ONORE AI CADUTI DELLA GRANDE GUERRA: “NESSUNO E’ COSI’ PAZZO DA PREFERIRE LA GUERRA ALLA PACE: CON LA PACE I FIGLI DANNO SEPOLTURA AI PADRI, IN GUERRA TOCCA AI PADRI SEPPELLIRE I FIGLI” (ERODOTO)

Sacrario di Fagaré della Battaglia.

di Dario Dessì

 Questo sacrario, realizzato  nel 1935, su progetto dell’Architetto Pietro Del Fabro, si  trova  in prossimità del fiume Piave sulla strada per Oderzo a circa 17 Km. da Treviso.

Nel mausoleo  furono raccolte ben 10.541 combattenti, provenienti da un ottantina di cimiteri di guerra del Basso Piave.  

Nel vestibolo tante lapidi che ricordano i principali  eventi storici della guerra,  tra cui le tre battaglie d’arresto sul Piave. In grandi urne comuni, disposte nelle due navate laterali, sono custoditi  i resti di ben 5.350 caduti ignoti. All’esterno in due teche disposte ai lati del sacrario sono custoditi i resti di muri sbrecciati con le scritte:

 

E’ meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora”

” Tutti eroi o il Piave o tutti accoppati”,

Entrambi sono opere di ignoti, realizzate durante le fasi della sanguinosa battaglia del

Solstizio 15 – 24 giugno 1918.  Il Sacrario accoglie, inoltre,  i resti dei fanti della Brigata Sassari, caduti  nella Battaglia di Giugno tra Fossalta di Piave e Musile di Piave.

I decorati di Medaglia d’Oro del Basso Piave.

 

 

Tra i nomi incisi in una lapide situata all’entrata del Sacrario,  il Capitano  Acerbo Tito  della Brigata Sassari, caduto a Croce, il  S.Ten. Pellas Leopoldo del 23° battaglione “Fiamme Cremisi” e  il Caporale Piras Fedele della Brigata Arezzo, caduti entrambi a Caposile.

In un primo tempo i caduti del Basso Piave erano stati  tumulati  a Castaldia (Caposile), nel cimitero di guerra intitolato a Leopoldo Pellas, dove una pietra era stata incisa con  le seguenti parole : “ Questo lembo di terra italiana—ospita i resti corporei di prodi che se la contesero-forti nel tener gli uni, eroici nel riscattare gli altri – egualmente  tenaci.  Ai vincitori, ai vinti, la pace di Dio” ; tra quei resti corporei c’erano anche i fanti della Brigata Sassari, caduti nel corso della Battaglia del Solstizio nel mese di giugno del 1918. Non erano trascorsi nemmeno dieci anni dalla fine della guerra, quando  le salme  furono riesumate e portate in gran parte nel Sacrario di Fagaré  e in parte nei Tempi Votivi del Lido di Venezia e di Treviso.

IL CIMITERO MONUMENTALE DEL GRAPPA

 

Progettato dallo stesso architetto del sacrario militare di RedipugliaGiovanni Greppi e da Giannino Castiglioni scultore, venne iniziato nel 1932 ed inaugurato il 22 settembre 1935. Ideato per raccogliere le salme dei caduti sepolti in tanti cimiteri di guerra sparsi nella montagna tutt’attorno, fu inaugurato  dal re in persona. Una foto riprende  il sovrano al centro con  alla sua destra il Maresciallo Giardino che sta  illustrandogli le opere di nuova costruzione su Cima Grappa.

Attorno c’erano tanti generali e gerarchi, tra i quali  anche  Benito Mussolini e poi tante  signore belle ed eleganti, tante autorità civili in borghese e qualche prelato.

.C’era spazio per tutti, insomma, tranne che per gli umili soldati; per coloro che avevano combattuto tenacemente abbarbicati  sul  crinale  di quel monte, che aveva avuto un’importante rilevanza strategica, quale punto di congiunzione delle linee difensive italiane lungo i fiumi  Brenta e  Piave.

Se  il 15 giugno del 1918, dopo il tremendo bombardamento austriaco e la successiva perdita di alcuni capisaldi, non ci fosse stato quel pugno di  soldati, laceri, sporchi e frastornati  a difendere  con coraggio leonino l’ultimo lembo di quel monte gli assalitori sarebbero, in un baleno, arrivati a Bassano e da lì  poi avrebbero dilagato per tutta  la pianura veneta.

