BOMBER ANNI NOVANTA: ROBERTO MUZZI, IL ROMANO CHE AVEVA IMPARATO AD AMARE CAGLIARI


Il pallone scendeva dall’alto, docile e invitante. Lui ne aspettò il rimbalzo e al contempo lavorava di gomiti a tenere lontani il difensore che gli stava alle spalle e per il quale era scattato l’allarme rosso. I tifosi sulle tribune erano già balzati in piedi, captando il momento, sperando capitasse qualcosa di magico. Lui esitò ancora un attimo, si coordinò e volò per aria, impattando perfettamente il pallone col piede destro, il corpo rovesciato all’indietro. Un paio di secondi dopo i tifosi stavano urlando la loro gioia per il gol. Il pallone, scagliato ad una velocità imbarazzante, aveva concluso la corsa baciando la parte bassa della traversa e finendo in rete. 

Il portiere del Piacenza stava disteso pancia in terra, battuto, vinto. Lui si era alzato e correva in preda allo stato di follia positiva del dopo gol, braccato e infine sepolto dall’abbraccio dei compagni.

Chi era, lui? Aveva la maglia numero 11 rossoblù, non era Gigi Riva ma i tifosi più attempati a vedere quel gol in rovesciata hanno avuto un déjà-vu. 

Così come accadde con quel suo scatto perentorio a bruciare l’erba di San Siro, chiuso con un tiro preciso sul palo più lontano; e tutte le volte che sfondava la rete con botte ravvicinate piene di rabbia, vigore, potenza. 
No, non era Gigi Riva, nessuno ha mai pensato di azzardare un confronto tra i due; però tra tutti gli eredi possibili, ovviamente lontanissimi dall’originale – ma era bello sognare che sul prato del Sant’Elia si fosse materializzato un sosia spiccicato – forse Roberto Muzzi negli anni è quello che più ha ricordato il Bomber con la B maiuscola, per tipo di gioco, coraggio, vis agonistica.

Segnava in tutti i modi, Roberto: di testa, col destro, con il sinistro, in acrobazia, di opportunismo. Un attaccante completo, forte, potente, determinato. Un leader, pronto a sacrificarsi per la squadra e a caricarsela sulle spalle, se necessario. Fuori dal campo, un ragazzo genuino, semplice, spiritoso, l’anima dello spogliatoio.

Del Cagliari anni ’90 è stato un pezzo importante, uno dei più rappresentativi. In campionato, 144 partite condite da 58 gol: come diceva qualcuno, non sono bruscolini. Ha avuto una bella carriera, ma non quanto avrebbe meritato. La Nazionale, ad esempio, l’ha sistematicamente ignorato. Colpa del proliferare di grandissimi campioni sfornati dal calcio italiano in quell’epoca. Limitandoci al parco delle punte vere e proprie, basti ricordare Inzaghi, Signori, Vieri, Chiesa, Casiraghi, Ravanelli. Fuoriclasse militanti in squadre di rango, che facevano man bassa di trofei europei.

Muzzi stava al Cagliari, si faceva rispettare, portando a piangere fior di difensori, ma la linea di visibilità e considerazione non era la stessa. Soltanto una volta fu veramente vicino ad una convocazione: si era fatto male Signori, ma il laziale si riprese e la chiamata rimase una chimera. Al giorno d’oggi, ci sbilanciamo, uno come Muzzi sarebbe titolare fisso in azzurro. Si è consolato con l’Under 21 di Cesare Maldini: due titoli europei, nel biennio 1990-92, battendo la Svezia nella doppia finale, e in quello successivo, addirittura sul campo della Francia di Thuram e Zidane. Qui giocò da esterno destro, prova della sua duttilità.

Alla Roma era già “Bomber Muzzi”, ma in giallorosso non era destinato a sfondare. In realtà, lui, nativo di Morena, zona urbanistica 10L del Municipio Roma Capitale, insomma, non proprio un “romano de Roma” come ad esempio Totti, preferiva la Lazio, secondo la tradizione che vuole “quelli di fuori” sostenere la squadra biancazzurra. Amava il calcio e voleva fortissimamente diventare un calciatore professionista, ma la strada era impervia, piena di tranelli. Da ragazzino aveva fatto decine di provini: bocciato. Lo ritenevano troppo grezzo, limitato sul piano tecnico. 

