L’ARDIA DI SEDILO IN ONORE DI SAN COSTANTINO, RICONOSCIUTO DA TUTTE LE CHIESE ORIENTALI, MA NON DA QUELLA LATINA


di Ennio Porceddu

Secondo gli storici, l’Ardia di Sedilo, era la più grande festa della Sardegna. Per i giornali dell’ottocento, era un avvenimento poco interessante, tanto da non occupare spazi sui giornali. Il nome di Sedilo, ricorda Arcangelo Marras nel 1895 su “L’Unione Sarda”, compare in un articolo per parlare del bandito Giovanni Maria Pinna. Poi, se ne parlato per richiamare gli amministratori locali alla costruzione della strada Ottana – Sedilo, per evitare alla popolazione dei due centri percorsi difficoltosi. Inoltre, si è parlato di Sedilo il 15 settembre 1911, in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari. Un cenno all’Ardia, sempre nel quotidiano sardo lo troviamo il 19 luglio 1922: Da Sedilo: festa nazionale per la cacciata dei mori. Uno scritto chiaramente polemico. “Era l’intesa tra sardisti e fascisti – scrive Remo Concas nel 1982 – mancava poco alla marcia su Roma, e il direttore, Francesco Caput, era dell’avviso che i sardisti non potessero intenderci in alcun modo con i fascisti”. L’articolo ha un duplice valore, finalmente si parla chiaramente della sagra di San Costantino, definita la miglior festa dell’isola. Il cronista, che non firma il “pezzo” scrive: “Nei giorni 5, 6 e 7 luglio, Sedilo si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivati da ogni parte dell’isola, si recano ad assistere, con gran devozione, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).”Sono un migliaio i cavalli che montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.”La maggior parte dei cavalieri porta ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori”. San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali. Si ritiene che in secoli molto lontani ci siano stati dei legami tra la Sardegna e l’Oriente, proprio con riferimento al culto di San Costantino.Nel calendario della Chiesa Greca, il 21 maggio, si onora la memoria di Costantino, assieme agli apostoli e a Sant’Elena. Esistono molte leggende che si sovrappongono alla memoria, storie che si tramandano di generazione in generazione mantenendo intatta la fede, la devozione e la riconoscenza per il santo guerriero. San Costantino (muore il 22 maggio 337), è ricordato anche dagli Armeni, unitamente a San Silvestro papa e ai 318 Padri del Concilio Niceno, mentre il calendario copto, il 12 agosto ricorda solennemente la vittoria riportata da Costantino il 312 contro Massenzio.Secondo la tradizione cristiana, prima della battaglia, egli si era convertito al cristianesimo, dopo una visione in cui gli era apparsa una croce di luce, sovrapposta al sole con la scritta “In hoc signo vinces”, aveva fatto disegnare come insegna, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma del Signore Gesù Cristo. Il grande Costantino attribuì la sua vittoria al volere del Dio cristiano. Dopo quest’avvenimento, l’imperatore s’incontrò con Licinio a Milano (suo cognato per avergli concesso in sposa a sorellastra Costanza), si accordò con lui per un programma religioso-politico, che si tradusse nell’Editto di Milano, con il quale era assicurato la libertà di culto per tutti. Inoltre, erano restituiti a tutti i cristiani, i beni confiscati. Non pago di ciò, Costantino fece delle donazioni e concesse dei privilegi alla chiesa. Morì dopo aver ricevuto il battesimo dal vescovo Eusebio di Cesarea. Fu sepolto a Costantinopoli nel mausoleo che si era fatto edificare, adiacente alla chiesa degli Apostoli .La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai. Da numerose iscrizioni tombali rinvenute è probabile pensare che i bizantini abbiano posto nella zona una numerosa guarnigione militare a vigilare i varchi del fiume Tirso. Pare, in ogni modo, che secoli prima ci fu un certo insediamento romano. La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa. C’è da credere che la chiesetta innalzata dal prigioniero sardo, sia sorta nei pressi del paese, perché è stata rilevata di un’antica pavimentazione. L’Ardia, un po’ degenerata negli anni settanta, per episodi poco edificanti e di civiltà, è stata rivalutata come la festa grande della Sardegna.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.

Nell’Ardia, lo stendardo maggiore è portato dal capo corsa (sa Pandera madore), trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco. Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti. Ad ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.
I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico. L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni ubicate nei pressi del sagrato).L’Ardia, come in tanti hanno affermato, è forse una delle più importanti manifestazioni di fede dell’Isola. “Per questo – scrive Remo Concas – ora ha spazio nei giornali e non solo, ma l’anima antica resta chiusa nel tempo passato; e per questo, forse, piace di più, per i suoi caratteri arcani che ne fanno un grande mistero di fede popolare”.

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