Cimiteri di guerra italiani in Austria

 

Nel nuovo cimitero italiano a Mauthausen, una lapide, a perenne monito,  ricorda:

 

“Spinti dalle sorti di guerra        Qui nell’esilio han pace 

Su questi campi stranieri             Possano i nudi spiriti

Accomunati dalla sorte               Da un alta libera dimora

 

In nuove fratellanze profonde     Rivedere ogni giorno.

Figli d’Italia e di Serbia             Le dolci patrie lontane”.

Nell’ immenso impero austro ungarico esistevano  ben 470  campi di concentramento.

In essi, nel corso della prima guerra mondiale, oltre ai prigionieri di guerra russi, serbi, rumeni, turchi, francesi ed inglesi, vennero internati centinaia di migliaia di prigionieri italiani.

Alberto Burata di Garda Veneta (RO), dopo aver portato a termine un immane e certosina  opera  di ricerca,   è  riuscito  a creare un elenco completo  di tutti quei campi di prigionia. Lo scrittore trevigiano Camillo Pavan ha voluto riportare questo  elenco nelle  ultime pagine del suo libro  “I prigionieri italiani dopo Caporetto”.

Sono, ormai, trascorsi quasi cento anni da quelle  vicende e nessuno pensa ormai più  a quei poveri prigionieri di guerra,  che ebbero  la triste sorte di essere internati in quei campi decentrati, un po’ dovunque, nel vasto territorio degli imperi centrali.

Considerando la scarsità delle risorse alimentari e le tante  ristrettezze d’ ogni altro genere cui erano costrette le popolazioni civili di quella miriade di stati che costituivano l’impero Austro Ungarico, non doveva essere proprio facile la sopravvivenza per quei milioni di prigionieri, il cui trattamento non era forse adeguato a  quanto prescritto dalla convenzione di Ginevra.

Scrisse Camillo Pavan nel suo libro “Caporetto” che tra le quasi 30.000 fotografie, che aveva visionato presso l’Archivio Storico del Comando Supremo, era, alquanto raro, trovare qualche  immagine di un cadavere.

Eppure la sola Italia aveva avuto  oltre mezzo milione  di soldati deceduti.

Sempre secondo il Pavan forse questo era dovuto al fatto che in guerra un soldato  non  muore, bensì cade e a  conferma di questo basta leggere le parole scolpite nei tanti monumenti dedicati ai caduti in tutti i comuni d’Italia.

Il termine caduto è stato sempre impiegato, anche in altre nazioni, per definire un soldato che muore in combattimento. 

Ma  a proposito del numero dei soldati morti appare abbastanza eloquente il contenuto della seguente strofa:

“La tradotta che parte da Torino a Milano non si ferma più, ma la va diretta al Piave: Cimitero della gioventù.

 Siam partiti, siam  partiti in ventinove, ora in sette siam tornati quà, e gli altri ventidue, son sepolti tutti a San Donà”.

 

I soldati che ebbero la sorte di  morire nel Basso Piave, tra Fossalta e Musile di Piave, oltre che da Torino, provenivano un po’ da tutte le parti d’Italia, Sardegna compresa..

A testimonianza sarebbe sufficiente  visitare il SACRARIO di Fagaré della Battaglia,  poco distante dal fiume Piave sulla strada che da Treviso  porta a Oderzo, dove riposano quasi 11.000 caduti, noti ed ignoti, che vennero colà trasferiti da un ottantina di cimiteri di guerra, sparsi un po’ dappertutto nel Basso Piave,   per notare subito all’entrata u lapide che commemora, uno dietro l’altro, il soldato Serra Domenico, medaglia d’Argento, il soldato Serra Giovanni, il soldato Serra Giuseppe e il Caporal Maggiore Serra Giuseppe.

Chi dovesse, inoltre, visitare il Sacrario  Pian di Salesei  Livinalongo sul  Col di Lana (BL), non può fare a meno di leggere uno accanto all’altro i seguenti nomi: Marras, Masala, Masala, Marras, Masala, Mascia, Pintus, Piras, Pisanu, Pintus, Pisani, Pischedda  alcuni tra i tanti  caduti  sardi appartenenti alla Brigata Regio 45° e 46° Reggimento Fanteria.

