UN PRIMO PIANO SU EMANUELE CIOGLIA: CLICK SUL NUOVO LIBRO “IL REGISTRO DEI GRANDI RISENTIMENTI”

Emanuele Cioglia

di Valentina Usala

Mi ripropongo di fare quattro chiacchiere con lui, che nel frattempo, a distanza di qualche anno, mi ha adottata come nipote. E’ diventato uno zio acquisito, uno zio di Cagliari, la presentazione del quale l’avevo già fatta, sempre per Tottus in pari. Parlo di Emanuele Cioglia. Ripercorrendo sinteticamente quindi qualche nota biografica e un po’ della sua bibliografia, diciamo che Emanuele Cioglia è nato a Cagliari nel 1971. Fa il fotografo e lo scrittore. Quindi il precario per antonomasia. Ha pubblicato Un rivoluzionario al bar (La riflessione, 2005); Il mozzateste (Aipsa, 2006), vincitore del premio Grazia Deledda per la sezione Narrativa Giovani nel 2008; Tranquillo come una salma (Aipsa, 2009); Asia non esiste (Arkadia, 2012), menzione speciale per la Narrativa al Premio Francesco Alziator, nel 2012. Pubblica racconti sul suo blog, Il clandestino, su quotidiani e in raccolte di scritti brevi. Recentemente i suoi lavori sono stati raccolti, acquisiti digitalizzati, dal Fondo Archivistico Autori Sardi (FAAC), un progetto delle Università di Cagliari e Sassari.  La sua ultima fatica letteraria pubblicata da Caracò Editore, è stata inserita nella collana I Freschi, diretta da Francesco Frisco Abate per la suddetta casa editrice. Il titolo è “IL REGISTRO DEI GRANDI RISENTIMENTI, Vita tracollo e miracoli d’un fotografo di matrimoni”.  Il romanzo di circa 120 pagine, lo ha dedicato a suo zio Carlo, recentemente scomparso. Così si riassume nella sua scheda:

“Si tratta di un romanzo dalle atmosfere e la scrittura comico-brillanti, con protagonista Lele, un giovane assistente fotografo che accompagna il padre ai servizi matrimoniali nella Cagliari Anni ’70/80.  Siamo in un periodo storico delicato, di contestazioni e terrorismo, i cosiddetti Anni di Piombo. Il padre di Lele, dietro l’attività di fotografo, cela un impegno politico sovversivo nelle file anarchico-libertarie. Un giorno nasconde nel suo studio un brigatista latitante, la polizia fa un irruzione, e l’attività artigiana viene chiusa.   Ritroviamo il piccolo Lele studente di scuola superiore, in piena epoca di pentapartiti e di confuso sviluppo economico. Il giovane cerca di riprendere il discorso iniziato da bambino, da grande vuole fare il fotografo. Scatta in giro per il quadrilatero del centro storico, e porta i rullini a sviluppare al QSS, il classico Quick Photo Service tanto in voga in quel periodo già frenetico, ammalato di tutto e subito.  Si innamora della commessa Serena, e un giorno rilevano insieme l’attività. Però si staglia all’orizzonte una pesante ombra, l’ombra della tecnologia digitale, che ingoierà molti fotografi, e praticamente quasi tutti i laboratori di sviluppo e stampa. Bisogna inventarsi un nuovo mestiere, e Lele lo farà…” Entro più nello specifico, facendo direttamente all’autore qualche domanda.

Il tuo è un linguaggio ricercato, ma allo stesso tempo divertente, che si sposa perfettamente proprio come fosse un matrimonio. Lo consideri solo uno stile narrativo o uni stile di vita? Non lo so piccola, forse mi viene spontaneo, non è che ci sia dietro una particolare ‘ricercatezza’. E’ più il modo di essere naturale di un umanoide come me, che spesso dedica più tempo alla parola scritta che a quella parlata, e che non riesce a non ridere di chi si prende troppo sul serio. Quindi antepone l’ironia, alla stragrande maggioranza delle virtù più nobili.

Intercali l’italiano al sardo: non è tradotto per scelta? Cosa significa per un sardo scrivere in sardo fuori dall’Isola? Ad essere sinceri, la mia conoscenza del sardo, risulta molto superficiale. Poiché diciamo, non sono un sardo col pedigree, essendo la mia famiglia di lontane origini ‘continentali’. Il mio è più uno slang casteddaio, lo stesso che udivo da ragazzino per le strade di Stampace. In realtà esiste giusto un piccolo ‘inquinamento’ di lessemi sardi in un contesto in lingua italiana prevalente, che non pregiudica la comprensione del testo, perché spesso il significato dell’espressione dialettale è in nuce: la si spiega all’interno della frase.

