A 30 ANNI DI DISTANZA DALLA VISITA DI PAPA WOJTYLA A MONTEPONI, IL MONDO DEL LAVORO SOFFRE ANCORA DI CONTRADDIZIONI


di Massimo Carta

“Vi saluto di gran cuore carissimi minatori, ci sono anche minatrici, lieto di essere in mezzo a voi per questo incontro che mi è particolarmente caro. Il vostro lavoro rappresenta una tradizione che risale lontano nei secoli, perché il suolo della vostra Isola nasconde sue specifiche ricchezze. Questa vostra miniera, che sarò lieto di visitare tra poco, risale al tempo dei Fenici”. Così si esprimeva Papa Giovanni Paolo II il 18 ottobre 1985, quasi 30 anni fa nel far visita alla miniera di Monteponi dove scese nel cuore dell’Iglesiente per centinaia di metri accompagnato da Tecnici e Dirigenti della Società Samim dell’Eni. 30 anni che hanno continuato a segnare, in maniera forte e coraggiosa, il pontificato del Papa “venuto dall’Est” portando con se sconvolgimenti geopolitici di imprevedibile dimensione e aperture di dialogo il cui effetto non si è ancora arrestato. Questi è stato il Papa, Karol Wojtyla, che nel breve volgere di tempo anche la Chiesa, ma ancora prima il popolo dei Credenti, ha voluto Santo nell’Onore degli Altari. “Con pari affetto, ebbe ad aggiungere il Papa il 18 ottobre 1985, saluto i lavoratori delle industrie metalmeccaniche e, più in generale, i rappresentanti delle varie categorie di lavoratori qui convenuti da tutta l’Isola. Ho ascoltato con vivo interesse le parole di uno che voi mi ha rivolto, ed assicuro che le preoccupazioni da lui espresse a nome di tutti trovano nel mio animo eco sentita e profonda… Il mio pensiero va anche alle vostre amate famiglie, carissimi; alle vostre spose e ai figli, per il cui benessere voi spendete generosamente le vostre energie. Ritornando a casa, portate loro il mio saluto molto cordiale”. L’onore di quel saluto al Papa fu del minatore di Monteponi Angelo Meloni, ma le emozioni furono di migliaia di persone, minatori e non, che quel giorno affollarono il piazzale di Monteponi e successivamente quello della Chiesa Cuore Immacolato nel centro di Iglesias. Tutti i messaggi del Santo Padre furono incentrati sul lavoro, allora precario oggi divenuto quasi una chimera. Allora si era alla vigilia della chiusura dell’epopea minerario – metallurgica, oggi completamente scomparso; alla stregua della sorte toccata, salvo qualche rara eccezione, agli impianti metallurgici di Portovesme. In quell’occasione Papa Wojtyla ebbe ad esprimersi: “Cari fratelli operai”, perché lui si ricordava di quand’era operaio in Polonia, prima d’intraprendere la strada del sacerdozio e, via via, fino a diventare Capo della Chiesa Cattolica. Era stato un’anticipazione di quella mirabile Enciclica “Centesimus annus” in cui i temi della dignità del lavoro, di qualsiasi lavoro, sono energicamente pronunciati, anche se molto spesso disattesi nella catechesi sociale dallo stesso Clero, in primis i Vescovi. Ciò che è venuto meno, in questi recenti decenni, è l’assunzione di responsabilità dei Laici che, adeguatamente formati, avrebbero dovuto esprimere, prima di tutto col proprio esempio, la Dottrina sociale della Chiesa, proponendosi in condizione di testimoni e di servizio verso la Comunità. Invece si è assistito alla crescente corrente del Clero aggregato al politico di turno, testimone di non lineare condotta di vita, se non quella finalizzata agli interessi più mercificati. E’ lo stesso ambiente che primeggia nel sostenere “falsi profeti”, caratterizzati per lo più da alettanti oboli, piuttosto che promuovere la carità, la solidarietà più genuina, o magari la condivisione. Del messaggio al mondo del lavoro, pronunciato da Papa Wojtiyla a Monteponi, ben poco è rimasto. Lo dimostra anche il silenzio che sta avvolgendo la storica ricorrenza dei 30 anni di Karol Wojtyla a Monteponi. Alla fine ci sarà anche chi scatterà, di fronte a simili affermazioni, asserendo che il programma per ricordare la storica data è già in cantiere. Un’affermazione del genere sarebbe come sconfessare se stessi, confermando, ancora una volta di più, lo stato semidormiente in cui certa Chiesa particolare continua a vivere la sua dimensione. Così i problemi sociali, che dovrebbero vedere, non la gerarchia del Clero ma i Laici, impegnati in prima fila, restano soffocati perché ciò fa comodo al politico di turno. Ma le famiglie continuano a soffrire.

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