PER QUALI MOTIVI I GIOVANI DECIDONO DI LASCIARE LA SARDEGNA? IL CEDISE LANCIA UNA RICERCA ONLINE RIVOLTA AI SARDI FUORI DALL’ISOLA

Silvia Aru e Francesca Mazzuzi


di Elisa Sodde

La crisi economica e le ondate migratorie del terzo millennio non fanno soltanto emergere le nostre personali paure e incertezze sul futuro, ma anche quelle di un Europa che si sta rivelando, a tratti, impreparata, disunita, debole, poco efficace e non sempre lungimirante.

Quali prospettive si profilano all’orizzonte del mercato del lavoro sia europeo che globale? Sembra ormai che il cambiamento epocale abbia assunto dimensioni e qualità tali da poter vantare ben pochi altri paragoni nella storia. È stato stimato che entro il 2020 più di un miliardo di posizioni lavorative nel mondo scompariranno. A questo punto abbiamo una buona e una cattiva notizia! La buona notizia è che (in base allo studio sulle conseguenze che generalmente si verificano in questi casi nel mondo del lavoro), per ogni posizione lavorativa che scompare ci potrebbero essere almeno 5 nuove opportunità che vengono a crearsi. La cattiva notizia o, se vogliamo, l’unico grande problema, per molti sarà che queste nuove opportunità probabilmente non si svilupperanno nello stesso settore o professione e forse neppure nello stesso paese, regione o stato[1].

L’antropologo Michel Agier dell’EHESS di Parigi avverte, infatti, che dopo la globalizzazione dei capitali, dei beni e delle immagini, è ora arrivato il tempo della globalizzazione dell’umanità; il politologo statunitense Edward Luttwak evidenzia però che i flussi migratori non dipendono dalle guerre bensì dalla qualità dei governi, e il noto sociologo inglese di origini ebraico-polacche Zygmund Bauman ci spiega che il mondo è divenuto irreversibilmente multiculturale a causa di un’abnorme migrazione di idee, valori e credenze.

I “grandi pensatori” sembrano avere una visione più nitida e globale e pare anche tutte le risposte (ai quesiti e problemi che la notte tengono svegli tanti giovani e meno giovani in cerca di lavoro) … noi, forse, un po’ meno!

Passando, dunque, alle migrazioni fisiche che portano certamente con loro idee, valori, credenze, ma anche intelligenze, capacità, professionalità, esperienze, retroterra culturali e sociali, e spostando il focus sull’Italia, notiamo che, in base alle risultanze dell’AIRE (Anagrafe degli Italiani residenti all’estero), tra 2008-2013, l’ultimo quinquennio analizzato, quasi 600.000 italiani si sono trasferiti all’estero. Dai dati Eurostat poi emerge che, nel solo 2013, i nostri connazionali che hanno scelto una meta europea per cercare stabilmente lavoro sono stati 60.066, di cui 14.056 in Gran Bretagna, 13.798 in Germania, 10.537 in Svizzera, 9.514 in Francia.

Questi sono stati alcuni fra i principali argomenti di cui si è parlato al convegno Europe and Migrations in the 3rd Millennium svoltosi, interamente in lingua inglese, il 24 e il 25 Settembre a Torino e organizzato per l’AEMIAssociation of European Migration Institutions, da Globus et Locus e dal Centro Altreitalie, che ha visto la partecipazione di importanti centri di ricerca europei sulle migrazioni e di studiosi italiani e stranieri provenienti da varie università europee.

Al XXV incontro annuale dell’AEMI ha preso parte, unica regione italiana,anche la Sardegna, attraverso lo studio presentato dal Centro Europeo Diffusione Informazione Sardegna Estero – CEDISE (organizzazione aderente all’UNAIE), curato da Silvia Aru e Francesca Mazzuzi con un intervento congiunto dal titolo Beyond the numbers: socio-cultural backgrounds and expectations of the new Sardinian (e)migrants in the time of the crisis, tendente a scandagliare i profili afferenti alla mobilità dei sardi in quest’ultimo periodo di congiuntura economica, con un occhio particolare rivolto alle giovani generazioni.

