INIZIATIVA DEL CENTRO SOCIALE CULTURALE SARDO A MILANO: UN CONVEGNO PER RICORDARE SEBASTIANO SATTA


di Sergio Portas

In quel fatale 1914, nel mentre i cannoni d’agosto ancora tacevano ( se ancora non l’avete letto vi consiglio il libro sulla “grande guerra”di Barbara Tuchman dall’analogo titolo) a fine novembre morì a Nuoro Sebastiano Satta, a Guspini sei mesi prima era nato Livio Portas, babbo mio. In comune: tutti e due avevano fatto della poesia la loro cifra, una buona ragione per cui vivere. E seguendo il consiglio di Giuseppe Dessì ( quello che, tra gli altri, scrisse Paese d’ombre) che giusto cinquant’anni fa si chiedeva a cosa potessero servire queste celebrazioni di poeti , se non a fare i conti con noi stessi, a misurare fino a che punto ancora ci rammentiamo di loro, mi piace di riportarvi l’iniziativa del circolo sardo di Milano che ha ricordato questo centenario con un convegno. Introduce Pierangela Abis, presidentessa del circolo, poi Pasqualina Deriu che un paio di libri di liriche li ha pure pubblicati ( e molte altre ne avrà pure nel cassetto se di lei il pieghevole d’invito la dice semplicemente “Poetessa”), e due pezzi da novanta della cultura sarda , due scrittori e saggisti che si sono interrogati su Satta si può dire da sempre, Ugo Collu (suo insieme ad Angela Quaquero: “ Sebastiano Satta le opere e i giorni, Moderno e postmoderno nella filosofia italiana, 1992) attualmente presidente della fondazione Costantino Nivola. E Bruno Rombi, sardo di Calasetta, che può vantare una pubblicazione sul poeta di Nuoro fin dal 1983: Sebastiano Satta, vita e opere (prefazione di Manlio Brigaglia), libro che Condaghes ha riproposto l’anno scorso come Ebook, in rete alla modica di 3,99 euro. Comunque sia, se qui dentro è presente un poeta vero, quello è Bruno Rombi, giornalista anche e dal 1956 (col “Lavoro” di Genova, direttore Sandro Pertini, futuro presidente di Repubblica), saggista fluviale (Dessì, Deledda, Cambosu, Satta Salvatore) ma soprattutto poeta, in svariate lingue, oltre al natio tabarchino rima in italiano, francese  inglese e rumeno, traduce da tutte queste e anche di più, specie dal macedone. Non chiedetemi come faccia. L’avevo intervistato dieci anni fa in occasione del suo video- oratorio “Tsunami”, la catastrofe che seminò morte nel sud est asiatico con numeri mai veramente verificati, ma il computo parte  da centinaia di migliaia. Lui e Collu si lanciano in una dottissima dissertazione tutta mirante a mostrare quanto la saggistica più accreditata (leggi Giuseppe Petronio) abbia sempre sottostimato il valore della poesia di Sebastiano Satta, declassato dai critici letterari a “carducciano minore”. Insomma questi critici gli rimproveravano che avesse continuato a scrivere “come Giosuè Carducci”, quando gli epigoni di lui, segnatamente D’Annunzio e Pascoli, avevano già smesso da tempo. Dispute che volentieri ci vogliamo lasciare alle spalle, dispute di italiani. Veniamo a noi sardi di Sardegna, cosa rappresentasse per la sua generazione Sebastiano Satta lo faccio dire a babbo, quando nel ’54 riuscì a pubblicare un suo libretto di poesie, eravamo a Verona da due anni, io in seconda elementare, Guspini un ricordo caldo che poco poteva contro  la neve veronese: da “Greto allegro”, pag.21 : “Un Seminatore” e sotto “Se l’aurorà arderà sui tuoi graniti/ Tu lo dovrai, Sardegna, ai nuovi figli” (Sebastiano Satta) a Sebastiano Satta (1) : Poeta sardo. Comincia così: “Irto è il tuo bronzo sonoro e in faccia al sole!/ Le trasmigranti nei sangui, arpe fatate, hanno tintinni di luce entro le gole/ dei versi, e gridi di speranza o vate?…” Mi viene da dire che babbo fa poesia con lo stampo di Satta e forse non poteva essere altrimenti, con quale altro “vate” avrebbe potuto incontrarsi a Guspini, diciamo negli anni del fascismo imperante, lui che avrebbe fatto solo le scuole elementari, studiando regolarmente sui libri dei compagni di classe, visto che i suoi erano poveri in canna e nonno Pasqualino che,  ben intenzionato ad approfittare delle prebende che il Duce elargiva a famiglie numerose, libri certo non ne comprava? Sebastiano Satta aveva scritto poesie in italiano e in sardo ( la fine di “Su battizzu” è davvero troppo bella: “…E a su pizzinnu tottus sa fortuna/ leghene in sas istellas e in su binu/ e li cantana a