L’INVASIONE DELLE ALGHE E L’UMANITA’ CHE RESIDUA: SE IL MARE SARDO E’ PURO, E’ GRAZIE ALLA POSIDONIA


di Fiorenzo Caterini

Quando ho intravisto, di sfuggita, il titolo di un giornale, “allarme alghe”, mi sono preoccupato. La posidonia, la pianta marina volgarmente viene definita alga, è il polmone, il motore vitale dell’ecosistema marino e componente fondamentale di uno dei più preziosi beni che abbiamo in Sardegna, le spiagge.

Ho pensato ad un disastro, all’impoverimento dei nostri preziosi banchi sottomarini di posidonia, magari per inquinamento, o per il traffico motonautico.

Per fortuna, l’allarme non era relativo allo stato di salute della prateria di posidonia, ma al fatto che vi fosse un consistente spiaggiamento della stessa in alcune località dell’isola, con tanto di proteste di bagnanti e turisti.

Un problema, peraltro, già risolto devo dire anche ottimamente dalla Regione Sarda, ma che viene tirato in ballo pretestuosamente per portare i soliti attacchi alla naturalità delle cose. Di volta in volta la colpa è del pollo sultano per le alluvioni, della gallina prataiola se non si finiscono le strade, delle alghe se non vengono i turisti.

Tanto che mi sorge il dubbio che tra certi disservizi e le vibrate proteste da parte di taluni amministratori vi sia, come dire, un legame un po’ perverso.

Chiaramente i turisti non hanno la consapevolezza del fatto che la posidonia sia il più tangibile indice di purezza e pulizia delle nostre acque. Se il mare della Sardegna è limpido, tanto da poter vedere il pesciolino minuscolo che gioca con i tuoi piedi, è grazie alla posidonia che ossigena le acque.

Queste cose il turista non le sa perché, a parte qualche meritorio cartellone informativo posto all’ingresso delle spiagge in alcune aree SIC dell’isola, nessuno si è premunito di informarlo.

Per cui, per il turista e anche per gli operatori turistici e certuni amministratori, la posidonia è diventata un nemico da combattere con tutti i mezzi. L’economia moderna è basata sul “tutto e subito”, meglio una spiaggia accogliente ora che una spiaggia erosa domani. E’ la logica consumista dell’usa e getta.

Ma la funzione della poseidonia per l’equilibrio della spiaggia è fondamentale, pari all’apporto dei detriti dei fiumi e delle piante retrodunali (scambiate per erbacce) che trattengono la sabbia con le loro lunghissime radici. Quando da bambini facevamo le buche nella sabbia, capitava scavando di incontrare uno strato di alghe. Infatti le successive mareggiate creano una stratificazione di poseidonia sotto la sabbia, donandole quella consistenza spugnosa che rappresenta la naturale barriera contro l’erosione.

Per contro, la pulizia della sabbia attuata con mezzi meccanici pesanti, pressando e provocando dei solchi sulla spiaggia, provoca una accelerazione dei processi erosivi. Inoltre, insieme alla posidonia, resta imprigionata una grande quantità di sabbia che andrebbe perduta in discarica.

La spiaggia, insomma, è un ecosistema tanto prezioso per la nostra economia quanto delicatissimo, che va gestito nel migliore dei modi.

Ci si trova di fronte, pertanto, ad una scelta apparentemente difficile: come garantire la stagione balneare senza danneggiare la spiaggia?

Ebbene, come si accennava, in Sardegna, con una determinazione regionale (942 del 7 aprile 2008) , è stata trovata una soluzione di buon compromesso. La posidonia, infatti, viene raccolta con mezzi manuali o, nel caso di grandi spiagge, con mezzi meccanici leggeri, per essere depositata al margine della spiaggia stessa, e poi riportata nel suo luogo naturale alla fine della stagione balneare. Nel caso di fenomeni di putrescenza, la posidonia può essere eliminata senz’altro.

Insomma, in Sardegna è stata trovata una soluzione ottima che, se vogliamo, a dispetto di quanto si crede, rappresenta una sintesi molto avanzata che pone insieme la tutela dell’ecosistema e la gestione turistica delle spiagge. Una dimostrazione di grande civiltà ecologica che dovrebbe essere da esempio ed esportata altrove.

Ma, in Sardegna, non sappiamo neppure valorizzare le cose buone che facciamo, e neppure sappiamo promuoverle.

Ma allora questo allarme pretestuoso a cosa è dovuto?

E’ dovuto al fatto che in alcune zone dell’isola, quest’anno, l’apporto naturale di posidonia è stato molto consistente, e pertanto vi sono state delle difficoltà nella gestione logistica del fenomeno.

Roba risolvibile con un po’ di buona volontà da parte degli enti preposti e che, dopo le prime titubanze, si sta avviando a soluzione.

Una tempesta in un bicchier d’acqua insomma, alimentata da coloro che provano fastidio per tutte quelle delicatezze nei confronti della natura, scambiate spesso per lacci, lacciuoli, impedimenti al libero mercato e alla libera impresa.

A tutto questo si aggiunge uno strano paradosso “antropologico”, tipico delle società industrializzate. I turisti vengono in Sardegna spesso attratti da un “richiamo della foresta”, un bisogno mai del tutto sopito di genuinità, di paesaggi aperti, di mari azzurri e boschi verdi, che leniscano l’alienazione e la socialità perduta nelle spire della modernità, che ricreino uno stato atavico che armonizzi l’essere con il mondo naturale delle cose.

Però, altrettanto spesso, costoro non riescono a liberarsi del tutto dalla vita artificiale e dal mondo fittizio delle cose artefatte da cui provengono. Si crea un conflitto che, se vogliamo, è forse il maggior motivo di disagio delle persone in questa parte di mondo. Si spaventano per le spine di un riccio, si straniscono per l’odore dell’alga spiaggiata, si lamentano se il servizio non è a portata di gambe sedentarie atrofizzate dall’ufficio e dall’auto.

Fuori dall’isola hanno risolto il problema trasformando la spiaggia in un sistema antropizzato, del tutto artificiale, con barriere protettive e sabbia portata dalle cave, una estensione della stessa città in cui si vive, una sorta di grande piscina. Lì le posidonia non si spiaggia più, e l’acqua resta torbida.

Allora dobbiamo intenderci sul ruolo turistico che la Sardegna deve mantenere. Per gli esigenti dei servizi e delle spiagge artificiali il mercato è saturo e la Sardegna non può competere.

Per quelli che hanno risolto la tensione tra artificiale e naturale, per gli amanti delle prospettive azzurre, delle acque trasparenti, dei pesci che ti mordicchiano l’alluce, chiediamo ai nostri amici turisti un po’ di pazienza. Se trovate un po’ di alghe, sappiate che è nell’ordine naturale delle cose e delle spiagge pulite. Abbiate la pazienza di aspettare che vengano delicatamente rimosse.

Chiedete che i servizi vengano potenziati e migliorati, purché essi non intacchino il valore ambientale e paesaggistico del sito, sarete i primi a non tornare più nella moderna logica dell’usa e getta.

Che le spiagge della Sardegna sono un patrimonio dell’umanità, e dunque di tutte quelle persone che, di umano, sono riuscite a conservare qualcosa in questo mondo alienante.

* http://www.sardegnablogger.it/

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