L’ARTE E’ BELLA PER GLI OCCHI E BUONA PER IL CUORE : TIZIANA CONTU, I FILI DI UN’ARTISTA IN MOVIMENTO


di Irene Bosu

Non sempre l’arte si rivela a noi in maniera chiara e comprensibile. A volte fa dei giri immensi, altre volte si insinua nelle nostre vite senza che ce ne accorgiamo, quasi non la notiamo, ma poi un bel giorno ci rendiamo conto di non poterne fare a meno. Questo perché qualcosa nei nostri occhi e nel nostro cuore si è insinuato in punta di piedi. «L’arte è bella per gli occhi e buona per il cuore» sostenevano alcuni autori classici e greci.  L’artista Tiziana Contu ha fatto dell’arte la sua ragion di vita, le sue opere danzano con i fili che diventano storie, ricordi, tracce, memorie, installazioni nello spazio. Nasce a Cagliari, dove vive e lavora. Dopo la sua formazione scolastica tradizionale di base e lo sviluppo della propria carriera professionale, inizia ad interessarsi degli aspetti creativi delle attività artigiane; approda così, negli anni, allo studio della ceramica, della pittura decorativa su supporti tessili, della tessitura ai telai quadro e della tessitura col telaio “ewe”.  Le sue mostre hanno viaggiato per tutta Europa e le sue opere sono presenti presso la Fondazione Felter-Bartoli di Cagliari, nella collezione Corrias Lucente di Roma e sono in esposizione permanente presso il Villaggio Industriale Leumann di Collegno (Torino). L’ultima mostra personale “..chè di fili in testa ho una vera officina!” è approdata da Parigi fino al cuore della Sardegna. La mostra, tratta dalla commedia Shakespiriana “Pene d’amor perdute”, è stata fortemente voluta a Nuoro dalla curatrice Emanuela Manca. Le opere – ci racconta la curatrice – raffigurano la costante ricerca di Tiziana Contu sul fascino evocativo e la potenza iconica del filo. Di lana, cotone, ferro o rame, l’artista lo intreccia alla vitalità dei materiali del quotidiano, matite, carta di giornale, fotografie, che diventano superficie viva consegnandogli una valenza non solo estetica e formale ma simbolica e narrativa. Così i fili – continua la curatrice – riescono ad essere portatori di contenuti, narratori di racconti e aneddoti, intrecciati in un modo tale da acquisire un nuovo e definitivo senso.

 Tiziana quali sono i presupposti dai quali nasce il progetto “…ché di fili, in testa, ho una vera officina!”? “…ché di fili, in testa, ho una vera officina!”, nasce per essere una mostra di respiro internazionale. Il titolo parafrasa, infatti, una frase di William Shakespeare che in effetti recita “chè di pensieri in testa ho una vera officina”. Questa mostra quindi, come anche le precedenti, intreccia fili e parole, ed era destinata ad avere Londra come prima tappa. Contrariamente ai programmi, invece, il primo pubblico è stato quello internazionale di Parigi, mentre la tappa di Londra rimane ancora da definire. Lo scorso maggio, su invito dell’associazione Suoni e Pause, ho esposto i miei lavori alla Maison de l’Italie nella capitale francese, con grande soddisfazione. Ed ora Nuoro, con un pubblico sicuramente diverso, ma non meno pronto ad interpretare e apprezzare le mie acrobazie con i fili.

Gambi di rose, vecchie lettere, carta di giornale e tanti, molti, fili. I materiali delle opere presenti in questa mostra sono davvero semplici. Creare dal “nulla” è sempre una sfida, a questo proposito qual è la scintilla creativa che fa nascere i suoi lavori? Quando mi chiedono di dare una definizione al mio lavoro dico sempre: racconto storie con i fili. Definizione che unisce la mia passione per la scrittura, per le parole, e la manipolazione dei fili di ogni genere. Ciò è sempre riduttivo. Innanzitutto sono una raccoglitrice. Mi affascinano gli oggetti e i materiali più disparati. Li raccolgo e conservo senza dimenticare mai la loro precisa collocazione nell’ordinato caos del mio laboratorio. Poi capita che un pensiero, un’emozione si trasformi in un titolo, serio o ironico, e che quasi per magia il materiale più adatto, in quel momento, per dare corpo alle idee, venga fuori, mi salti quasi addosso per far parte del racconto. Nelle mie opere, anche il materiale più imprevedibile, meno”artistico” serve per trasmettere emozioni e creare empatia con chi vi si pone davanti.