Un giorno il padre lo trovò in lacrime, la testa tra le mani. “Non so se potrò mai veramente diventare un calciatore”, singhiozzava Roberto. Curioso segno del destino, gli disse sì la Roma, la “nemica”. A quel punto stare a sottilizzare sarebbe stato fuori luogo. Nella Primavera fece furore e attirò l’attenzione dell’allenatore giallorosso, Gigi Radice. L’esordio è l’11 febbraio 1990, Roma-Inter 1-1. Il ragazzino suscitò una buona impressione anche nelle apparizioni successive, ma erano sempre scampoli, ritagli di partite. Troppo forte la concorrenza, la Roma non poteva o non voleva permettersi di lanciare titolare fisso un ragazzino. Una sera di Coppa a Dortmund Boskov lo preferì nell’undici iniziale a Caniggia. Durò solo 45’, Roma colpita, affondata, eliminata. Qualcosa si era spezzato, “Bomber Muzzi” chiuse con il giallorosso. Lo diedero al Pisa, in B, ufficialmente per fare esperienza. In Toscana, giocò un ottimo campionato, 23 partite e 8 gol; tornò alla casa madre solo per venire ceduto al Cagliari. 

È il novembre del 1994, iniziò una parentesi meravigliosa per il giocatore e per la squadra rossoblù. Sino al ’99, Muzzi scrisse la storia. Arrivò trovando altri due formidabili attaccanti, Luis Oliveira e Julio Cesar Dely Valdes. Riuscire a farli coesistere tutti e tre sembrava un’impresa improba. Ci voleva un maestro e un Maestro lo fece per davvero. Oscar Washington Tabarez si inventò un tridente tutto estro e potenza; i giocatori si spendevano senza risparmio per assicurare alla squadra i giusti equilibri e si alternavano nel ruolo di punta centrale. Roberto nello spartito ideato dal tecnico uruguaiano parte dalla fascia destra per accentrarsi, tagliare e sparare il suo tiro ciclonico. Trovò la sua vocazione: attaccante puro, non più un semplice tornante. Iniziò a segnare con una continuità impressionante, timbrando per sette partite consecutive.

L’apice il 22 gennaio 1995, quando la Juventus di Lippi, destinata a vincere campionato e poi Champions League, fu distrutta senza pietà al Sant’Elia: 3-0, in gol tutti e tre gli attaccanti. Il sogno europeo, che ad un certo punto pareva cosa fatta, venne infranto in una partitaccia casalinga contro il Napoli alla 32ª giornata: ormai era finita la benzina. Tabarez lasciò il posto ad un altro maestro di calcio e vita, Giovanni Trapattoni. La chimica tra Muzzi e il plurititolato mister però non scattò. Roberto visse un anno travagliato, tra incomprensioni e infortuni. Il peggio doveva ancora venire.

L’anno successivo il Cagliari si trovò in brutte acque di classifica e Muzzi, minato dai problemi fisici, non riuscì a salvarlo. Il risultato finale fu la retrocessione dopo lo spareggio di Napoli. Le lacrime di Roberto, insieme a quelle di Tovalieri e Scucugia, spezzarono il cuore. Rimase per tentare subito la risalita, anche se con il nuovo allenatore, Ventura, avrà un rapporto conflittuale. Roberto diceva quel che pensava,aveva un carattere forte. E’ rimasta famosa la volta di Lucca. Muzzi partì dalla panchina, entrò in campo, trasformò il rigore decisivo e poi si rivolse alla panchina, mostrando il suo numero e urlando: “Venturaaaa! Guardaaaa”. In effetti lasciarlo fuori poteva sembrare una scelta suicida. I contrasti si appianarono col buon senso e a suon di gol. Muzzi diventò il cannoniere principe del Cagliari che tornò nella massima serie a vele spiegate. 
Ormai era un giocatore fatto e finito, un punto di riferimento vero, il capitano. Si confermò anche in Serie A, c’era la fila per averlo. Squadre importanti, anche la Juventus. Il presidente Cellino non voleva privarsene, ma alla fine cedette.

Roberto salutò la Sardegna in lacrime, si fece valere in tutte le tappe dove lo portò la sua carriera (Udinese, l’amata Lazio, Torino, Padova), ma il vero Muzzi si è visto solo al Cagliari. Questione di feeling, di ambiente, chissà. 
Su di lui ha raccontato aneddoti simpatici il suo ex compagno Fabio Macellari, in una intervista a “Cuore Rossoblù”: “Un giorno mi dice “A Fa’, ho trovato una casa bellissima con una caverna. “Vorrai dire una taverna”, “Caverna, taverna, è uguale”. Roberto era uno spasso, divertimento allo stato puro. A Zebina si divertiva a tagliare i calzini bianchi”Le ultime lo danno, dopo un inizio da allenatore nelle giovanili della Roma, in Grecia, secondo di Stramaccioni al Panathinaikos. In bocca al lupo, bomber Muzzi. E grazie per i déjà-vu.

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