“SU NURAXI”, SESSANT’ANNI DOPO GIOVANNI LILLIU: GLI ARCHEOLOGI TORNANO A BARUMINI

immagine di Ivo Piras

di Francesca Mulas

Tanti sono i misteri ancora da svelare attorno alla grande fortezza nuragica di Barumini, il monumento della Sardegna antica più famoso al mondo costruito 3500 anni fa. Quali e quante furono le fasi di vita del villaggio e del maestoso nuraghe? Perché a un certo punto la vecchia torre fu rinforzata e protetta con un poderoso bastione quadrilobato? In quale momento della nostra storia il sito cessò di avere una funzione abitativa e divenne una fortezza munita di piombatoi, feritoie, armi e soldati? A questi interrogativi cercheranno una risposta gli archeologi che nelle ultime settimane hanno lavorato sul sito: un cantiere molto atteso, se si considera che l’ultimo scavo archeologico risale agli anni Cinquanta a cura di Giovanni Lilliu, e che gli interventi successivi furono semplicemente di restauro e consolidamento. Dopo sessant’anni dunque gli studiosi sono tornati a Barumini: a guidare la squadra, l’Università di Cagliari con borsisti e studenti dei corsi di Beni culturali e di Archeologia, insieme a loro quattro dottorandi dell’Università di Granada. Il progetto di scavo, portato avanti in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Sardegna, èfinanziato da Comune di Barumini e Fondazione Barumini Sistema Cultura.I lavori sono iniziati lo scorso 24 agosto e si sono chiusi venerdì 18 settembre: gli scavi, coordinati dal direttore scientifico Riccardo Cicilloni e dal vicedirettore di scavo Giacomo Paglietti, sono stati portati avanti con l’obiettivo di fare chiarezza su alcune zone d’ombra del sito, in particolare sul grande bastione munito di quattro torri che in epoca antica, probabilmente intorno al Bronzo Recente, fu costruito attorno alla torre più antica, e sull’antemurale che lo circondava. Fondamentale nel cantiere è stato raccogliere anche i più piccoli resti di ceramica, ossa e cenere: grazie ai nuovi metodi di analisi oggi sarà possibile datare con certezza quello che sessant’anni fa poteva essere semplicemente descritto e documentato. Gli archeologi si sono concentrati in particolare su una torre-capanna a ridosso del bastione, su un saggio nel terreno al di fuori dell’area già scavata da Lilliu e su una capanna del villaggio, la numero 197, datata al Bronzo Finale tra il 1050 e il 900 a.C.. È da qui che arriva la sorpresa più grande: qualcuno tremila anni scavò una fossetta di pochi centimetri nel pavimento e ci nascose un vaso in ceramica che ancora oggi conservava resti di animali e cenere. Un gesto interpretato dagli studiosi sul campo come un ‘rito di fondazione’, offerta propiziatoria e ben augurante per la nuova costruzione. L’importanza della scoperta sta proprio nei resti di carbone contenuti dal vasetto: con le analisi del Carbonio 14 potremo conoscere l’età esatta del legno bruciato e capire con precisione in che momento questa capanna e il suo villaggio vennero costruiti. I campioni di carbone saranno presto spediti a Oxford dove esiste un centro specializzato nella datazione al C14 mentre i resti di animali verranno studiati da un archeozoologo e i frammenti di ceramica dagli archeologi che hanno lavorato allo scavo. Una tessera in più per ricostruire la storia di questo straordinario sito che l’Unesco ha voluto dichiarare nel 1997 patrimonio dell’umanità.

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