“SOLO IL MIO SILENZIO”, LA SARDEGNA DI FINE 800 NEL LIBRO DI PINA LIGAS


di Gianfranca Fois

Da qualche anno si sente o si legge di periodi passati della storia della Sardegna visti come mitiche età che l’arrivo o la presenza di popoli stranieri avrebbero cercato di cancellare, o di costumi e tradizioni sarde, presentate in modo quasi esclusivamente positivo, riproposte in modo acritico e autocompiacente senza tener conto del fatto che l’identità non è un concetto assoluto ma progredisce e cresce nel confronto con gli altri. Si tratta di un tentativo di costruire o ricostruire la propria identità e appartenenza schiacciandosi sul presente e saltando i nessi storici che lo spiegavano e gli davano un senso. Si preferisce una contemplazione e musealizzazione del passato anziché la ricerca di una costruzione che si è sviluppata nel tempo, anche perché la memoria non è più nelle nostre mani, come ci ricorda il filosofo Manuel Cruz, e stiamo perdendo il diritto all’autonomia della memoria. Infatti l’insistenza con cui i media, grazie alle nuove tecnologie, ci propongono continuamente quanto è accaduto ci impedisce di metabolizzarlo nella nostra personale esperienza. Il libro di Pina Ligas Solo il mio silenzio, Pintore edizioni, ci ridà invece l’immagine di una Sardegna tra fine ‘800 e prima metà del ‘900 delineata nei suoi aspetti sia positivi che negativi tipici di una società che conosce soprattutto la miseria, la fame, la malaria, costretta ad affrontare una vita ricca solo di sacrifici. Una vita che ha spesso indurito gli animi dei Sardi segnandoli in modo ancora percettibile. Quindi non siamo certamente di fronte a una costruzione mitica e idilliaca, alle “comunità immaginate” di cui ci parla Anderson ma a una ricerca di rapporti e comportamenti reali. Il romanzo racconta le vicende di una famiglia attraverso diverse generazioni a partire dalla nascita del piccolo Vincenzo, figlio di Vittoria Ferrai e di padre sconosciuto. Questa “colpa” originaria segnerà per sempre la famiglia, nonostante lo scorrere del tempo e l’evolversi dei costumi. La grande storia e le storie individuali si intrecciano anche se non siamo in presenza di un romanzo storico, infatti le vicende dei protagonisti intersecano la storia nelle sue diverse articolazioni: la presenza dei “continentali” vista in termini negativi dalla maggioranza della popolazione ma con i quali direttamente o indirettamente bisogna entrare in contatto, la costruzione della ferrovia, lo sfruttamento delle miniere, la guerra, il fascismo. E’ il tempo in cui la Sardegna e i Sardi devono fare i conti con la modernità.
Mentre Vincenzo aveva preferito lavorare con i “gambali”, metafora per indicare l’attività agro-pastorale, suo figlio Giulio accetta di lavorare in miniera, per poter guadagnare qualche soldo in modo regolare. La durezza dello sfruttamento, siamo ormai sotto la dittatura fascista, lo costringerà ad emigrare insieme ad altri giovani in America, incapace di accettare le terribili condizioni di lavoro ma anche di riconoscersi nelle lotte sindacali.
Uno dei sentimenti prevalenti nel romanzo è l’ira, un’ira che ricorda per la sua virulenza il mondo omerico, quindi una società basata sulla civiltà della vergogna, una civiltà in cui è importante il giudizio degli altri e perciò è necessario difendere pubblicamente il proprio onore. Juanne Ferrai e sua moglie Basilia Saba di fronte al “peccato” della figlia sono oscurati dall’ira ma mentre l’uomo, in mancanza del nome del “colpevole” e quindi senza possibilità di vendicarsi o di porre rimedio, si lascia vincere sino alla morte, chiuso nella sua vergogna, la moglie riesce a controllarla e a sopravvivere pur troncando definitivamente i rapporti con la figlia. Vittoria, in preda all’ira, si ribella e rifiuta di lasciarsi giudicare, riesce così a costruirsi una nuova vita.
Nel complesso comunque sono le figure femminili a introdurre novità e atteggiamenti diversi in famiglia pur tra umane contraddizioni e incertezze, personaggi a tutto tondo che rimangono nella memoria del lettore con la loro vita di sacrifici, di sofferenze e doveri ma anche nel loro tentativo di mediazione e di cura nei confronti degli uomini. Atteggiamenti però non introiettati passivamente ma scelti ed eventualmente abbandonati.
Pina Ligas, con una scrittura scorrevole e allo stesso tempo precisa ci conduce all’interno delle comunità sarde dei nostri nonni e lo fa con una narrazione chiara ma non semplicistica, con un uso del tempo non sempre lineare. Davanti ai nostri occhi emergono paesaggi della Sardegna, immagini realistiche e vive di tradizioni e costumi che abbiamo conosciuto attraverso i racconti dei nostri vecchi: l’egoismo e la solidarietà, la vendetta e il desiderio di pace, la figura della guaritrice, le spose quasi bambine, il racconto della “processione dei morti”.

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