I richiami con la natura tipicamente mediterranea. Imprimi su carta in maniera eccezionale i profumi e i colori, mettendole in bocca a Lele, che ama la neve, sardo impreparato ad essa e lo si capisce dalle scarpe inappropriate. E’ una caratteristica che vuole esprimere il carattere del tuo protagonista, in continuo divenire di improvvisato esploratore, curioso che sa stupirsi con giornate parmigiane? In effetti in Sardegna, basta mettere il naso oltre l’abitato per respirare macchia mediterranea, asfodeli, mirto, cisti, corbezzoli, olivastri; spuntano ovunque, profumando oltreché l’olfatto la vista e la mente. Beh, la neve per i barbaricini è un’ospite frequente, sopra i 500 metri una rottura di scatole, per noi sardi costieri, per giunta meridionali, invece è una specie di epifania. La si spera ad ogni inverno, e quando arriva non può che trovarci stupiti, ‘impreparati’. Il mio personaggio, come d’altronde il suo autore, infondo risulta essere un cercatore di emozioni, uno scacciatore di malinconie.

Mommotti. Ho recentemente saputo chi è Mommotti nella storiella raccontata ai bambini. C’è qualche richiamo? A tutti noi, da bambini, i grandi dicevano “fai da bravo sennò viene Mommotti!” E se rispondevi al citofono: “Chi è?”, molti rispondevano “Mommotti!”, come a dire ‘chi vuoi che sia? L’Uomo Nero?’. E infatti Mommotti era una specie di uomo nero, o se vogliamo il Mamuthone, o il Maimone, le figure carnascialesche e spaventose del carnevale sardo, molto diverse da quelle del resto d’Italia e mutuate dai riti dionisiaci.

E’ indiscusso che tu conosca nel dettaglio la città di Cagliari, grazie al tuo occhio da scrutatore. Dal Ghetto degli ebrei ai Bastioni. Quanto ami questa città? Una tua considerazione. Con Cagliari direi che ho il rapporto che si può avere con un figlio. In realtà lei sarebbe una madre, ma io la vivo come se fosse una figlia. La osservo, cerco di comprenderla, di interpretarla, di correggerla, di criticarla e difenderla, e forse non la capisco o la capisco troppo. E’ una città molto difficile da descrivere, la si racconta meglio per sensazioni, per metafore, per scorci e umori, tuttavia ti lascia addosso un’impronta inconfondibile.

E’ una Cagliari che si lascia leggere, anche da chi non la conosce. Parlando della statua di Carlo Felice imbiancata, sembra quasi, sempre per chi non la conosce, che stiamo parlando della statua di Cristo che svetta su Rio de Janeiro. L’attenzione dei dettagli. In effetti, a conoscere la storia sarda, quella statua dovrebbe essere piuttosto invisa. Rappresenta una casata reale, che fu colpevole di gravi episodi repressivi (vedi i fatti di Palabanda). Tra l’altro da un punto di vista artistico, risulta piuttosto discutibile, direi ridicola e patetica, essendo una scultura di re piemontese in vesti di soldato romano, con l’elmo in testa, la corazza e la toga, e l’indice magniloquente a indicare la Strada Regia tra Cagliari e Porto Torres, oggigiorno piena di buche e costantemente ‘cantierata’. Nonostante questo i cagliaritani sono molto affezionati a ‘Carletto’, soprattutto quando si tratta di drappeggiarlo in occasione delle sporadiche vittorie dei rossoblù o della nazionale italiana. 

Le mode passano, l’arte resta. Il fotografo come un pittore, che al posto del pennello usa il cuore. Credo sia una delle più belle considerazioni che ho letto, mi ha colpito molto. Ho ritrovato un po’ di Salgado, che ritrae la verità nei suoi scatti, con questa tua considerazione sull’arte. Quali sono le tue emozioni durante gli scatti fatti da Lele nel tuo libro? La fotografia è una ossessiva ricerca di emozioni. Poche cose mi rendono furioso, come una mia foto che non le trasmette. Uno scatto insignificante, è un bisogno espressivo abortito. A volte, il fotografo, con una reflex in mano, avverte paura, la sensazione di non trovare niente d’interessante da esprimere, e di scoprirsi banale e vuoto. Io non cerco mai la verità con una foto, piuttosto l’inganno, la favola, una consolante bugia.

