UN ANNO SULL’ALTIPIANO: A ROMA RIEVOCANDO EMILIO LUSSU, A TEATRO CON DANIELE MONACHELLA

Daniele Monachella

di Antonio Maria Masia

Qualche giorno fa, mi è capitata la fortuna di assistere ad uno spettacolo teatrale intenso che mi ha letteralmente coinvolto e commosso e, lo confesso, fatto affiorare alcune lacrime, in occhi non molto avvezzi ad inumidirsi per tali situazioni. Naturalmente nel caso specifico ha giocato un ruolo importante la mia identità di sardo che intimamente si poneva in collegamento spirituale e con il protagonista “sardissimo” della pièce teatrale e con l’attore ed i musicisti in scena, sardi anche loro. “Un anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, di cui Mario Rigoni Stern ebbe a scrivere: “Tra i libri sulla Prima guerra mondiale è per me il più bello”.  Emilio Lussu (Armungia 4.12.1890 – Roma 5.3.1975) un nome importantissimo per noi sardi e non solo, un mito, una leggenda, un grande di cui andare fieri ed orgogliosi.  Uomo d’azione e di pensiero, politico e scrittore. Fa parte della Brigata Sassari ed alla fine della 1° guerra mondiale nel 1919, insieme a Camillo Bellieni ed altri reduci, nel 1921 fonda il Partito Sardo d’Azione, caratterizzato fin dall’inizio come movimento autonomista e federalista, che pone al centro della sua azione politica la “questione nazionale sarda”. Non aderisce mai al fenomeno fascista ed è tra i dirigenti della Resistenza. L’esperienza bellica gli ispira il capolavoro per il quale è principalmente noto, “Un anno sull’altopiano”, scritto nel 1937 (di quest’opera è stata fatta una riduzione cinematografica ad opera di Francesco Rosi dal titolo “Uomini contro” del 1970); si tratta di un’importantissima memoria, di un prezioso documento sulla vita dei soldati italiani in trincea che, per la prima volta nella letteratura italiana, descrive l’irrazionalità e il non-senso della guerra, della gerarchia e dell’esasperata disciplina militare in uso al tempo. L’immagine, posta nella locandina pubblicitaria, del giovanissimo Emilio di Armungia, piccolo paese di appena 490 abitanti in provincia di Cagliari, che lo ritrae in divisa da ufficiale di complemento con posa e sguardo da “guerriero”, rimane impressa nella memoria.  L’adattamento teatrale attraverso la voce recitante del bravissimo Daniele Monachella, sassarese che interpreta il “sassarino” della Brigata Sassari, è veramente convincente e coinvolgente a tal punto che gli spettatori, a mio avviso pochi i sardi presenti, sono stati, alla fine, trascinati verso un applauso lungo e quasi liberatorio da una palpabile tensione emotiva che s’era creata in sala. E le musiche dei cagliaritani Andrea Congia alla chitarra e Andrea Pisu alle launeddas hanno scandito a perfezione le diverse fasi del racconto, quelle epiche al fronte, e quelle delle brevissime pause belliche tra un assalto eseguito o subito.  Altopiano di Asiago, giugno 1916-luglio 1917, il tenente aiutante maggiore 26enne Emilio Lussu del 3° battaglione del 151° reggimento di fanteria della Brigata Sassari, racconta la sua guerra e le imprese al limite dell’incredibile di quei due reggimenti sardi, presente anche il 152°, che si distingueranno fra tutti per valore, coraggio, ardimento e conseguenti riconoscimenti. La Brigata dei “sassarini” chiamata “Dimonios” (demoni), la Brigata che all’urlo di “Fortza Paris” si lanciava temeraria verso il nemico austriaco. Ma al di là della retorica, dalla quale Emilio Lussu è fortunatamente immune, nel suo resoconto ci dà una vera e propria denuncia della guerra descrivendone gli orrori, analizzando i sentimenti dei soldati, i loro problemi, le loro paure.  Ci fa capire che il nemico che i “Dimonios” debbono combattere non è l’austriaco occupante, ma un essere umano, un fratello, appostato lì davanti, vicinissimo in senso fisico e di spazio tempo. Trincee e ragazzi di opposte Patrie e differenti divise a distanza di pochi metri che rispettivamente guadagnavano e perdevano piccole porzioni di territorio e si decimavano a vicenda, agli ordini di superiori incapaci, vanitosi e imprudenti, imbevuti di saccenteria, di arroganza e di cognac. L’odore del cognac proveniva anche dai poveri soldati che non rinunciavano a darsi coraggio con l’ebrezza dell’alcool, quasi a volersi contemporaneamente estraniare dal contesto di fumo da polvere da sparo, di sangue e di morte. Disperati mandati a morire in una guerra a loro “venduta e spacciata” come necessità di liberazione del sacro suolo dal nemico. Mentre rapito ascoltavo l’attore interpretare Emilio Lussu e vedevo apparire i lucciconi anche nei suoi occhi, tanta era la sua immedesimazione e compenetrazione spirituale nel personaggio, io riandavo con la mente alle pagine del libro.

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