I BAMBINI DI CHERNOBYL 29 ANNI DOPO: LA SOLIDARIETÀ E’ LA MIGLIOR CURA


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Sono passati quasi trent’anni dal terribile disastro nucleare in Ucraina, ma la parola Chernobyl fa ancora paura. Solo a pronunciarla.  Evoca morte e distruzione fin dal 26 aprile del 1986 quando, nelle prime ore del mattino, il quarto reattore della centrale esplose rilasciando radiazioni 400 volte più potenti della bomba atomica sganciata su Hiroshima. Chilometri di territorio contaminati ed effetti devastanti per Bielorussia, Ucraina e Russia. Il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare si porta dietro, da allora, strascichi pesantissimi per oltre 3 milioni di persone. Gli effetti del ‘Cesio 137’ (la sostanza radiottiva sprigionata dall’esplosione) si fanno sentire anche a distanza di anni, soprattutto tra i più piccoli. A causa della velocità dell’accrescimento cellulare e dell’abbassamento delle difese immunitarie, i bambini pagano ancora oggi le conseguenze del contatto con l’ambiente radioattivo. In Bielorussia, il paese che ha assorbito il 70% del fall-out radioattivo, i tumori, leucemie e malattie ematiche sono triplicate. Alcuni, nel 1986, erano appena nati o di pochi anni d’età. Altri addirittura non erano ancora venuti al mondo: eppure fanno egualmente i conti con quell’esplosione. 

PROGETTO CHERNOBYL. All’indomani della tragedia, il mondo si scoprì partecipe nei confronti di quanti avevano subito una catastrofe epocale. Il futuro di tanti bambini era a rischio e la necessità di aiutarli innescò nell’immediato un meccanismo di solidarietà, che trovò terreno fertile soprattutto in Italia. Il clima e l’alimentazione del nostro paese erano, infatti, salutari per smaltire gli effetti delle radiazioni accumulate nell’organismo. Urgeva allontanarli, anche se solo per un breve periodo: un mese di aria, cibo e acqua sana bastava per ridurre del 50 per cento gli effetti della contaminazione. Nacquero così, un po’ ovunque, i programmi solidaristici di accoglienza. Dapprima in maniera disorganica e poi, successivamente, sempre più capillari nel territorio per coordinamento e organizzazione con il coinvolgimento delle associazioni, del volontariato, delle istituzioni locali e, soprattutto, delle famiglie.  L’amore e la sensibilità, in questi anni, hanno ‘curato’ più delle medicine migliaia di ragazzini. Una generosità tangibile e reale che non significa solo una bella vacanza, quanto un’esperienza interculturale, un’opportunità di conoscenza e approccio ad altre realtà, un’occasione di arricchimento umano. Per tutti. 

SARDEGNA, SOLIDARIETÀ CONCRETA. Nei primissimi anni Novanta, quando si iniziò a prendere coscienza dei devastanti effetti a lungo termine del disastro, quando gli studi epidemiologici, compiuti solo dopo qualche anno e con sforzi internazionali, rilevarono l’aumento dei casi di tumore alla tiroide nei più piccoli… ecco, fu in quel preciso momento, che tutti impararono a distinguere nella cartina geografica, dell’ex Unione Sovietica, l’esatta localizzazione della Bielorussia, l’esatta provenienza di quei bambini che cominciavano ad arrivare nelle nostre case, nelle nostre famiglie. L’Italia è stata la nazione che più ne ha accolto in questi anni: oltre 500mila. E la Sardegna è stata la regione che, in rapporto alla popolazione, si è mostrata più ospitale: almeno 400 ogni estate, con punte che in certi periodi raggiunsero anche le mille unità.   

GIANNI CAGGIARI. Architetto, oggi coordinatore per le provincie di Oristano e Nuoro della onlus Cittadini del Mondo e all’epoca fondatore insieme ad altri dell’associazione umanitaria ‘Gianni Pirina’, è stato tra i primi a organizzare gli arrivi nell’isola, a dare una forma strutturata a quella solidarietà istintiva ma scoordinata. «I primi bimbi venivano trasportati in pullman alla frontiera, a Trieste, e poi caricati nei mezzi dell’esercito per arrivare in Sardegna via mare. La realtà di questo viaggio odissea mi sconvolse e scandalizzò. Con alcuni amici decidemmo di andare in Bielorussia per risolvere questo problema e avviare contatti diretti con le autorità. Organizzammo dei collegamenti charter da Minsk con la compagnia locale. Gli aerei viaggiavano a pieno carico: almeno 175 bambini per volta, a luglio e agosto».  Un percorso, anche burocratico, non privo di complicazioni in quei tempi lontani e pioneristici, quando i bambini si muovevano senza un passaporto individuale, ma con fotografie e dati identificativi aggiunti ai documenti delle accompagnatrici. «Non è stato facile, ma siamo riusciti a dare accoglienza a tantissimi ragazzini che in queste famiglie hanno trovato una seconda casa. Ancora oggi, molti di questi ex minori mantengono forti legami con la nostra terra. Il rapporto, nel tempo, si è allargato alle mogli e ai loro figli». 

