erano Arborea, Cagliari, Torres e Gallura che, a loro volta, erano suddivisi in «curatorie» (ognuno delle quali era costituita da un certo numero di «ville» (villaggi o parrocchie). Era la fine del 1300 quando Eleonora D’Arborea, nobildonna esile nella corporatura quanto energica, vigorosa e risoluta nel carattere, con le doti di un’amazzone, in un’isola che era stata esarcato d’Africa, si rese protagonista di una meticolosa azione politica riformatrice dedicata alla sua terra e alla sua gente. Una «domina» sarda, sposa fedele affezionata al suo uomo, madre gelosa come una tigre, fiera e appassionata, indomita cavallerizza con la naturale propensione all’uso delle armi, occhi lucenti e sguardo deciso in un volto misterioso, in parte fasciato da un velo nero, dalle immagini ingiallite dai secoli ci appare come una femmina fuori dal comune. Forte delle sue doti e del suo sapere di donna, tracciò alle soglie del Risorgimento la strada di una consapevole ribellione tra acquisizione sapiente di responsabilità e impronta di modernità, allora mai viste, che le valse il paragone con Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orléans. Una favolosa storia quella della «giudicessa» Eleonora legata alla sua «Carta de Logu» (“su logu” era il territorio dove le leggi avevano validità), considerata uno dei primi esempi di costituzione al mondo, baluardo unico nell’Europa del ‘400 della fiera capacità di un popolo di autogestirsi e aggregare con la sua forza propulsiva e la politica di conquista i tre stati con istanze indipendentiste contro il disagio provocato dal dominio Catalano-Aragonese, proponendosi di costruire per la prima volta nella storia dell’isola una nazione tutta sarda sotto l’albero deradicato, cioè lo stemma arborense. I Catalani, che succedettero agli Aragonesi nel dominio della Sardegna, resero omaggio alla legislatrice, estendendo la giurisdizione in cui era applicata la Carta de Logu a tutta l’isola, conservandola in vigore per secoli, fino alla sostituzione con il Codice di Carlo Felice (il 16 aprile 1827). Il significato simbolico attribuito alla figura di Eleonora è principalmente focalizzato sulla durata del suo Giudicato, ultimo a essere ceduto a regnanti esterni all’isola: la sovrana fu infatti l’ultima reggente di uno stato sardo autoctono, in quanto il Regno di Sardegna, malgrado la denominazione, aveva una sede «de facto» al di fuori dell’isola. Guerriera e legislatrice, quella che da tutti è ricordata come la «giudicessa», nacque in Catalogna intorno al 1340 da Mariano de Bas–Serra e da Timbra di Roccabertì ed ebbe due fratelli, Ugone e Beatrice. La sua vita si svolse e riguardò la Sardegna dove nel 1347 il padre Mariano venne nominato giudice dalla Corona de Logu, assemblea dei notabili, prelati e funzionari delle città e dei villaggi dell’isola. Il casato d’Arborea, il cui potere si estendeva su un terzo della Sardegna, era diventato per la gente del luogo l’unica difesa contro il dominio degli stranieri. Trascorse gli anni della giovinezza a Oristano, fino al matrimonio con Brancaleone Doria, del celebre casato genovese, con cui andò a vivere a Castelgenovese (l’attuale Castelsardo), dove nacquero i figli Federico e Mariano. Il suo matrimonio rientrava nel disegno di un’alleanza tra gli Arborea e i Doria, che già controllavano vasti territori della Sardegna in funzione antiaragonese. Intorno al 1380, però, i genitori e il fratello di Eleonora, Ugone e la figlia Benedetta, furono assassinati da sicari assoldati dagli Aragonesi. Per ottenere il riconoscimento del proprio figlio Federico quale legittimo successore al trono di Arborea, Eleonora inviò il marito Brancaleone a trattare direttamente della questione con il re d’Aragona, mentre lei scrisse alla regina chiedendo comprensione «materna». Il re aveva però ben altri progetti e Brancaleone venne trattenuto con un pretesto e fatto ostaggio. Eleonora non ci pensò due volte e iniziò la sua «battaglia» decidendo di continuare la politica paterna, ispirata da un forte senso di indipendenza, organizzando intorno a sé le varie popolazioni dell’isola. Si autoproclamò Giudicessa d’Arborea, facendo leva sul diritto di piena sovranità nel proprio territorio grazie all’antico diritto sardo che, al contrario di quello aragonese, riconosceva l’accesso al trono paterno o fraterno delle donne. S’insediò nel trono di Arborea, territorio che comprendeva l’attuale provincia di Oristano e parti considerevoli di quelle confinanti per una superficie di circa 5000 kmq. e iniziò con grande determinazione il riordino e l’espansione del Giudicato: punì gli assassini del fratello Ugone, stipulò un accordo di pace con gli Aragonesi e ottenne la liberazione del marito. Divenne così una protagonista indiscussa della sua terra, fine e sapiente legislatrice grazie alla precisa visione delle complesse condizioni sociali ed economiche del suo popolo che condusse con determinazione attraverso una lunga guerra di armi e intrighi di corte. Scrive lo storico sardo Camillo