La Sardegna  partecipò alla Grande Guerra con un contributo di mezzi, combattenti e caduti, numericamente prevalente al confronto con le altre regioni italiane.

Nel corso dei quattro anni di guerra furono mobilitati 98.142 combattenti, quasi il 12% dell’intera popolazione che allora era pari ad appena 870.077 abitanti.

 Il numero dei caduti e dei dispersi fu pari al 17%  dei richiamati e quindi al 2% dell’intera popolazione.

Il Sacrario di Redipuglia

Nel vecchio Cimitero Militare  di Redipuglia, subito dopo la fine della guerra, era stato portato di tutto in termini di residuati bellici. Proiettili d’ ogni tipo, baionette ed elmetti, ancore e siluri, eliche ed ali di velivoli, sci e racchette, cannoni e mitragliatrici, lance e tanto, tanto filo spinato, cavalli di frisia e numerosi sacchetti colmi di terra.

Con tutto quel materiale, in prevalenza recuperato nei vicini campi di battaglia del Carso isontino, fu  realizzata una miriade di sepolcreti. Un febbrile lavoro “fai da te” da dedicare alla memoria dei caduti, identificati e non e un po’ anche all’imperitura gloria delle varie armi e dei tanti reparti,  impiegati nei quattro anni di guerra.

Accanto a quelle opere, costruite con tanta dedizione artigianale, non potevano mancare i bossoli portafiori in ottone lucidato e le dediche o le poesie incise su ritagli di lamiera o di corazza.

Versi celebri di Dante, Petrarca, Carducci, D’Annunzio e di altri poeti furono scolpiti in certe piccole targhe in ottone infisse sui  monumenti ricordo.

Un affusto di cannone, puntato verso il Carso, quasi a voler proteggere tre fosse aveva quest’iscrizione:   

Allora noi, ora voi”.

 

In un piccolo tempio formato da tre fucili incrociati, tenuti assieme da un elmetto, si leggeva  “Il mio nome? Vittorio Veneto.! 

Su un proiettile, trasformato in una specie di calice con in alto una corona di filo spinato una scritta implorava: “Mamma prega qui, sono tuo figlio”.

Su una tomba alta troneggiava una mitragliatrice con la seguente scritta: “ignoto il tuo nome, ma ne hai uno immortale: Fante d’Italia”.

Su un altra: “ Oscura voce che dici: ricorda”!

Ai marinai caduti a Muzzana il 3 novembre 1918, Gabriele d’Annunzio aveva dedicato il seguente epitaffio:  “Morti come sopra il ponte della nave, come sanno i marinai dovunque morire”.

A un tenente ignoto: “Seppero il nome mio gli umili fanti, quando balzammo insieme al grido: Avanti”!

Su un reticolato: “Non questi fili ruggine colora: del nostro sangue son vermigli ancora! Alle mazze ferrate: Armi novelle di barbaria antica: tutto sfogò su noi ira nemica”!

Su una gavetta:  Fida gavetta mia, pace anche a te quassù! Ora se non sei colma, io non borbotto più”!

Su un carrello di un velivolo: “Ora non sbatte l’aria che l’ala del mio sogno”!

Alle pinze: “Se furon vane le pinze, valsero i denti”!

“Mamma mi disse: và ed io t’attendo qua”!

Tutto questo rappresentava un monumento di gloria e di amore rivolto ai fanti dell’Invitta III Armata  ed era un omaggio di fede e di riconoscenza.

Nel 1922, il Sottosegretario di Stato Claudio Lupi inviò una lettera a tutti i provveditorati agli studi, con l’intento di sensibilizzare le scolaresche ed impartire norme ed istruzioni per la creazione di viali e di parchi della rimembranza, in qualsiasi città italiana e dovunque fosse stato possibile.