ASSUNTA, PIERO E KATERINA. Nel 1995 una bella ragazzina di 8 anni arriva a Vallermosa, a 30 km da Cagliari. Katerina è bielorussa, ha una madre e un padre, e un fratello di due anni più grande che è già stato in Italia con il Progetto Chernobyl e le ha pure insegnato qualche parola della nostra lingua. Assunta e Piero, invece, hanno due figli maschi, quasi coetanei di Katerina, una bella casa e, soprattutto, un cuore d’oro. Da qualche anno pensavano di accogliere un bimbo ‘contaminato’ e, quando decidono di provarci, in una calda serata di luglio, si ritrovano all’aeroporto di Elmas ad accogliere questa ‘bimba bellissima’. «Aveva lunghi capelli biondi, occhi chiari e un visetto curioso e intelligente. Nessuna valigia in mano, ma solo due buste di plastica con la sua poca robettina. Ci ha guardato, ci ha detto ‘Ciao famiglia’ e ce ne siamo perdutamente innamorati». Il primo anno Assunta ha dormito con lei quasi tutte le notti. «Me lo faceva capire con un gesto. Forse sentiva la mancanza della sua mamma o aveva nostalgia di casa. Chissà, però si fidava di me e questo era l’importante». Tutte le estati di Kate, fino ai 14 anni, trascorrono serene e felici. Al mare, in campagna, in giro per il paese con le sue nuove amichette, a Cagliari per comprare vestitini e profumi. A Vallermosa tutti la conoscono e la salutano come un’amica cara che rientra per le vacanze. «Certo, aveva il suo bel caratterino, ma anche a lei abbiamo dato amore e regole, come ai nostri figli». Negli anni successivi tanti biglietti d’auguri per compleanni e festività, tante telefonate e messaggini, e solo un ritorno da maggiorenne. Oggi Kate ha 27 anni. Dal 2011 vive con suo marito a Verona, conosciuto proprio durante un’estate a Vallermosa. Al suo matrimonio ha voluto accanto a sé anche Assunta e Piero. 

ACCOGLIERE OGGI. In Sardegna esistono diverse associazioni che si occupano di promuovere e organizzare l’accoglienza: Associazione Cittadini del mondo a Cagliari, Oristano e Nuoro, Associazione Giovani Internazionali Olbia A.G.I.O.Associazione BieloIchnos a Sassari.  Ospitare un bambino comporta anche un sacrificio economico, con un impegno finanziario di almeno 500 euro. Oltre a fornire il vitto e l’alloggio, infatti, le famiglie ospitanti versano all’associazione una quota che comprende il pagamento del biglietto aereo andata e ritorno dalla Bielorussia all’Italia, il costo del trasporto in autobus sul territorio italiano e bielorusso, la spesa relativa all’assicurazione medico-infortunistica per degenza, infortuni e responsabilità civile verso terzi, le spese organizzative relative all’arrivo degli assistenti accompagnatori che sono obbligatori per legge.   Le famiglie, interessate all’accoglienza, possono invitare un bimbo eventualmente già ospitato precedentemente, oppure dare indicazioni generiche ed elastiche, come l’età e il sesso, in modo da permettere il migliore inserimento possibile nella famiglia ospitante (per esempio presenza di altri figli o nipoti). Il progetto coinvolge bambini provenienti da orfanotrofio, bimbi sotto la tutela di una persona diversa dal genitore, bambini provenienti da famiglia. Sulla base degli accordi intergovernativi sottoscritti da Italia e Bielorussia, l’età minima dei bambini è di 7 anni e coinvolge i ragazzi sino al compimento della maggiore età, di solito però la prima accoglienza in famiglia coinvolge minori tra i 7 e i 13 anni. Le adesioni scadono di solito entro il 28 febbraio di ogni anno per le accoglienze nel periodo estivo (3-2-1 mese), ed entro il 30 settembre per le accoglienze nel periodo natalizio (15 o 30 giorni). Una volta diventati maggiorenni i ragazzi potranno essere ancora invitati dalle famiglie, ma viaggeranno come semplici turisti pur con l’assistenza e il coordinamento dell’associazione (Progetto maggiorenni ex Chernobyl).

SOGGIORNO TEMPORANEO SÌ, ADOZIONE NO. Non si tratta di affidamento o di adozione di singoli minori, ma di ospitalità temporanea. I soggiorni terapeutici sono percorsi di solidarietà, attraverso i quali si accoglie un bambino straniero per un periodo di tempo limitato: qualche settimana all’anno sino ad un massimo di tre mesi. I bambini hanno un proprio tutore bielorusso siano essi il/i genitore/i naturale/i, un parente, un tutore di nomina statale etc, mentre l’adozione presuppone lo status di figlio legittimo e l’interruzione di legami giuridici e di rapporti con la famiglia biologica o con il precedente tutore. 
Secondo i dati del Comitato per i minori stranieri, fino ad oggi le adozioni nominative realizzate in Bielorussia non hanno superato l’1 per cento del totale dei soggiorni solidaristici realizzati, e hanno riguardato minori cosiddetti “grandicelli”, vale a dire bambini in stato di ‘adottabilità internazionale’ la cui età media è di circa dodici anni.

Una risposta a “I BAMBINI DI CHERNOBYL 29 ANNI DOPO: LA SOLIDARIETÀ E’ LA MIGLIOR CURA”

  1. Ricordo i voli da Kiev a Napoli, ogni volta avevamo a bordo circa 60 bambini e le loro assistenti sociali, scopo del volo era trasferirli nelle colline dell’Irpinia per ossigenarli. . La cosa che non riesco a dimenticare sono le loro urla quando iniziavamo la discesa. Nonostante si impostasse al minimo, la differenza di pressione provocava dei dolori terribili alle loro ossa. Sentire le loro urla e non poter far nulla. terribile e indimenticabile. Ciao cari bambini ormai adulti, spero, vi voglio bene.

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