LA LUNGA STRADA VERSO LA VERITA’: INTERVISTA A LUCHINO CHESSA, IL FIGLIO DEL COMANDANTE DEL MOBY PRINCE


di Daniele Madau

Il 22 luglio il Senato, all’unanimità, ha deciso l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince: finalmente una presa di posizione consapevole della politica, sui misteri che avvolgono la notte del 10 aprile 1991. Una notte nella quale morirono 141 persone, tra le quali tanti sardi: più di vent’anni di silenzi assordanti.. In occasione di una notizia così attesa, abbiamo incontrato Luchino Chessa, figlio di Ugo, comandante del Moby Prince. Può uno Stato non accettare che si faccia chiarezza sulla morte di 141 suoi figli? Può una Regione non gridare di volere la verità sulla morte di decine di sardi? Domande senza risposta. C’è chi, però, non smette di lottare. Così riponiamo le nostre speranze nella nuova commissione d’inchiesta e, per un giorno, gioiamo di questo passo.

Partiamo da una delle fotografie simbolo del rogo sul Moby, dopo lo scontro con la petroliera Agip Abruzzo: quella del corpo che, la mattina dopo, brucia sul punte. Cosa ci dice quella drammatica immagine? Ci dice che dentro il Moby Prince c’era ancora gente viva; uno dei punti forti di chi ha voluto chiudere tutto era dire che fossero morti nell’arco di mezz’ora tutti quanti. Anche se arrivati in tempo, secondo la loro versione, i soccorsi non avrebbero potuto fare nulla. Invece quel corpo di una persona viva, che la mattina esce, va sul punte, cerca scampo e poi cade sfinita ci dice che soffrirono a lungo. Lo stesso mozzo Bertrand (l’unico sopravvissuto), disse che c’erano persone vive. Dopo mezz’ora di silenzio, però, una persona dell’equipe che portò in salvo lo stesso Bertrand dirà di aver saputo da lui stesso che i passeggeri del Moby erano tutti morti. Anche questa è una cosa che lascia stupefatti. E’ come se gli avessero fatto il lavaggio del cervello e gli avessero fatto cambiare idea.

Le persone erano nella sala Deluxe perché si aspettavano i soccorsi molto presto, essendo ancora in rada, e perché la sala era un compartimento stagno. Invece il fuoco avvolge il salone e loro, poco a poco, muoiono. E’ una ricostruzione esatta? Secondo me sono morti dopo molto tempo; a un certo punto hanno aperto le porte perché c’era caldo e hanno cercato di raffreddarsi con le manichette anti-incendio. Alcuni sono scesi nel garage, come è evidente dalle impronte delle mani sulle auto coperte di fuliggine e bruciacchiate dal fuoco. Per cui alcuni sono morti nel salone, soprattutto anziani, donne e bambini. Invece i single, i mariti sono andati avanti a cercare vie di fughe e sono morti cercando salvezza. Il fatto che siano morti, purtroppo, lentamente, è provato anche dal fatto che abbiamo trovato oggetti intatti indosso alle persone che cercavano salvezza, in attesa dei soccorsi: è questa attesa la cosa più drammatica.

Il nostromo Ciro Di Lauro, che ha subito un processo, si è accusato di aver manomesso, la mattina dopo, il timone, giusto? Non ricordo quando ha detto di averlo fatto; io la mattina dopo l’ho visto e mi ha abbracciato piangendo. Qualche giorno dopo ho avuto la sensazione che neanche mi guardasse più. Forse era solo una sensazione, non so.