Ancor prima, nei così detti luoghi della memoria, proprio dove avvennero i combattimenti più decisivi e gli eventi più rilevanti della Grande Guerra, furono realizzate tante opere commemorative, destinate  a costituire nel tempo dei punti di riferimento di sicura affidabilità storico culturale. Quelle opere furono in gran parte volute e messe in opera, grazie alla iniziativa spontanea dei privati  o delle Associazioni di Combattenti, i quali, disponendo di  mezzi alquanto risicati e volendo evitare le attese burocratiche, spesso e volentieri provvedevano loro stessi  ad eseguire i lavori in economia, non sempre preoccupandosi dei contenuti culturali ed estetici che sarebbero dovuti essere approvati da eventuali comitati  a livello di amministrazioni comunali.

E, avvenne così anche per il Cimitero Militare sul Colle di S. Elia a Redipuglia, dove con i numerosi residuati bellici, trovati abbandonati nei campi di battaglia, venne realizzata una incredibile congerie  di siti commemorativi dedicati alle varie armi e al ricordo di tanti  commilitoni caduti.

Là ogni anno usavano  radunarsi centinaia di migliaia di veterani provenienti da tutto il mondo.

Quel raro assieme d’opere commemorative, a prima vista mediocri e disordinate, frutto di immediati impulsi emotivi e  di vivaci fantasie tipicamente italiche, venne, in seguito, sostituito dall’attuale Sacrario Monumentale, sorto sulle pendici del colle opposto ed inaugurato nel 1938.

In questo nuovo sacrario dove al centro si erge maestosa la tomba del Duca d’Aosta, ci sono anche , poste l’una accanto all’altra, le tombe del maggiore Giovanni Riva e di suo figlio, Sottotenente Alberto,  medaglia d’Oro,  da Cagliari con la seguente scritta:

                                        Guardami il petto, babbo, e dimmi, sei contento?

                                        Alberto, più che mai tuo padre ora mi sento

                                        Ma la povera mamma, rimasta tutta sola?

                                        Un’altra madre, Italia,  di noi la  racconsola|

                                        che nel nudo ricovero di guerra.

                                        balzeremo anche noi di sotto terra”.

Ecco ancora altre dediche e poesie  che si leggevano nell’ antico  cimitero.

Un fante

                                        “Venni dal casolar a questa guerra

                                        che non sapevo pur qual guerra fosse; 

                                        la  Patria la conobbi nelle fosse

                                        de’ vivi, fecondate al giovin sangue;

                                        né pur adesso la gioia mi langue

                                        d’aver dato la vita alla mia terra

                                        fra stenti, nell’orror dell’aspre lande:

                                        nacqui  piccolo, Morte mi fé grande.        

                                        Grato m’è il lungo sonno, più tranquillo   

                                        Ma  di patria richiamo al primo squillo.” 

 

 

“Compagni d’arme ,  che passate sul colle di S. Elia, ricordate il glorioso maggio del 15, quando varcammo a gara l’Isonzo? Ricordate la petraia sanguinosa, dove lasciaste  lembi di carne tra ogni sterpo e tra ogni sasso? Ricordate anche l’ora grigia in cui abbandonammo le alture, bagnate dal vostro sangue?

Allora, tra i cannoni diventati muti, nelle trincee fatte deserte, voi rimaneste  soli a fare buona guardia. Dal Piave sacro giungeva il nostro grido, e voi rispondevate: Vigiliamo!

E, quando l’Italia riprese la sua gloriosa marcia in avanti, quando con voi nuovamente ci riunimmo, allora solo scendeste dalle sconvolte doline per serrarvi in ordinata falange sul colle per voi diventato sacro.

Ora nella notte fonda parte dal breve pinnacolo del S. Elia il palpito del vostro richiamo; va a ritrovare i compagni che stanno presso la millenaria torre di Aquileia; si unisce a quello che di torre in torre,  di campanile in campanile, mandano tutti i morti per l’Italia, verso il Grande Ignoto che vigila ai piedi del Campidoglio”.

 

I monumenti ai caduti in Sardegna

 

Villamar, attorniato da uno stupendo paesaggio campestre, a vocazione  cerealicola, tipico della regione della Marmilla, nel 1951 contava 3330 ab.

Forse nel periodo della Grande Guerra ne contava appena 1500.

Soltanto i caduti furono una cinquantina; chissà quanti invece i mutilati e i feriti?  Questo per avere un’ idea dello sforzo sostenuto dalla Sardegna in termini numerici di combattenti e di caduti.