Si parla di problemi attualissimi, come quello del lavoro. Si accentuano tematiche sensibili come: chiesa, carcere, rivoluzione.  Le case popolari e la lussuosa abitazione a Villasimius di Balloi. Una tua considerazione tra ieri e oggi. Vero. Il registro del romanzo è prevalentemente comico e brillante, fresco (come da titolo della Collana). Però in filigrana, si denotano le tematiche ‘sensibili’ che hai citato. Ma anche questo aspetto del mio costruire storie, nasce spontaneo, d’altronde pure i personaggi letterari -per risultare vivi- hanno bisogno di circondarsi di realtà, anche sociali.  Ancora oggi purtroppo non veniamo mai al mondo tutti uguali. Ogni cittadino parte da una linea di partenza diversa, è come una gara d’atletica truccata. Queste differenze di opportunità non mi piacciono. IL REGISTRO DEI GRANDI RISENTIMENTI, percorre circa trent’anni di storia cagliaritana, che in un certo senso è anche la cronologia storica delle società occidentali: gli echi del ’68 a fine Anni ’70, la grande illusione capitalistica degli Anni ’80, e il lento ma inesorabile declino verso i giorni nostri. Gli anni del ‘tracollo’ e dei ‘miracoli’ per sopravvivere. Il fatto che poi, il mondo della fotografia, col passaggio dalla pellicola al digitale, sia stato rivoluzionato, e il fiorente settore sviluppo & stampa, ridotto in cenere dagli informatici (anche questo simbolo del passaggio dall’industria tradizionale alla new-economy), con la conseguente estinzione dei quick service e di molti fotografi, mi ha dato lo spunto per parlare della crisi. La crisi umana personale, romanzata e avventurosa, di Lele, nella crisi globale. E così, il giovane fotografo, come tanti oggigiorno, dovrà cercarsi un nuovo mestiere. Farà le sue ricerche di mercato -da bravo analista diplomato ragioniere- e scoprirà che il settore ‘Dei Grandi Risentimenti’ è un mercato che non conosce recessioni. Quindi toglie dalla borsa da fotografo la reflex e ci infila un Barrett M82, tanto sempre di prendere la mira si tratta…

I richiami al passato: il walkman o il Campari soda. Così come gli scricchiolii di una prima infatuazione del timido Lele. Nel libro, le differenze socio-culturali, le mode e le abitudini cambiano in sequenza col passare degli anni per il tuo protagonista. Sei stato molto bravo nel fare questo. Si può leggere con un filo di nostalgia ad un’epoca passata? Sono i richiami della mia infanzia e adolescenza. E anche il timido Lele, infondo, è il timido Emanuele di allora. Mentre sinceramente, il piccolo Lele dei primi capitoli, scaltro, sveglio, collaborativo e volenteroso come un piccioccu de crobi, è piuttosto distante dal me bambino. Le atmosfere, e le differenze socio-culturali, cambiano pagina su pagina, come i decenni descritti, che sono molto diversi tra di loro. In genere non nutro grande nostalgia per il passato, semplicemente lo ripercorro, recuperandolo per costruirci attorno storie vere mischiate a fantasie.

Le divergenze tra Parigi e Cagliari. La prima descritta tramite una donna nuda su un letto; la seconda con la grazia di una donna che sa di lavanda e nespole. Scelta voluta per rimarcare qualcosa? Parigi e Cagliari credo siano due città difficili da confrontare. Cagliari e le sue donne, che spesso sono studentesse ed ex studentesse migrate dai paesi dell’interno, le conosco bene, Parigi e le sue donne molto meno. Però Parigi mi serviva in quanto simbolo libertario, nascono lì quasi tutti gli afflati rivoluzionari europei (il Febbraio, Marx e Engels ci abitarono, il ’48, il Fronte contro il Franchismo), e ci visse pure un certo Carlo Cioglia, mio zio l’anarchico, durante una delle sue latitanze, facendosi chiamare con lo pseudonimo di Jeremia Johnson. Per la donna sul letto, invece, mi sono ispirato ai quadri di nudo degli Impressionisti francesi.   

La conchiglia di Calamosca: si racconta che dentro una conchiglia ci si senta il mare. Lele ode il vuoto. Poca immaginazione, chiaramente, il mare era lì vicino. Vuole significare un rimanere ben saldi alla realtà? Emanuele cosa sente dentro una conchiglia? Che nelle conchiglie s’oda la risacca non è una leggenda insensata, accade davvero, per un’alchimia uditiva che di sicuro avrà una sua spiegazione fisica. Lele ode il vuoto, o meglio due tipi differenti di vuoto, quello dell’indifferenza moraviana, cioè dell’assenza di sentimenti, e quello della vertigine, vale a dire del terrore di precipitare nei misteri della morte, che per gli atei costituisce il vuoto senza fine. Emanuele non crede molto alle conchiglie, almeno ché non siano delle ostriche con una goccia di limone, di cui è molto goloso.

Io personalmente ne consiglio la lettura. Mi piace come scrive Emanuele e quel che ha scritto e descritto nel suo ultimo romanzo, merita un occhio di riguardo. E’ uno scrittore che sa ancora sorprendersi, ma soprattutto sorprendere.

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