UN VIAGGIO NELLA MEMORIA E NEI SOGNI: LA SETTIMANA DELLA MODA A MILANO CON ANTONIO MARRAS IN PASSERELLA


di Mariella Cortès

Le memorie, nelle loro complessità e nelle stratificazioni del tempo, diventano parti di una storia che si compone, pezzo per pezzo, volatile per il suo essere eterea. Vanno tenuti saldi questi pensieri che si fanno pesanti, che a volte non vogliono esser visti, che si aggirano in maniera surreale tra i nostri passi. Come nei sogni, ogni frammento sembra solo apparentemente scollegato dall’altro, per emozionare e sconvolgere.

Così, Antonio Marras che, a Milano -è ancora Fashion Week – riesce a superarsi e, con un colpo di teatro degno dei migliori maestri, racconta la donna della prossima primavera estate con una fiaba contemporanea, dedicata ai popoli in fuga, in una riflessione che lascia senza fiato, firmando la migliore collezione di sempre. A far da cornice una passerella di corde che legano, verso il cielo, pesanti macigni con, alle spalle, una quinta scenica fatta di tappeti artistici e, ad accogliere gli ospiti, i melograni, simboli di un unico involucro che raccoglie infinite culture, omaggio al capolavoro cinematografico “Il colore del melograno”. Atmosfere lontane e viaggi.  Abiti che diventano stratificazioni dei ricordi, uniformati sotto un motto: “occorre l’eccesso, l’eccentricità contro il luogo comune, la banalità e l’uniformità” . L’ispirazione arriva da un tassello di memoria: era il 2007 quando Marras, a Parigi, venne colpito dalla mostra Le Magnifique, dell’artista armento Sergej Paradzanov. I lavori di questo “regista improvvisatore” amante di tradizioni e folclore, di collezionismo e patrimoni fiabeschi che ha raccontato le tradizioni del Caucaso, divengono impulso per una riflessione che si sedimenta ed esplode con una collezione che non risparmia, tra i presenti, lacrime di profonda commozione, coinvolgendo tutti i sensi. Così, anche i tessuti di Marras dove il voile, i veli e le trasparenze giocano per contrasto e similitudine con tessuti preziosi, broccati e chiffon, pizzi, lini e pelle e l’ornamento e le decorazioni sontuose divengono simbolici. E in questa sfilata che è un po’ un viaggio tra l’Iran, nei tappeti artistici di Mahmoud Saleh Mohammadi e il Caucaso di Paradzanov, le donne di Marras si muovono solenni come regine del deserto, sicure di sè, con abiti dalle linee allungate, fluide e asimmetriche ed inserimenti di costruzioni da atelier e fantasie su tagli maschili che caratterizzano i pantaloni ampi e le giacche doppiopetto. Sovrane passionarie nei lunghi abiti sensuali e nei colli di pizzo ed inaspettate quando i toni ossidati dell’oro, del bronzo e l’ottone e, ancora, piombo, avorio, sabbia, grigio verde e testa di moro- lasciano spazio a esplosioni di colori o vanno a richiamare, insieme, i ricami di Mohammadi e i film di Paradzanov in un tripudio di bianco, turchese, porpora e giada brillante. E in questi sogni di viaggi, di metamorfosi e fantasie eclettiche fatte di gonne che avvolgono la figura sin sotto il ginocchio, geometrie e righe, stampe di rose cremisi e fiori di tappezzeria, cinture di vernice che segnano il punto vita, rouches, scialli e capispalla preziosi, di ritmi in un continuo crescendo, all’ultima uscita di questa ampissima e complessa collezione, tutto, a un tratto, si placa. Ci pensa il vento estivo a spostare, come fosse un sipario teatrale, i tappeti e svelare la donna Antonio Marras che corre, scalza, tra i macigni, che si sollevano come animati da soffi vitali. Solo il bianco, declinato in lino, pizzi, veli e voille, si fa metafora per ricordare tutti i popoli in fuga e in una urgenza biografica, rende evidenti i pensieri, liberandoli ma senza sradicarli dalla memoria. Perchè, senza quella, non vi sono emozioni.

 

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