Ma, basta andare a vedere  il monumento ai caduti di un qualsiasi paesino dell’isola per rendersi conto di quale contributo di sangue dettero i combattenti sardi nel corso della Grande Guerra.

Ma in Sardegna c’era anche chi ai monumenti provvedeva da sola:

“ Mariangela  non diceva parola, aspettando secondo il suo costume.

Aspettava che Don Pietro Coi,  presso cui era a servizio, si risolvesse ad agire; e aspettava, al tempo stesso, senza impazienza, che il progetto del monumento venisse realizzato:

Ogni tanto andava a mettere cinque o dieci lire, di nascosto, nella cassetta ch’era stata esposta per la raccolta delle offerte nell’atrio del municipio, accanto al modellino in gesso; e aspettava.

Finì per mettere tutte le ottocentotrenta lire, e nessuno mai se n’accorse, benché nella cassetta solo quelle, non una lira di più,  fossero state ritrovate.

Aspettò mesi, senza mai chiedere niente a nessuno, e alla fine vide gli operai che scavavano le fondamenta, che muravano il basamento di granito, e corse a rifugiarsi nella solitudine del vecchio cortile e accese i lumini nella capanna.

Poi il giorno dopo, vide i gradini, le lastre di marmo scuro dell’arca, con i nomi scritti, in lettere dorate, tutt’intorno; e finalmente, portati con un enorme camion, il povero Soldato ferito e l’Angelo con le grandi ali spiegate furono issati sull’arca.

Mariangela stette là a guardare, e quando tutto fu finito chiese ad un ragazzo delle scuole che le dicesse dove erano i nomi dei suoi figli, e lo scolaro li cercò e glieli lesse:

 

Eca Giovanni Sergente –  Eca Saverio Soldato.

 

Dopo tanto tempo pianse, come tutte le madri, non per altro, ma per il modo come quei nomi erano scritti, prima il cognome e poi il nome, stravolti come nei registri comunali”.                                              Da “Il disertore” Premio Bagutta di Giuseppe Dessì.

 

 

IL SILENZIO IN ONORE AI CADUTI

 

Se qualcuno ha assistito a un funerale militare e ha ascoltato il Silenzio, che spesso procura un groppo alla gola e quasi sempre fa venire le lacrime agli occhi,  dovrebbe conoscere la sua storia.

“Tutto ebbe inizio nel 1882, durante la guerra civile americana, quando il capitano dell’esercito dell’Unione (Nordisti)  Robert Elicombe con i suoi uomini si trovava presso Harrison’s  Landing nello stato della Virginia, mentre l’esercito Confederato (Sudisti) era vicino a lui dall’altro lato del campo di battaglia.

Durante la notte il capitano Elicombe sentii alcuni gemiti di un soldato ferito nel campo. Senza sapere se era dell’Unione o della Confederazione, decise di rischiare la vita per aiutare il soldato ferito e dargli assistenza medica. Arrancando tra il fuoco nemico il capitano raggiunse il soldato e lo trascinò fino al suo accampamento. Quando finalmente giunse tra le proprie linee, scoprii che in realtà era un soldato confederato. Ma purtroppo era già morto. IL capitano accese la sua lanterna per vedere il viso del suo soldato, nella  penombra.  Improvvisamente restò senza fiato.

 Si trattava del proprio figlio. Il ragazzo stava studiando musica nel sud quando iniziò la guerra. Senza dir nulla a suo padre, si arruolò nell’esercito confederato. La mattina seguente e con il cuore distrutto chiese il permesso ai suoi superiori di dare a suo figlio una degna sepoltura con tutti gli onori militari, nonostante egli fosse un soldato nemico. Il capitano chiese se potesse contare sui membri della banda militare per suonare al funerale del figlio. La sua richiesta fu accolta parzialmente. Per rispetto del padre gli concessero un solo musicista. Il capitano scelse un trombettiere per suonare alcune note musicali che aveva trovato nella tasca della divisa del giovane defunto.

Nacque così la melodia indimenticabile che oggi conosciamo come Taps, il cui testo è il seguente”:

Il giorno è terminato

Il sole è calato

Dai laghi, dalle colline e dal cielo

Tutto va bene, riposa in pace

Dio è vicino

La tenue luce oscura la vista

E una stella illumina il cielo

Brillando chiara

Da lontano s’avvicina

Cala la notte.