inghiriu sa cantone./ Ma Antoni, chind’hat bibiu prus de una,/ narat chi tottus han zirau su tinu,/ ca su pizzinnu finit in presone.”) ma allora quelle pubblicate erano solo le “italiane”, che il fascismo tutti i gatti voleva neri di notte, così come le camice del sabato, e delle bandiere coi quattro mori si sarebbe dovuto perdere la memoria. Tra gli ultimi anni del l’ottocento e i primi del novecento Sebastiano Satta sarebbe stato un seminatore per tutta l’intellighenzia dell’isola, i suoi “Canti Barbaricini” sono del 1909 ( l’edizione di babbo è del ’33, ma lui la firma da Cagliari 8/12/44) così Satta scrive nella prefazione: “Questo libro, che ha in fronte il nome del mio bambino e si chiude coi ricordi di una pena indimenticabile (gli era morta una figlioletta un anno prima, ndr.), canta o, meglio, narra il dolore della mia gente e della terra che si distende da Montespada a Montalbo, dalle rupe di Coràsi fino al mare; e canta dolor di madri, odio di uomini, pianto di fanciulli…”. Mai parole furono più ricche di verità, il libro è uno di quelli che chi non l’ha letto non può dirsi sardo pieno, zeppo di versi che come dice babbo sono aratri fatti di suono, che scavano nell’anima più intima del sardo, a rimestare insieme con la terra quanto ha di più sacro: “Quando nacque la greggia-ed era bianca/ E lieve come nuvola-fu Dio/ Che a lei cinse una fiorita tanca,/ con siepi di asfodelo in Ugolio/…”, e ancora: “Caprai di Lula, e voi che pei meandri/ Di Corrasi spargete all’alba i branchi/ Snelli, e voi, donne, che tra gli oleandri/ Lavate, lungo le fiumane,i bianchi/ Lini e le lane…”. e ancora: “Oh spillatemi il vin di Valditorta/ Pieno di sole. Candida ed allegra/ Splenda al mezzo la mensa; molto negra/ Elce bruci nel vasto focolar…cogliete molti fior negli orti,/ E spargeteli: a salutarmi i morti/ Verran stanotte e qui vorran cenar…”. E’ la Sardegna aspra di figli che l’abitano a somiglianza di pecore vaganti, pecore che non sanno né leggere né scrivere, Satta è uno di quei fortunati che faranno liceo e università, anche se perse il babbo a cinque anni e lui e il fratello dovettero scontare le ristrettezze di una famiglia in cui la madre divenne faro di ogni possibilità, distributrice della scarsità che doveva scontare la famiglia. E terribili sono le rime che Bastiano destina alle nere donne sarde, ognuna delle quali sembra riprodursi nella scultura dell’amico suo Francesco Ciusa, quella “madre dell’ucciso” che raccoglie in sé un dolore indicibile, che rende muti e trasforma nella pietra da scalpello. E sul rapporto tra Satta e la madre si sofferma Bruno Rombi: “Credeva Satta?”. Pasqualina Deriu dice del nucleo soprannaturale della sua poetica, della visione del mondo panteistica , del meraviglioso  e miracolistico che appare come lampo di temporale ( I tre re, Passò Gesù Bambino, Gesù appare ai mietitori del Campidano). Che la morte faccia inestricabilmente parte del vissuto quotidiano d’ognuno è per Satta scontato, lui i morti li fa parlare, spesso tornare. Le generazioni come un continuo calpestare le stesse strade, le stesse tanche. Dice Collu che quando gli nacque Vindice nel 1908, vide l’evento come vendetta, come riscatto della morte della figliolina. E mise sulle spalle del bimbo una eredità poetica che questi faticò a sopportare. Anche perché in quell’anno Satta ebbe una paralisi che l’immobilizzò per il resto della sua breve vita, pur lasciandoli intatte le facoltà intellettive perché potesse continuare a scrivere poesia. Vindice fu magistrato, tentò invano d’instradare il suo di figlio alla poesia, ma fu proprio lui che all’età di quaranta anni vi si dedicò a tempo pieno, pur terrorizzato dalla gravità della figura paterna. Ne lasciò a centinaia e solo da poco vengono pubblicate ( “alla t
ua morte padre, tacque la foresta). Pure il mio di babbo ne ha lasciato a centinaia, vien da dire che ai sardi sia sufficiente di poterne scrivere ogni giorno per sentirsi appagati. Di lui anche un paio di quadri, in stile naif, colori sgargianti per un cielo celeste e un sole abbacinante d’oro, Gesù vestito come l’iconografia classica ce lo presenta e alcuni contadini neri di sole, la falce in mano in mezzo a spighe gialle, tra le colline in sottofondo, mi sembra di ricordare: un nuraghe.

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