Silvia Aru, geografa, è attualmente borsista di ricerca presso il Dipartimento di Economia e Scienza Aziendali dell’Università degli studi di Cagliari, nell’ambito del progetto “Giustizia spaziale e sistemi territoriali mediterranei. Politiche urbane, pratiche sociali, mobilità” (L.R. 7/2007). Si occupa di geografia sociale e politica, in particolar modo delle problematiche migratorie e identitarie (nazionali, di genere, ecc). Tra le sue pubblicazioni inerenti il tema migratorio: “Fare la Merica”. Storia d’emigrazione e racconti di vita dei sardi in Brasile, Cagliari, Aipsa, in corso di stampa; Territori e lingue in diaspora. Italiani a Vancouver (Pisa, Pacini, 2011) e, insieme ad Andrea Corsale e Marcello Tanca (a cura di), Percorsi migratori della contemporaneità. Forme, pratiche, territori (Cuec, 2013).

Francesca Mazzuzi, ha recentemente conseguito il dottorato in Storia moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi Cagliari, con una tesi riguardante l’emigrazione dalla Sardegna nel secondo dopoguerra. Si è occupata delle tematiche inerenti il flusso migratorio italiano in Argentina tra il XIX e il XXI secolo, con un assegno di ricerca biennale (2010-212) presso l’ISEM (Istituto del CNR di Storia dell’Europa Mediterranea) di Cagliari e nel 2009 con un periodo di ricerca in Argentina nell’ambito dell’Accordo di Cooperazione Bilaterale tra CONICET (Rep. Argentina) e ISEM-CNR di Cagliari.

Rivolgiamo dunque l’attenzione alla situazione migratoria relativa alla Regione Sardegna, emersa, appunto, dall’indagine condotta dal CEDISE.

Nell’ultimo triennio oltre 7 mila sardi (ISTAT) hanno lasciato l’isola alla volta di varie destinazioni estere. Se a questi si aggiungono coloro che si sono trasferiti in altre regioni italiane (le mete predilette), il dato aumenta in maniera considerevole. Per comprendere le proporzioni si pensi che, secondo il Rapporto Svimez 2013, nel solo 2011 hanno lasciato l’isola 6.600 sardi: 600 diretti all’estero e 6.000 in altri comuni italiani.

Tali dati, che hanno come fonte le cancellazioni anagrafiche dai comuni di residenza, sono solamente indicativi e non rispecchiano la reale consistenza numerica del fenomeno. Ad esempio, gran parte dei rispondenti al questionario – sardi in altre regioni d’Italia o all’estero –  risulta ancora residente nell’isola, anche se da anni domiciliata altrove. Questo ci aiuta a comprendere quanto sia difficile riuscire a quantificare con certezza sia i flussi in uscita, sia i rientri. Per questo motivo risulta ancora più importare dare voce a chi non vive più in Sardegna, per andare oltre il dato numerico (sottostimato) e comprendere il fenomeno nelle sue varie sfaccettature (tipi di mobilità, motivi alla base della partenza, desiderio di tornare, ecc.).

Ecco, quindi che attraverso il questionario ci si chiede: per quali motivi i sardi decidono di lasciare l’isola? Che profili socio-culturali hanno coloro che decidono di partire? A quali condizioni, giovani e meno giovani, più istruiti e meno istruiti, scienziati o camerieri, project manager o artisti creativi, riescono a fermarsi in un paese straniero? E, infine: siamo di fronte a mobilità di tipo permanente o a modelli migratori “vai e vieni” in cui ad un periodo all’estero si alternano ritorni più o meno lunghi nell’isola?

Occorre sottolineare che lo studio presentato al Convegno torinese fa parte di un’indagine tutt’ora in corso e rappresenta la prima tappa di una ricerca più vasta e complessa sul fenomeno migratorio sardo portato avanti dal CEDISE. 

Questa prima analisi ha interessato i sardi che hanno lasciato l’isola a partire dalla fine degli anni Ottanta, ovvero, dopo la cessazione dei grandi flussi migratori che hanno avuto origine dopo il secondo dopoguerra, anche se, nella quasi totalità, si è avuta una più sensibile adesione da parte delle ultime generazioni partite durante il nuovo millennio.

Lo screening effettuato dalle due ricercatrici si è svolto sulla base del duplice criterio quantitativo/qualitativo, partendo dall’analisi delle prime risultanze del questionario proposto online e diretto ai “sardi fuori Sardegna”, sia in Italia che all’estero.