Grazie e lode per i nostri giorni

sotto il sole, sotto le stelle, sotto il cielo

Come andiamo, questo lo sappiamo

Dio è vicino.

Ricordate di ricordare con affetto i soldati di tutto il mondo che sono caduti in guerra o in pace, recitando una preghiera.                                                A cura di Italbit by Vittorio

Martedì 12 novembre 2002             Versi per i caduti del Piave.

 

“Alla fine di un viaggio in Veneto e dopo aver visto, dove hanno combattuto e, dove riposano i nostri soldati caduti durante la prima guerra mondiale, ho cercato di scrivere in poesia su ciò che nel cuore e nella mente mi è rimasto impresso”.

 

All’Ossario Militare del Piave

Qui tutto tace,  non si sente un lamento

Neanche il Piave si sente più mormorare

E, nel silenzio sembra che il vento

Riporti l’eco di voci lontane

O trombettiere, anche la tua tromba ora tace

Le voci e le grida di tanti soldati

Che perla Patriahan dato la vita

Di grandi ufficiali e di semplici fanti

Per lasciare a noi un Italia più unita

Dove perenne brucia una fiamma

In questo tempio di silenzio e di pace

Dove, sotto ogni croce riposa un figlio di mamma,

Al Piave. E’ tutto vero, non ho  sognato

Anche se sembra tutto un po’ strano

Nel fiume sacro ad ogni italiano.

Lì dove un giorno per tanti ragazzi

I sogni più belli si sono infranti

Sotto quegli alberi tutti quei sassi

Con il loro sangue li avranno bagnati

Che  in riva al Piave ho passeggiato

Tempi lontani ma mai scordati

Con la speranza che sia tutto  passato

Col sacrificio di tanti soldati

L’Italia nostra han liberato

Nelle tue acque si può ancor dissetare

Adesso o Piave fai sonni tranquilli

Insieme hai giovani d’ogni nazione

E se di trombe sentirai ancor squilli

Siano le note di una canzone.

Caterina Atzei Aresu Pirri (CA)

 

Nel sacrario di Giavera del Montello si legge la seguente iscrizione

“Nella mente nostra si raccolga la memoria della loro passione”

         

Ormai, sono trascorsi novantacinque anni dalla fine della Grande Guerra,  eppure  sono sempre numerosi coloro che vanno a visitare i luoghi dove si combatterono aspre battaglie e dove migliaia di croci, geometricamente allineate,  indicano i nomi dei caduti.

Spesso la visione di quei luoghi induce il visitatore a riflettere e a dedicare pensieri di amore e di riconoscenza ai numerosi  sfortunati protagonisti di quel tremendo e  assurdo cimento.

Lavora per la pace.

Sono trascorsi cento anni da quel sanguinoso evento bellico ed esiste adesso in Germania un’organizzazione privata, la Volksbund Deutsche Kriegsgraeberfuersorge, la quale, per conto del governo tedesco,  cura la manutenzione di tutti i cimiteri di guerra tedeschi  e dipende al 90 %  dai contributi e dalle donazioni dei suoi soci.

Con l’aiuto di tanti amici è stato, in tal modo, possibile mantenere in buone condizioni tutti i cimiteri di guerra sparsi, un po’ dappertutto, nel mondo e a lavorare per la pace.

Ogni euro, dollaro o sterlina, spesi per tale attività, serve infatti a ricordare alle future generazioni il significato della parola pace.

Nel secolo, appena trascorso,  più di 60 milioni di vite umane sono scomparse  a causa di due terribili guerre mondiali, per le quali  numerose famiglie in Europa e in tutti gli altri continenti lamentarono la perdita di un qualche  caro congiunto.

Negli anni trascorsi tanti hanno avuto modo di ascoltare le storie narrate dai nonni, dai genitori e da altri parenti, testimoni inequivocabili delle sofferenze e dei lutti causati  dalle stragi  insensate di quelle guerre.