Dall’analisi del materiale a disposizione, in particolare dai file audio, emergerebbe una superficialità dei soccorsi imbarazzante. Come si può conciliare questa superficialità, che già di per sé può essere colposa, con gli “scenari di guerra” di cui si è tanto parlato? La disarmante trascuratezza non potrebbe essere già una spiegazione del ritardo nei soccorsi stessi? Noi pensavamo così, però il ritardo è troppo, è tutto troppo strano. Io non lo so, però non è normale che il comandante del porto arrivi dopo un bel po’ di tempo e, anziché salire su una motovedetta, vada a cambiarsi per mettersi la divisa d’ordinanza e non si dedichi a coordinare i soccorsi. Nelle registrazioni il comandante non parla mai: se io fossi stato al suo posto avrei coordinato i soccorsi, avrei cercato contatti per capire cosa stesse accadendo. Assurdo che una pilotina, una navina, abbia visto per prima il Moby Prince e abbia recuperato il mozzo, nonostante ci fossero i rimorchiatori e i vigili del fuoco. Io non so se la petroliera avesse qualcosa da nascondere: di sicuro era in una zona dove non poteva stare e, di sicuro, ha attirato i soccorsi verso di sé. Il totale delle vittime,infatti, fu tutto a carico del Moby, mentre nessun membro della petroliera morì.

Esisterebbero delle risultanze che, anche per la vicinanza a Livorno della base navale americana di Camp Darby, parlerebbero sia di navi che si trovavano lì sotto falso nome, sia di traffico di armi verso la Somalia. Io non so se c’entri davvero qualcosa il traffico di armi con la strage del Moby Prince: sta di fatto che, qualcosa, lì c’era. Noi sappiamo soltanto che il Moby Prince stava andando per la sua strada ed era lontano dall’Agip Abruzzo, come aveva affermato l’avvisatore marittimo. Non era nella traiettoria della petroliera, all’inizio, ma ha dovuto invertire la rotta a causa di qualcosa, cambiare traiettoria e tornare indietro: così ha fatto una grossa virata e si è inchiodato sulla petroliera. Nei processi, però, è emerso come il traghetto andasse dritto sulla petroliera, a causa di un banco di nebbia e della distrazione. Sono state fatte indagini e incidenti probatori su alcune parti, le eliche e il loro sistema oleodinamico – visto che sembrava che qualcosa non avesse funzionato bene – ma non sappiamo cosa abbia fatto virare il traghetto: un ostacolo? Una nave?. Il fatto poi che il Moby Prince non esista più (è affondato nel 1998 e poi smaltito, nonostante i tentavi di opposizione al dissequestro: altro particolare incomprensibile) non ci permette di approfondire. L’ipotesi è che chi stava facendo altro, e magari non in maniera legale, si sia trovato nella possibilità di essere scoperto. A Livorno, probabilmente, si sapeva cosa succedeva lì, forse lo sapevano anche i responsabili del porto; per cui potrebbe anche essere che si siano tentate delle azioni per tenere sotto controllo tutto. Non tanto come cause dell’incidente ma per ciò che è successo dopo, i ritardi nei soccorsi e il tentativo di ridurre tutto a un banale incidente. Però sappiamo, si vede benissimo da alcune immagini, che non era presente nessun banco di nebbia e, soprattutto, contrariamente a quanto hanno affermato i periti, il Moby Prince era dietro la petroliera e non davanti, come ci si aspetterebbe nel caso di un incidente avvenuto secondo le modalità che sono state indicate. Tutto questo è stato detto durante i processi ma non è servito. Il primo, poi, è stato drammatico, doloroso: l’avvisatore marittimo, che è quello che sta sulla torretta e vede tutti i movimenti delle navi, grazie a una bussola presente sul suo vetro, affermava come il Moby avesse preso una rotta diversa da quella riportata nelle perizie ufficiali; è stato, però, rovinato, è stato fatto passare come un ignorante superficiale. Il processo credo sia stato pilotato bene, indirizzato a una versione che vedeva il Moby troppo veloce, un radar non funzionante e il banco di nebbia. E’ chiaro che se piloti il processo in questo modo hai ottenuto ciò che volevi.

Dei 141 passeggeri morti, tanti erano cittadini sardi. Qual è stato il comportamento della Regione Sardegna davanti a tutto questo? Silenzio assoluto, nessuno ha mai fatto niente, nessuno si è preso la briga di proporre qualche iniziativa da nessun punto di vista. Neanche nessuna dichiarazione.

