LA SARDEGNA CHE NON VI HO DETTO: L’ISOLA CON I SEGNI DELL’INCIVILTA’ DESTABILIZZANO IL MITO


di Natascia Talloru

Uno dei connotati che contraddistingue il sardo dagli altri italiani è probabilmente l’attaccamento smodato alla Sardegna e a tutto ciò che le riguarda. Se mai vi doveste trovare a far parte di una conversazione tra un sardo, un siciliano e un napoletano, limitandoci ad alcuni abitanti del Mezzogiorno, certamente il nostro amico sardo passerà il tempo a raccontare aneddoti e fatti, a descrivere luoghi e storie proprie della sua terra con un’enfasi che il siciliano e il napoletano stesso faticherebbero a capire. Il cibo sardo sarebbe il migliore, il mare e le montagne sarebbero migliori, le persone che vi abitano sarebbero le migliori. Niente di più vero in tutto questo e non sto a raccontarvi una barzelletta, ma vi è una vera e propria passione radicata conseguente a chissà quale antico incantesimo la Sardegna abbia mai rivolto a tutti i suoi abitanti. Si dice di una terra selvaggia, oltre “le colonne d’Ercole”, mito e realtà, patria degli ultracentenari, isola della fertilità, certamente messaggi evocativi di una terra dove la natura ha deciso consapevolmente di esprimere al meglio il suo potenziale. Non vi stupirete dunque se vi dirò che è proprio così. La Sardegna è realmente tutto questo ma se da un lato è agevole parlare esaltando le caratteristiche di un luogo paradisiaco per certi versi baciato dal vento e dalle maree spazzine, al contempo non è semplice assumersi quel minimo di responsabilità sufficiente per affermare che una buona parte dei suoi abitanti non la rispetta. Osservando da vicino nei centri abitati, nelle campagne, sulle spiagge e ai bordi delle strade potremmo notare e nemmeno raramente, delle specie di fauna e flora derivanti dall’ inciviltà umana, in altri termini “scie tossiche” di rifiuti. Nient’altro che escrementi umani simili a bottiglie di vetro e di plastica, mozziconi di sigaretta e sacchetti ricolmi dove il termine differenziato non è stato ben compreso, carcasse di macchine ed elettrodomestici. Decisamente un bel vedere per il turista approdato sull’isola-mito che probabilmente secondo gli abitanti potrebbe essere lui stesso causa del disastro avendo lasciato tracce al suo passaggio. Il “povero” turista dunque rischia di divenire una minaccia e capro espiatorio di una deresponsabilizzazione interna. Ma se andiamo ad analizzare la sintesi delle statistiche 2009-2013 presentate nel rapporto 2014 dall’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) emerge un fatto curioso: confrontando la produzione pro capite di rifiuti urbani della Sardegna con la Lombardia, per esempio, entrambe le regioni producevano 501 kg di rifiuti/abitante per anno nel 2009, per poi osservare una diminuzione progressiva fino al 2013 di 446 kg/ abitante/anno in Sardegna e 461 kg/abitante/anno in Lombardia. L’interrogativo discutibile nasce dal fatto che la Sardegna ha una popolazione notevolmente inferiore a quella lombarda (1.663.859 contro 9.973.397 abitanti circa) e se è vero che l’andamento dei rifiuti urbani appare paragonabile nelle due regioni e coerente con il trend degli indicatori socio-economici e in particolare con quello relativo ai consumi delle famiglie, è anche ragionevole riflettere sulla gestione dei rifiuti o sulla mancata educazione civica in una regione con una densità di popolazione inferiore, che non dovrebbe presentare tali tipi di problemi e all’interno della quale potrebbero essere meglio gestiti. Secondo il report annuale dell’Arpas, la Sardegna è comunque una delle regioni più virtuose per quanto concerne l’organizzazione e i risultati raggiunti in termini di percentuali della raccolta differenziata, rapportata alle altre regioni italiane che vivono condizioni drastiche in tal senso, ma perché dormire sugli allori quando potremmo essere più incantevoli di quel che siamo? La terra stessa con le “scie tossiche” di rifiuti a cielo aperto espulse quasi come un conato dal suo ventre, forse vuole suggerire che dovremmo agire concretamente in prima persona per noi stessi e per il bene comune, per preservare responsabilmente come suoi figli tutta la bellezza che generosamente ci ha regalato.

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