VISIONI SUBACQUEE: DA BARCELLONA, VALERIA MURRONI PESCE RACCONTA LA SUA ARTE


di Martina Marras 

Valeria Murroni Pesce, pittrice e grafica cagliaritana, ama l’acqua. Sirene, pesci, flora marina: nei suoi quadri si scopre un mondo sommerso, fatto di luce e quiete. I corpi fluttuano in un liquido, quasi amniotico, che li avvolge e li protegge, mentre li deforma. La sua passione per l’arte arriva presto «quando sono nata io», precisa. «Ma mi sono sempre autocensurata, privandomi della possibilità di intraprendere un percorso di formazione artistica, perché non ne avevo il coraggio». A vent’anni dall’inizio delle sua carriera, cominciata nel ’94 a Barcellona, le sue opere sono molto apprezzate dal pubblico spagnolo, ma soprattutto da quello sardo. 

Valeria, ormai vivi a Barcellona da più di vent’anni. Possiamo ancora chiamarti donna sarda? Certamente, anche perché vengo spessissimo a Cagliari, faccio molte mostre nella mia città natale. Ma, dopo tanto tempo passato qua, devo dire che mi sento anche un po’ spagnola: metà e metà. Le donne sarde e le donne catalane sono donne del Mediterraneo, e credo che, in definitiva, siano più le cose che ci accomunano che quelle che ci separano: siamo donne riservate, ma forti e libere. Testarde perché sappiamo ciò che vogliamo, ma anche molto calde.

Cosa apprezzi degli spagnoli? Sono molto affettuosi e decisamente meno formali di noi italiani. Noi tendiamo sempre a segnare una distanza, dando del lei e stringendo la mano. In Spagna ci si dà subito del tu, a tutte le età, e ci si presenta con un bacio, che è un modo carino per avvicinarsi al prossimo. E poi noto positivamente che non c’è quell’ossessivo attaccamento all’immagine che si avverte tra gli italiani. Tuttavia, devo dire che le donne spagnole apprezzano molto gli uomini italiani, in quanto grandi seduttori, cosa che certamente non può essere detta degli spagnoli, sebbene siano molto simpatici.

Quanto è stata influente l’aria catalana sulle tue opere? Barcellona è il posto dove ho cominciato a dipingere e se non fossi venuta qua forse non avrei iniziato. Non certo perché prima non mi sentissi attratta dalla pittura. Tuttavia, Barcellona mi ha dato la tranquillità necessaria per cimentarmi con qualcosa di nuovo. Ho iniziato da grande, avevo già trent’anni, con la paura di non essere all’altezza o di scoprire che si trattava solo di un hobby della domenica, dal momento che prima avevo fatto solo le caricature dei professori a scuola, durante le ore di lezione. Invece, ho capito che era una vera e propria passione.

Pesce è il cognome di tua madre e nei tuoi quadri c’è tanta acqua. Una coincidenza? L’acqua per me è un elemento essenziale e da sarda ne ho vista tanta e anche molto bella. L’elemento marino, però, è entrato nei miei quadri dopo un viaggio in Thailandia, che feci nel 2002. Rimasi colpita dalla fauna marina, che è molto diversa dalla nostra. Così cominciai a fare dei piccoli quadri con pesci tropicali. Poi arrivarono le sirene, mi concentrai sullo studio dei corpi sott’acqua. Io dico sempre che non sono stata io a decidere di dipingere i pesci, sono loro che hanno scelto di entrare nei miei quadri. E ci sono rimasti.

Si può vivere di arte, secondo te? Quando arrivai a Barcellona, nel ’93, cercavo un lavoro come grafica. Con mia grande sorpresa trovai la pittura ad attendermi. Un mondo completamente nuovo. Posso dire che ogni giorno mi trovo a svolgere, felicemente, un’attività che non posso a pieno titolo definire ‘lavoro’. L’arte può portare delle entrate, ma non può essere chiamata lavoro. Il lavoro, per me, è quello che svolgi necessariamente per guadagnarti da vivere, mentre dipingere è solo un piacere. Ci sono, ovviamente, dei momenti difficili nella creazione, questo non si può negare. La pittura ha bisogno di tempo e dedizione e io ultimamente mi sto dedicando sopratutto ad essa, anche se continuo a lavorare come grafica.

Ma tu ti senti più grafica o più pittrice? Più pittrice, senza ombra di dubbio.

Dipingi da vent’anni, la tua prima mostra è di diciassette anni fa. Come è cambiata la tua visione del mondo nei tuoi quadri? Credo soprattutto attraverso il colore. Iniziai affascinata da certi maestri antichi, ai quali mi ispiravo: Caravaggio, Rembrant. I miei primi lavori erano figurativi, molto drammatici. Nei primi anni mi dedicai ai corpi, ai volti, al ritratto, con uno sfondo scuro per far risaltare le figure. Attraverso i lavori dell’acqua, invece, ho cambiato la mia tavolozza di colori, schiarendoli, usando dei toni più vivi, rallegrando la mia visione del mondo.

Torneresti mai in Sardegna? Sì, tornerei. E qualche volta ho anche pensato di farlo. Chiaramente le questioni economiche frenano. Anche se la mentalità cagliaritana è cambiata molto, per quello che posso vedere. C’è una sensibilità artistica completamente nuova, rispetto agli anni ’90. Le persone hanno cominciato ad appassionarsi all’arte e sono più propense a investire in arte. Ad ogni modo, anche se tornassi, non abbandonerei del tutto Barcellona.

C’è un quadro a cui sei particolarmente legata e dal quale non vorresti separarti?  Ce ne sono vari, però ruotano, cambiano nel tempo. Quando mi rendo conto che un lavoro mi piace particolarmente, lo porto a casa e lo tengo con me. Me lo godo per un lungo tempo e poi, quando capisco che è arrivato il momento, allora posso lasciarlo andare. Ogni tanto mi innamoro di qualche quadro e ho più dispiacere a lasciarlo, questo è certo. Ma una pittrice deve essere capace di separarsi da ogni opera, altrimenti dipingere diventa una passione fine a se stessa.

E adesso cosa bolle in pentola? È un momento di cambiamenti, e di grande ricerca personale. Sto dipingendo tantissimo. Sono alla ricerca di nuove tecniche e nuove forme di espressione, in attesa di capire dove potrò arrivare.

* La Donna Sarda

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