Man mano che trascorre il tempo diminuiscono sempre più le persone ancora in grado di raccontare quelle storie e di ammonire su quanto la pace sia preziosa e allo stesso tempo assai effimera, quando il compito più impegnativo di questi tempi sembra   proprio quello di ricordare a tutti gli essere umani quale sia l’importanza del mantenimento della pace. A questo proposito tutte le nazioni  hanno il dovere di conservare I propri cimiteri e i monumenti sia a titolo di testimonianza, sia  per rendere più agevole una  riconciliazione duratura tra i popoli.

Purtroppo, in questo nuovo secolo, la guerra, la violenza e la violazione dei diritti umani  continuano, ad  influenzare sempre più  il nostro vivere quotidiano.

Ogni giorno, mentre  stiamo, comodamente, seduti nei nostri soggiorni, non facciamo che  apprendere nuove sconvolgenti  notizie accompagnate da orribili immagini.

Dovunque esistono numerose  situazioni di conflitto e si compiono stragi tremende.

Le statistiche contribuiscono a sminuire la dignità e  il sacro  valore della vita di tutti gli

esseri umani che, giorno dopo giorno, periscono inconsapevoli ed incolpevoli di tanta tragica follia.

Il percorso da seguire per risolvere questi conflitti in modo amichevole, appare sempre più  difficile, mentre diventa sempre più  facile il possesso di un’ arma qualsiasi, anche se, sembrerebbe essere  in continuo aumento il numero di  coloro  che desiderano la pace.

I cimiteri e i monumenti non servono  certamente  a prevenire le guerre; pur tuttavia la loro presenza contribuisce in qualche modo a rammentare il valore della pace.

Anche se  il desiderio di pace  pare diventare sempre più stimolante, e il terrore della guerra sembra contribuire, in qualche modo, a contenere gli istinti,  a volte, tali aspettative vengono  puntualmente e ineluttabilmente  frustrate.

Soltanto  i cimiteri e i monumenti, a questo punto, potrebbero rappresentare le uniche opportunità per ricordare alla gente comune l’orrore delle guerre, delle devastazioni e rovine e soprattutto, commemorare per almeno un milione di volte le sofferenze di numerosi essere umani. Certamente non potendo prevenire le guerre, inducono, però, immancabilmente, a pensare e a riflettere sulla loro atrocità, sulle infauste conseguenze e sul sacrificio di tante giovani esistenze.

Anche i giovani, soprattutto, scolari e studenti, trovandosi di fronte a un qualsiasi  luogo della memoria, non potrebbero fare a meno di dedicare qualche attimo di riflessione alla tragica storia delle avventure belliche europee e a provare un senso di repulsione e di diniego  verso l’inutilità e l’assurdità di tutte le guerre in genere.

Potrebbero essere forse questi i primi passi di un percorso da affrontare per assicurare un futuro pacifico alle nuove generazioni.

“Le tombe, i monumenti  dei soldati predicano la pace e il loro significato, come tale, sarà sempre in crescita.                                                                         Albert Schweitzer                           

                                                                    

Quale significato potranno mai avere  i numeri e le statistiche?

Un solo soldato caduto in battaglia dovrebbe rappresentare  già tanto!

Il dolore, il tormento e la tristezza non sono esprimibili in quantità numerabili, ma solo attraverso la  sensibilizzazione   individuale. Le migliaia di cimiteri di guerra dislocati in più di  cento paesi della terra costituiscono un perenne ammonimento per tutti gli esseri umani, affinché si compia ogni sforzo possibile  per mantenere la pace.  Quanto ciò sia importante lo dimostrano le immagini  delle guerre, delle situazioni di crisi e degli atti terroristici che  arrivano giorno per giorno sugli schermi  televisivi nelle nostre case. Ma ritornando alle guerre europee, da oltre sessant’anni, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, a parte qualche turbolenza di chiara indole nazionalistica o razzista, che ha continuato per qualche tempo  a manifestarsi nelle terre appartenenti agli slavi del sud (EX Jugoslavia), per fortuna, la pace sembra aver  prevalso tra tutte quelle nazioni europee, che negli ultimi tre decenni del XIX secolo si erano dedicate con convinzione e massimo impegno  ad armarsi e a prepararsi  per la guerra. Non esiste più  un Europa composta da nazioni armate, non esistono più milioni di esseri umani tenuti soggiogati e condizionati  dall’ ignoranza, dal militarismo e dall’opportunismo delle grandi industrie, ma questo vecchio continente è adesso popolato da genti e da raggruppamenti etnici che dovrebbero essere determinati a salvaguardare la propria esistenza e la propria libertà nel contesto di un mutuo e reciproco rapporto di aiuto e di collaborazione.  Questa situazione idilliaca, non bisogna dimenticarlo,  è  stata  raggiunta anche grazie al sacrificio di coloro che combatterono quasi un secolo fa nei fronti occidentali e orientali dell’Europa  e ai quali oggi spettano,  pertanto tanto riconoscimento e sentita commemorazione.

