UN VIAGGIO NEL MONDO DELL’INFORMAZIONE: INTERVISTA ALLA GIORNALISTA STEFANIA PINNA, ORIGINARIA DI MACOMER, CONDUTTRICE TELEVISIVA DI SKY TG 24

Stefania Pinna


di Simone Tatti

Stefania Pinna, classe 1980 di Macomer, è conduttrice televisiva per Sky tg24. Laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Perugia, consegue un Master in giornalismo all’Università degli Studi di Sassari. La sua prima esperienza nel mondo del giornalismo risale al 2001 quando inizia a lavorare come reporter per la redazione umbra del Messaggero. Nel 2006, invece, il suo passaggio come stagista a Sky tg24: prima tre mesi nella redazione romana, poi il rientro in Sardegna come corrispondente e solo un anno più tardi arriva il suo primo contratto con l’emittente televisiva di Rupert Murdock. Iscritta all’albo dei giornalisti professionisti dal 2008 (già pubblicista nel 2005), è sposata con il collega dell’ansa Federico Galimberti con il quale ha un bambino di quasi due anni. Con lei si è parlato di informazione, giornalismo e delle sue esperienze maturate in questo mondo. Partiamo:

L’Italia, secondo “Freedomhouse”, è al 72° posto per libertà d’informazione. Come mai secondo lei è così difficile fare informazione nel nostro paese? Credo che al di là delle classifiche – che a volte si basano su criteri che spesso non riguardano soltanto la libertà di stampa in senso stretto – basti pensare che “Reporter senza frontiere” colloca un Paese come gli Stati Uniti, patria del Watergate, al 46esimo posto e l’Italia al 49esimo, dunque con sole tre posizioni di differenza – è vero che in Italia c’è carenza di editori puri. Ritengo però che l’unico baluardo della libertà di stampa sia la deontologia, che deve guidare ogni singolo giornalista.

Inadeguato controllo delle notizie, compromessi con il potere, scarso rispetto dei lettori. Quale tra questi aspetti è quello più deprecabile? Sicuramente il terzo, perché senza di esso non si possono rispettare gli altri due.

Taluni sostengono che il grado dell’informazione in un Paese sia determinato dal livello culturale medio delle persone che lo popolano. Quanto crede che sia verosimile la tesi per cui il livello dei media si adegui a quello di lettori e ascoltatori? È difficile rispondere a questa domanda, ma se fosse così sarebbe incoraggiante il fatto di avere diversi programmi di approfondimento giornalistico in prima serata sulle televisioni nazionali italiane.

La spettacolarizzazione della cronaca nera è un fenomeno ricorrente e alquanto criticato. Fin dove è lecita, al di là del bisogno imprescindibile di fare audience? Credo che il confine sia sempre dettato dal rispetto dei telespettatori e, soprattutto, delle persone coinvolte nei fatti di cronaca. Questo vale ancora di più quando ad essere coinvolti sono dei minori. Ancora una volta è difficile stabilire delle regole generali e ci si deve affidare al buonsenso e alla deontologia dei singoli giornalisti. 

Per quel che ha avuto modo di valutare, come giudica il panorama dell’informazione in Sardegna? Esistono delle affinità e delle peculiarità con quello nazionale? Non conosco i dati più recenti, ma mi ha sempre piacevolmente colpito il fatto che la Sardegna fosse una delle regioni in cui si vendono più copie di quotidiani rispetto alla popolazione. Questo significa che i sardi amano tenersi informati su quel che accade nella loro regione e nella Penisola. Questo significa anche che la qualità dell’informazione prodotta è alta. Credo anche che l’informazione locale abbia enormi potenzialità. Basti pensare che il guru della finanza americana Warren Buffet, uno che grazie al suo fiuto è diventato uno degli uomini più ricchi al mondo, ha scommesso proprio su questo settore, acquistando recentemente ben 63 testate locali. Certo, a livello sia regionale che nazionale, non è un periodo florido per l’editoria, ma Internet e i social, almeno quando vengono usati bene come dimostra anche il caso di Focus Sardegna, possono garantire un certo pluralismo.

Secondo la sua opinione ed esperienza, quali caratteristiche dovrebbe avere un “buon giornalista”? Caratteristiche imprescindibili sono senz’altro la passione per questo lavoro e la curiosità. Ma bisogna anche saper studiare, perché l’approfondimento e l’aggiornamento costante fanno la differenza.

All’interno di una redazione esistono delle dinamiche tali per cui l’informazione rischia di essere piegata da altre esigenze. Quando un giornalista può definirsi intellettualmente onesto? Quando rispetta gli utenti, siano essi ascoltatori, telespettatori o lettori. E quando davanti a tutto mette sempre e solo i fatti, le notizie.

Rupert Murdoch, nel suo discorso all’ “American Society of Newspaper Editors” dell’aprile 2005, ammoniva i direttori delle testate ad un maggior coinvolgimento attivo dei lettori mediante il web. C’è chi afferma che dal“citizen journalism” la figura del giornalista professionista esca modificata, ma non svuotata del suo valore, altri sostengono al contrario che la professione del giornalista scomparirà nel prossimo secolo. Per concludere, che ne pensa di questa contrapposizione, come si colloca tra i due opposti? Un conto è coinvolgere i lettori, tutt’altra faccenda è delegare l’informazione a non professionisti. Vi faccio un esempio: tutti noi abbiamo visto le immagini dell’uccisione del poliziotto a Parigi riprese con un telefonino da un residente. Su quello, nulla da obiettare, anzi sarà sempre più facile che comuni cittadini catturino foto o immagini di grandi fatti di cronaca. Ma nelle stesse ore, sui social network erano tante le voci senza alcun fondamento che si potevano trovare in rete. E alla fine le uniche notizie vere erano quelle dei giornali o delle grandi agenzie francesi.  Insomma, un conto è avvalersi della testimonianza anche filmata di chi è presente, cosa che è sempre successa nel giornalismo, tutt’altra faccenda è lasciare che ad informare siano fonti non qualificate.

Qual è la notizia che ha dato e non avrebbe mai voluto dare? Ero in onda il 6 aprile del 2009, il giorno del terremoto a L’Aquila, sin dalle prime ore del mattino. Man mano che passavano le ore e il bilancio delle vittime aumentava, mi rendevo conto della portata di quella catastrofe. Ecco, quella è stata sicuramente una notizia che non avrei mai voluto dare. Devo dire però che esempi ce ne sono tanti altri e che, soprattutto da quando sono diventata mamma, è insopportabile riportare notizie di bambini vittime di violenze e soprusi.

Che consiglio si sentirebbe di dare ad un giovane che si avvicina a questo mondo? Di intraprendere questa carriera, che è già oggi molto difficile e purtroppo temo lo diventerà sempre di più, solo se si è guidati da una grande e inarrestabile passione! 

* FocuSardegna

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