I rapporti con le altre istituzioni come sono stati? Praticamente nulli; abbiamo avuto qualche contatto con alcuni parlamentari nel passato: precisamente avevamo tentato di far costituire la commissione d’inchiesta negli anni ’90, con l’onorevole Magrone, ma non si è mai arrivati a nulla. Il primo reale rapporto l’abbiamo avuto con l’onorevole Michele Piras, che ha aperto la strada; poi sono arrivati i Cinque Stelle, precisamente con Sara Paglini. Si è interessato poi Luigi Manconi, col quale ci siamo incontrati a Sassari, con Piras, Silvio Lai e l’ex ministra della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, nell’occasione in cui ci siamo fatti sentire con la ministra in maniera forte. Poi altri di Sel, come Petraglia e Uras. Loro si sono dati da fare: e ora tre disegni di legge sono stati riuniti in un testo unico e, dopo alcune peripezie e nostre dichiarazioni forti, si è arrivati alla commissione d’inchiesta. Non avrei potuto stare zitto, per assecondare i giochi politici: non tanto per me ma per i morti, per i cittadini italiani e per la giustizia, e ora gioisco per questo risultato.

Come hai vissuto i momenti dopo la strage? I momenti più difficili sono stati quelli dopo la scoperta della notizia e quando abbiamo dovuto riconoscere i cadaveri, come si può immaginare. Poi, dopo il momento di stordimento iniziale, era arrivata anche un’ingenua fiducia: pensavamo che le cose potessero andare secondo una linea condivisa, perché io, noi, credevamo nella giustizia. Noi come parti civili abbiamo dato il massimo, abbiamo messo il nostro impegno, anche finanziario, i nostri avvocati, i nostri periti, mettevamo in mano ai giudici le nostre scoperte. Poi ti rendi conto che questo non serve e ti senti tradito: questo ha fatto davvero male, il tradimento della Giustizia, con la g maiuscola, da noi avvertito, ci ha quasi distrutto. Poi ci siamo temprati e siamo andati avanti.

Come si stanno muovendo le associazioni che lottano per la verità? Esistono due associazioni: “140” e quella dei familiari delle vittime “10 aprile”.Ormai stiamo lavorando insieme; nel passato, purtroppo, abbiamo avuto divisioni, forse pilotate: noi stupidamente abbiamo assecondato quella strategia. Ora no, però, e c’è stato un forte cambio di passo: sperimentiamo il fatto che “l’unione fa la forza”. E’ davvero cambiato tutto, è questo e molto importante. Speriamo che sia anche mutato il momento storico, e che sia più favorevole.

Come vuoi ricordare tuo padre, il comandante Ugo Chessa? Mio padre è nato a La Spezia, siamo di Cagliari però. E’ stato uno dei più giovani comandanti del Mediterraneo. Aveva tantissima esperienza su rotte transoceaniche, su mercantili, petroliere; aveva comandato la nave di Khasshoggi, per tanti anni. Un uomo di esperienza ma, più che altro, di alto rigore professionale. Un uomo tutto d’un pezzo, che non transigeva sul lavoro, ferreo: faceva quasi paura. Poi, però, al di fuori del lavoro si apriva, era buono. Questo fa ancora più rabbia: pensare che un uomo così, con una disciplina marinara del suo stampo, possa essere tacciato di questa superficialità. Noi combattiamo per tutti ma io e mio fratello Angelo abbiamo anche il dovere di tutelare la sua immagine. In tutti gli ambienti, però, dove l’hanno conosciuto nessuno crede alle stupidaggini dette sul suo conto. Nelle conclusioni dell’ultima inchiesta, quella che abbiamo fatto riaprire nel 2006 e fu portata a termine nel 2008, emerge che quasi navigasse con spensieratezza. Come si può affermare una cosa del genere? E pensare che siamo stati anche accusati di aver fatto spendere, con la riapertura dell’inchiesta, denaro pubblico.

http://tramasdeamistade.org/

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