Il questionario si articola in 10 sezioni: spaziando dalle informazioni anagrafiche, alla formazione e condizione prima della partenza, le attuali condizioni di studio o lavoro, l’esperienza migratoria e i legami con l’isola, ecc. Altre informazioni più complete e integrative sono state tratte da una sorta di finestra di dialogo, ovvero degli spazi in cui l’emigrato ha la possibilità di raccontare le proprie storie di vita, esperienze, problematiche incontrate e quanto ha piacere di condividere; oltre, ad altri dati raccolti grazie alla collaborazione venutasi a creare con varie associazioni e federazioni di sardi nel mondo.

In particolare, dall’elaborazione dei questionari è emerso un campione di intervistati con un livello d’istruzione medio-alto, circa 1/3 del quale risiede in una regione italiana del centro-nord, mentre la maggior parte risiede in un Paese estero.

In ogni caso, le mete estere maggiormente “gettonate” sono risultate il Regno Unito, la Germania e la Spagna.  Parlando con i numeri: il 20,8% dei rispondenti mette in conto un possibile ritorno in Sardegna; il 49,4%  si trova bene nel paese in cui si è trasferito e intende restarci; mentre il 25,3% del campione sondato sta valutando un ulteriore trasferimento verso un altro paese in cerca di migliori opportunità lavorative (il 4,5% non ha risposto a questa specifica domanda).

Nonostante le confortanti previsioni (fornite dall’agenzia di rating Fitch) del PIL regionale in leggera ripresa nel 2015 (+ 0,5%), le ragioni che ancora spingono i giovani ad abbandonare l’isola possono essere primariamente individuate nella stagnazione economica e nella conseguente esiguità delle opportunità lavorative. Ma, un tessuto sociale in cui al comando (e non solo!) è ancora molto presente la componente formatasi nella prima parte della seconda metà del secolo scorso, poco avvezza all’innovazione; insieme all’applicazione di quelle che oggi si definirebbero bad practices, le vecchie logiche familistiche e clientelari, che non facilitano certamente l’affermazione del criterio selettivo del merito e il ricambio generazionale, fanno il resto.

Più della metà del campione intervistato ha ammesso che le esperienze di studio o lavoro fuori dalla Sardegna hanno poi condotto ad un importante arricchimento del proprio c.v., una minore precarietà lavorativa e una significativa crescita del proprio reddito annuo, determinando, dunque, un generale miglioramento economico e sociale e una maggiore serenità familiare.

Dato che trova conferma anche nell’analisi svolta per il Sole 24 Ore dall’osservatorio JobPricing, in cui si sottolinea che, a parità di curriculum, pare che gli under 30 italiani siano tendenzialmente pagati di più se tentano la carriera in Germania, Regno Unito o Francia. Questo avverrebbe specialmente, nelle professioni iper-qualificate, in cui lo stipendio previsto sul mercato tedesco o inglese può arrivare perfino al doppio della media italiana. Mentre, per le figure meno rare che vanno dall’area vendita all’amministrazione, il differenziale risulta molto meno marcato, andando ad  assottigliarsi fino ad uno scarto di circa 2 mila euro annui, sui quali poi vanno a gravare le tasse e il costi della vita spesso più elevati, soprattutto nelle metropoli come Londra e Parigi[2].

Le risultanze del questionario CEDISE ci dicono anche che in chi esprime l’intento di voler rientrare a casa, gioca un ruolo determinante il forte legame familiare/amicale e quello con l’isola e le proprie tradizioni socio-culturali. Ma, per la maggioranza di essi, la mancanza di adeguate opportunità lavorative in linea con la formazione universitaria conseguita o con le competenze precedentemente acquisite nel mondo del lavoro, per chi, dopo aver perso il posto di lavoro a causa della crisi economica, non è riuscito a reinserirsi nell’ambito della propria regione, continuano a rappresentare un forte disincentivo al definitivo rientro in Sardegna.