E per concludere é bene dedicare a tutti loro  questi versi di Gavino Ruggiu, tratti dalla sua meravigliosa raccolta di poesie dedicate  alla Grande Guerra :

PAGINAS  EROICAS

 

A sos gloriosos mortos

In sos cruentos campos de battaglia

De s’ultima guerra de s’indipendentia

A sos eroicos mutilados

De sos cales sa mitraglia

Hat fattu istraziu crudele

A sos valorosos superstites

Chi tanti hana operadu e suffridu

Cussos umiles versos

Medas de sos cales

Conoschene su fragore de sa battaglia

In riverente omaggiu

 

-DEDICO-

 

Con la legge n. 78 del 7 marzo 2001 la repubblica italiana, nel riconoscere il valore storico e culturale delle vestigia della 1° Guerra Mondiale, ha promosso la valorizzazione di tutto quanto è pertinente con cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli, oltre alle strutture museali destinate a conservare reperti mobili, cimeli, documenti e fotografie della Grande Guerra. La stessa  legge prevede anche contributi statali e regionali da utilizzare per il  finanziamento di tali iniziative.

Il Cap. Dott  Luigi  Coletti  voleva creare a Treviso un museo e per questo ebbe a dire:

 

“La nostra città è in centro di quell’arco teso tra il monte e il mare, dove tre volte fu salvata la patria.

Il Piave,  la località più importante e più famosa della guerra, la cui trascende a ogni precedente storico.  Fondiamo qui il Museo delle battaglie del Piave.

La grandiosità di quegli avvenimenti non si può meglio celebrare che colla documentazione visiva degli avvenimenti stessi.

Raccogliere documenti, armi, cimeli, ritratti, piani, vedute, rilievi. Tutto ciò, insomma, che ha attinenza alla preparazione e allo svolgersi delle battaglie e agli uomini che vi presero parte deve essere riunito in degna sede e offerto alla devota ammirazione dei cittadini. Sarebbe il più degno monumento del fatto, la più efficace onoranza ai prodi che sulle rive del fiume ormai sacro diedero  il loro sangue alla patria”.

 

La recente realizzazione di un monumento sacrario.

 

Il Camposanto austroungarico di Follina, in provincia di Treviso, era nato già in periodo

di guerra subito dopo l’occupazione austroungarica a seguito della  disfatta di Caporetto. Nel dopoguerra, alle 500 tombe già presenti, furono aggiunte le salme di altri 100 soldati provenienti da Combai e Solighetto. Col passare degli anni il suo mantenimento divenne sempre più difficoltoso a causa della mancanza di fondi e si decise di trasferire tutte le salme in un altro sito.

Nel 2004 però, il professor Roberto Tessari del Gruppo Storico “La Grande Guerra” convinse l’amministrazione comunale a scavare nuovamente nel sito dell’ex cimitero, sicuro della presenza di altre tombe. Furono così ritrovate  77 salme e i resti di un sepolcreto che oggi formano l’attuale cimitero austro-ungarico di Follina, con al centro di un piazzale circolare un monumento di prestigio,  realizzato dall’Architetto Paolo Portoghesi e finanziato dalla Fondazione Cassamarca. Si tratta di un luogo della memoria recentemente ristrutturato, formato da un piazzale circolare con al centro un altare che cela i resti di questi soldati, posti tutti insieme in un’unica cripta comune.

A distanza di quasi un secolo conforta il sapere che  coloro che caddero nel corso di una guerra che nella storia deve essere ricordata, quale evento sconsiderato di autentica follia, continuano ad essere commemorati e onorati.  

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