Bellieni nel suo libro «Eleonora d’Arborea»: «…in lei la semplicità della madre di famiglia patriarcale, occupata nelle ordinarie faccende domestiche; ma al tempo stesso l’aspetto severo della domina che in caso di morte o di assenza del marito, tiene in pugno la familia; e, dalla fosca e alta sedia di quercia scolpita, riceve l’omaggio dei figli che si piegano alla sua autorità, delle serve che l’hanno sempre conosciuta assoluta padrona, dei pastori e contadini che vedono nel suo volto la stessa energia e risolutezza del consorte scomparso o lontano». Il vero soffio di modernità di Eleonora si avverte proprio nella Carta de logu, dove è evidente l’apertura alla modernità di alcune norme e la saggezza giuridica che contiene elementi della tradizione romano-canonica, di quella bizantina e del pensiero dei glossatori della cultura curiale catalana, soprattutto dell’elaborazione giuridica delle consuetudini locali compiute dal diritto sardo di tipo municipale. Il codice delle leggi del Giudicato di Arborea che Eleonora promulgò nel 1392, ampliando ed aggiornando la carta elaborata alcuni anni prima da suo padre Mariano IV, era composto da 198 articoli che comprendevano un codice civile, un codice penale e un codice rurale. Rimase in vigore per più di 400 anni fino all’introduzione del codice Feliciano. Tra le norme più importanti ed innovative sono da citare la distinzione tra dolo e colpa (elemento soggettivo del reato), quelle che salvavano dalla confisca «i beni della moglie e dei figli, incolpevoli, del traditore», i quali secondo quanto disposto dal parlamento aragonese del 1355, diventavano servi del signore della terra. Inoltre la giudicessa inserì anche una norma che permetteva il matrimonio riparatore alla violenza carnale subita da una nubile solo qualora la giovane fosse stata consenziente. Altri esempi della portata innovativa della carta sono la contemplazione del reato di omissione di atti d’ufficio, la parità e la tutela del trattamento dello straniero a condizione di reciprocità e il controllo, attraverso «boni homines» delle successioni «ab intestatio» in presenza di minori. E ancora: nel codice non si trova nessuna legge contro ebrei ed eretici (caso unico), e altre norme sorprendenti per la loro attualità, come quelle contro l’usura o per la la difesa del territorio, con disposizioni su agricoltura, allevamento, caccia, salari che i lavoratori dovevano ricevere, bracconaggio. Per questo ad un falco ampiamente diffuso nel bacino del Mediterraneo è stato dato il nome di «falco eleonorae» (in italiano Falco della regina) in onore della sovrana sarda. Eleonora dimostr
ò con la sua reggenza di voler uscire dal medioevo puntando anche sulla liberazione dei servi, «i lieros», e di voler adibire alla propria lotta di tipo nazionale, oltre alle truppe mercenarie, quelle costituite dai suoi concittadini. La giudicessa Eleonora fu anche generosa e caritatevole e si dedicò intensamente alla cura degli appestati, degli orfani e dei bisognosi. Morì per la peste nel 1394 senza essere riuscita a creare un Regno Sardo indipendente. Poliedrica, intelligente, concreta e decisa, ancora oggi la Sardegna la ricorda come una combattente, un simbolo dell’emancipazione femminile, come un’icona da contendersi. Infatti, sebbene Oristano sia spesso definita la «Città di Eleonora» e sia tutt’oggi visibile nel centro cittadino un edificio che viene tradizionalmente chiamato la «Casa di Eleonora», non sopravvivono nella capitale Arborense resti visibili dell’antica reggia giudicale. In realtà parlare della residenza di Eleonora d’Arborea è piuttosto difficile, avendo la Giudicessa trascorso gran parte della sua vita (quando non era impegnata sul campo in azioni militari) tra la Spagna, l’odierna Castelsardo (forse l’unica città che potrebbe fregiarsi a ragione del titolo di Città di Eleonora), la capitale Oristano e altre «ville» del suo Regno. Al di là della capitale Oristano e dell’antica Castelgenovese, c’è chi avanza l’ipotesi di un soggiorno della giudicessa nel Castello di Sanluri, dovuto probabilmente a motivi di ordine militare, essendo la fortezza ultimo avamposto dell’Arborea ai confini col Giudicato di Cagliari. La tradizione, tuttavia, rinforzata da testimonianze storiche, ha sempre identificato la cosiddetta «residenza estiva» di Eleonora (così come e soprattutto dei Giudici prima di lei) con il «Castello di Masone de Capras», oggi Cabras, affacciato sulla riva orientale dello stagno di Mar’e Pontis, di cui sopravvivono solo i resti di un muraglione alle spalle della Pieve di Santa Maria Assunta. Proprio in questa fortezza la giudicessa di Arborea, dopo aver invocato la protezione della Vergine, avrebbe promulgato la Carta de Logu. Eleonora d’Arborea, figura storica al limite del leggendario, la guerriera che ambiva a costruire una nazione tutta sarda, venne così definita dal patriota Carlo Cattaneo «..la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica».

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