LASCIAMOLI ANDARE: INCONTRO A CAGLIARI CON I MIGRANTI SBARCATI IN SARDEGNA DALL’AFRICA

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di Elvira Corona

Domenica scorsa mentre prendevo un caffè con un amico nei pressi del porto di Cagliari, un piccolo gruppo di giovani donne e un bambino ci hanno chiesto come fare ad imbarcarsi per Roma. La domanda sembrava molto semplice e io e il mio amico ci siamo prodigati e dare le indicazioni per la biglietteria Tirrenia, che però non era ancora aperta. Anche il mio amico E. era in partenza e aveva già visto gli orari di apertura. Non avrei mai pensato che quell’incontro sarebbe stato così coinvolgente. M. mi chiede quanto costa il biglietto e cos’altro serva a parte i soldi. E. le risponde sul prezzo visto che anche lui è in partenza e io aggiungo che serve un documento. Il suo viso si fa triste, mi spiega che nessuno di loro ha i documenti ma che a Roma hanno amici e parenti e li vogliono raggiungere al più presto. È lei la portavoce del gruppo, se non altro perché parla un buon inglese e ha le idee molto chiare sul suo futuro. Solo allora capisco che fa parte dei 900 migranti sbarcati dalla nave tedesca il giorno prima. Arriva dall’Eritrea come le sue compagne, ha passato due anni in Libia prima di potersi imbarcare per un viaggio della “speranza” verso l’Europa con suo figlio di 7 anni. “Quando ho visto la nave tedesca ho detto a mio figlio: ce l’abbiamo fatta!” e invece non era esattamente così. M. sa di essere in Italia ma non sa ancora di essere su un isola, e questo cambia completamente il suo destino. Se ne rende conto solo quando le faccio vedere una mappa e la sua espressione si rattrista improvvisamente. La bella Sardegna diventa per lei e per i suoi compagni di viaggio una prigione in mezzo al mare. Sono salvi sì, ma non sono liberi. M. e altri 16 giovani, più due bambini, si sono allontanati dal Centro di accoglienza che li ospitava, non sanno dire esattamente dove si trovi ma dicono di aver viaggiato per circa un’ora e che di certo non ci vogliono tornare. Ci chiedono aiuto per prendere questa nave, ma ci rendiamo conto di non poter fare nulla per loro. Tutte le cose che per noi sono normalissime per loro diventano impossibili. Allora le chiedo perché non vogliono stare qui, in fondo stanno scappando da zone di guerra e qui siamo in pace, hanno un tetto e tre pasti al giorno, ma lei non ne vuole sentire. Le chiedo soprattutto dove vorrebbe andare e mi risponde: “ovunque tranne che stare in Italia”. Mentre usciamo dal bar mi chiede informazioni per partire da qualche altro porto, magari dove ci sono meno controlli, ma la speranza si affievolisce subito guardando di nuovo quella maledetta mappa. Nel frattempo ci spostiamo verso piazza Matteotti, e lì mi presenta gli altri ragazzi. Ci sono anche due donne incinte e un altro bambino. Mi dicono che passeranno la notte lì perché se tornano al Centro saranno identificati e allora per loro sarà ancora più difficile andare via. Il mio amico ci saluta, lui i documenti ce li ha e il traghetto per la terraferma lo può prendere, con aria sconsolata si avvia verso il porto. Il sole comincia a tramontare e il venticello si fa più fresco, M. e gli altri mi fanno vedere dei pezzi di carta con dei numeri, sono quelli che gli hanno assegnato appena sbarcati, me ne fanno vedere anche uno dove c’è scritto in italiano “biglietto per Roma”. Mi chiede di scriverne uno per ciascuno, ma le spiego che non le servirà a nulla, lei insiste “ vuoi togliermi proprio ogni speranza”? Prendo la penna e inizio a scrivere, uso gli ultimi fogli del mio block notes che però sono solo 16, così lei ne prende due con un sorriso mi dice: “non ti preoccupare”, e al lato scrive x2. “Ora ne abbiamo anche uno in più” aggiunge ridendo. Pensare di lasciarli lì tutta la notte non mi fa stare bene, così provo a pensare a una soluzione ma non la trovo, se li portassi a casa con me almeno per stanotte – secondo le leggi in vigore – rischierei come minimo un’accusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma non posso lasciarli lì, chiedo aiuto ai miei e ad alcuni amici, ma nessuno riesce a darmi una soluzione. Provo a convincerli che è meglio per loro tornare al Centro, ma questa per loro non è una soluzione, è come rinunciare volontariamente alle ultime speranze di libertà, dopo aver attraversato un deserto e un mare. A un certo punto M. mi chiede se io posso fare qualcosa per i loro documenti, qualsiasi cosa, e allora capisco che sarebbero davvero disposti a tutto. F. uno dei ragazzi del gruppo, mi dice che qualcuno gli ha proposto dei documenti in cambio di denaro. Penso che gli sciacalli sono sempre pronti, e loro qualche denaro lo hanno anche. La disperazione fa credere a tutto, ogni voce, ogni informazione che arriva e che possa dare un minimo di speranza viene presa per buona. Lui è scappato da Asmara a 15 anni perché non voleva fare il servizio militare, “lì lo devono fare tutti” mi racconta “e se ti rifiuti ti mettono in carcere. Sono scappato in Sudan, ho lavorato lì per due anni e poi appeno ho messo da parte un po’ di soldi sono andato in Libia. Ho fatto il viaggio con un amico”, mentre parla mi fa vedere un cordoncino che porta al collo con una croce in pelle, “in Libia l’ho dovuta nascondere, noi siamo cristiani ma in Libia ormai non si capisce più nulla, il mio amico è stato preso dai guerriglieri dell’Isis e sgozzato solo perché era cristiano. Per questo l’ho tenuta nascosta, quando ho visto la nave tedesca me la sono rimessa al collo”. F. ha gli occhi lucidi e stringe la croce tra le mani. Nel frattempo arriva G. un amico che offre le pizze a tutti. “É tutto quello che posso fare” mi dice. I bambini le divorano mentre gli adulti ringraziano prima di cominciare a mangiare. Sto per salutarli ma prima provo di nuovo a convincerli che la piazza non è un luogo adatto a bambini e donne incinte, e che per quanto possa sembrare assurdo è meglio tornare al Centro, una volta lì possono spiegare di avere dei parenti a Roma e magari farsi trasferire in un altro Centro di accoglienza, ma anche io so bene che sarà molto difficile. M. mi interrompe, comincia a parlare Amharic con gli altri, ognuno dice qualcosa e dopo qualche minuto mi dice: “Va bene, abbiamo deciso di tornare al Centro”. Le chiedo di ripeterlo ancora una volta per essere sicura di aver capito bene, e lei: “Si hai capito bene, aiutaci a tornare al Centro”. Con G. cominciamo a chiamare Caritas e Polizia, dopo qualche rimpallo ci dicono che possono andare in uno degli hotel della città dove ci sono altri migranti, almeno per stanotte. Non ho fatto nulla per aiutarli, eppure loro mi ringraziano. Uno per uno mi stringono la mano, le ragazze mi abbracciano come se avessi risolto tutti i loro problemi. Il giorno dopo passo a salutarli e a portargli qualcosa che mi avevano chiesto, sono in partenza per il Centro di accoglienza da dove si erano allontanati. Ora vedo che anche lì, come al porto di Cagliari c’è la protesta per poter raggiungere la penisola. Lasciamoli andare.

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