Sono tantissime le donne della mitologia (da Arianna ad Atena, da Aracne ad Ananche) che hanno avuto a che fare con la tessitura. Il filo rappresentava il destino delle persone con il quale esse diedero un senso alla loro vita e alla loro esistenza. Che valore ha il filo nella sua arte? Il filo nella sua declinazione tessile ha per me un valore affettivo/ludico. Sono figlia di artigiani e mia mamma,quando ero bambina, faceva la sarta, quindi, i fili, le stoffe, gli attrezzi da sartoria sono stati i miei giochi. L’amore per i fili, trascorsa l’infanzia, era stato inconsciamente accantonato, sino a quando da adulta ho casualmente conosciuto un maestro tessitore. Incuriosita, ho iniziato ad apprendere la tecnica della tessitura passando via via dal semplice telaio a tensione, legato in vita, ai telai più impegnativi con più licci. Dopo due anni di scuola e lezioni tecnico/filosofiche di tessitura ho letto un libro, scritto da Francesca Rigotti, filosofa italiana che insegna in Svizzera, intitolate “Il filo del pensiero”. Nel libro vengono trattati gli aspetti filosofico/culturali dei fili nella mitologia, nella filosofia, nelle diverse epoche storiche, sino ad arrivare alle argomentazioni attuali. E’ stata una svolta, ho capito che non mi interessava e non mi interessa creare tessuti tecnicamente perfetti, ma ho sentito l’esigenza di unire la passione per le parole e la scrittura alla passione per i fili e utilizzare il filo come lo scrittore utilizza la sua penna.

Quanto ha influito il luogo di nascita e quanta Sardegna c’è nella sua ispirazione creativa? Credo che nei miei lavori non ci sia una influenza specificatamente sarda; nel senso che, anche quando creo delle opere tessili usando il telaio legato in vita, non riprendo la tradizione sarda essendo, questo tipo di telaio, usato prevalentemente dalle donne orientali. A volte capita, comunque, che utilizzi materiali tipo conchiglie, pietre, arbusti della nostra terra, ma questo fa parte più che altro di una sensibilità verso le forme, i colori, a volte i profumi, non legati quindi ad una vera e propria tradizione sarda.

Nel 2001 fonda, assieme ad altre appassionate in ambito vocale/lirico, l’associazione culturale “Tirirìnnia” (in lingua sarda “tela di ragno”), con l’obiettivo di studiare le relazioni esistenti fra ritmo del telaio e ritmo musicale. Com’è riuscita ad amalgamare questi due mondi? Occorre sapere e capire prima di tutto che la tessitura è matematica, così come lo è anche la musica. Infatti, dietro la prima impressione di fantasia allo stato puro c’è una base molto rigida del ritmo dei fili e delle note che conferiscono la struttura portante del pezzo sia tessile che musicale/vocale. Sul ritmo della musica e del canto, credo, non ci sia niente da spiegare. Per capire, invece, il ritmo del telaio basta pensare al ritmo creato dalla battitura dei telai manuali che, nei grandi laboratori di tessitura e nelle case scandivano il tempo. Si pensi anche ai canti delle tessitrici, delle filatrici nelle filande che uniti al ritmo di sottofondo della battitura creavano una partitura vera e propria. E poi, c’è l’antica tradizione del “telaio cantato”che risale al tempo delle corporazioni in cui la tessitura era strumento di potere economico e, quindi, di esclusivo dominio maschile. Quando si tessevano degli arazzi di dimensioni notevoli, i telai avevano una struttura tale che i licci, il cui movimento crea il passo per la trama, venivano numerati e il movimento affidato a dei fanciulli che fisicamente stavano sopra il telaio. Il maestro tessitore, dal basso, chiamava, quindi, secondo un ordine determinato dal disegno dell’arazzo, i fanciulli/numero con una cadenza ritmica che unita al timbro vocale e alla voce del telaio produceva come un canto.

Per saperne di più: www.tizianacontu.it

* focusardegna,com

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