Il Presidente Aldo Aledda, profondo conoscitore della storia delle migrazioni sarde, orgogliosamente, ha il piacere di sottolineare che ‹‹con questa iniziativa, in cantiere da oltre un anno (perché ha richiesto un importante lavoro di preparazione preliminare, controllo e messa a punto dei vari test e sezioni con l’attiva partecipazione di esperti di diverse discipline, oltre alla calibratura tecnica del modello on line), il CEDISE ha messo in piedi un autentico osservatorio sulla mobilità dei sardi fuori dell’isola, studiando non solo le condizioni socio-economiche ma, in prospettiva, anche il ruolo e le risposte dell’associazionismo organizzato alle nuove migrazioni e il modo di convogliare, entro un discorso organico, fatto anche di proposte e iniziative concrete, le molteplici facce che assume, attraverso i social network, la vasta galassia dei sardi all’estero (giovani e meno giovani), il cui numero, come hanno dimostrato anche questi primi sondaggi che hanno evidenziato tanti soggetti non registrati dall’AIRE e dai consolati, va ben oltre le cifre ufficiali››.

Tale indagine tende, quindi, a restituire complessità e spessore ai dati numerici. Da un lato, per mappare la presenza dei sardi nel mondo, le loro attività, i problemi e le potenzialità di questa presenza dislocata; dall’altro, per rilanciare il dibattito sul problema demografico in Sardegna, un’isola che, a causa della sua scarsa densità abitativa, subisce in maniera drammatica l’impatto delle emigrazioni in termini di spopolamento e di depauperamento della forza lavoro attiva.

Subito dopo il convegno tenutosi a Torino, i risultati dello studio Cedise hanno avuto vasta eco, rimbalzando sui media locali, tv e quotidiani sardi. Questo significa, dunque, che l’argomento desta sempre molta attenzione e che vi è necessità di capire e approfondire le dinamiche delle vicende migratorie sarde.

Il CEDISE intende continuare a studiare tali dinamiche, innanzitutto, attraverso una più capillare diffusione del questionario – facendo appello a tutti i sardi che nell’ultimo periodo hanno lasciato l’isola e non hanno ancora avuto modo di compilarlo – e altresì con ulteriori mirati approfondimenti e specifiche ricerche sulle diverse sfaccettature e caratterizzazioni che il fenomeno presenta. Di volta in volta, verranno resi noti gli stati di avanzamento della ricerca, prevedendo un maggior coinvolgimento degli stessi intervistati, sia attraverso la promozione di convegni o tavole rotonde sul tema, sia anche attraverso l’apertura di un apposito forum sui social network in cui i sardi che si trovano all’estero possano ritrovarsi per parlare di Sardegna, confrontarsi fra loro, ma anche interagire col Centro Studi, esprimere le loro idee o esperienze di vita; proporre suggerimenti e progetti. 

Chi avesse piacere di prendere parte allo studio, dando il suo contributo con la compilazione del citato questionario (giova ricordarlo: in forma anonima) può farlo accedendo alla pagina del sito che presenta la ricerca: http://www.cedise.net/it/ricerca-sardi-nel-mondo/ oppure direttamente al link relativo all’indagine:  http://www.indaginesardinelmondo.it/sondaggio/index.php/192171/lang-it


[1] Mario Piccoli (Fondatore e Presidente di Career Counseling e Presidente dell’AISO – Associazione Italiana Società di Outplacement). Spariranno 1 miliardo e 300 milioni di posizioni lavorative entro il 2020. Fonte: http://bersagliolavoro.blogspot.it/: Post del 5 giugno 2015.
 

[2] Cfr. Alberto Magnani, Giovani talenti in fuga, per gli stipendi non è sempre un Bengodi: ecco quanto sono pagati gli italiani all’estero. Il Sole 24 ore del 21 maggio 2015.

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2 commenti

  1. Veramente interessante e fruibile, bravissima Elisa!

  2. Carlo Borghesan

    Molto interessante la ricerca effettuata dal CEDISE che si riferisce in particolare all’emigrazione di un’importante Regione come la Sardegna, ma che, a grandi linee, potrebbe riguardare anche moltissime altre parti d’Italia. L’emigrazione è un fenomeno che, da sempre, ha riguardato numerose Regioni del nostro Paese (Veneto compreso), nel passato e anche ai nostri giorni, a causa del particolare momento che stiamo vivendo: è una cosa, purtroppo, fisiologica ma che in me ha sempre suscitato una grandissima malinconia.
    Complimenti a Elisa per la chiarezza e l’efficacia con cui nel suo articolo ci ha spiegato l’argomento.
    Carlo Borghesan

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