RACCONTARE LA SARDEGNA ATTRAVERSO I DISEGNI: MANUELLE MUREDDU, AUTORE DI FUMETTI, ILLUSTRATORE E SCRITTORE

Manuelle Mureddu

di Pia Deidda *

L’occasione di questa intervista a Manuelle Mureddu nasce da un evento che si tiene in questi giorni al MAN di Nuoro “Deo soe Charlie. Incontro con la satira” dove lui è protagonista insieme ad Alessio Spataro e Bruno Olivieri. Nella sua pagina di Facebook egli si descrive così: “Manuelle Z. Mureddu è un essere umano maschio nato nel 1980. È autore di fumetti, illustra e scrive libri. È stato il primo professionista a pubblicare con continuità storie scritte e disegnate in sardo. Ha sviscerato nella forma, ricreando e modellando sostanza, i miti nuragici, giudicali e contemporanei della Sardegna. È vincitore di numerosi concorsi. Ha illustrato decine di pubblicazioni per le più importanti case editrici, tra cui ricordiamo Arbarèe – Contos de sa Terra de s’Arbore, (è autore di testi e disegni). Tiene con regolarità convegni e lezioni di storia dell’immagine e identificazione artistica. Ha illustrato la carta VIR per Lìberos. Dopo essersi perfezionato a Roma (Italia) è tornato a Nùoro. Vive, mangia, ama, soffre, combatte, lavora e cerca (inutilmente) equilibrio nel vicinato dove la sua famiglia vive da generazioni. Ama l’arte medievale, la carne abbis abbis e chiacchierare con la gente. Ha pubblicato in Sardegna, Italia e Grecia. A oggi è ancora vivo.

Come nasce Manuelle Mureddu fumettista? Nasce dal bisogno di raccontare e dall’esigenza di possedere un mezzo per poterlo fare. Il fumetto è un mezzo potentissimo. Non è l’unico mezzo che amo, ma è veramente di una forza notevole. Porta con se non solo la storia recente propria di questo medium, ma la lunga storia del gioco tra scrittura e disegno. Da quando li abbiamo separati si corteggiano in ogni epoca, si guardano e riconoscono, si sfidano. Come i codici miniati o i sigilli. Il fumetto ha portato questo gioco, questa sfida, su un piano nuovo che è il piano narrativo. Ecco, io nasco da questa epopea. Dall’esigenza di raccontare cose nuove e di scoprire nuovi modi per raccontarle.

Molti tuoi fumetti sono ambientati in Sardegna e parlano di eventi storici o leggende ad essa legati. Trova resistenza nella critica isolana a questa sua ben precisa scelta? Pensa che si possa essere considerati autori moderni pur facendo una scelta che lega al passato? È interessante. Se scriviamo un’opera sull’antico Egitto va bene, se la scriviamo sulla Sardegna antica è un “guardare al passato”. La verità è che contano solo le storie. La portata epica o fallimentare di un’opera è parte integrante della scrittura. Parlano le storie, il resto conta ben poco.

La mattina del 7 gennaio apprende la notizia dell’attentato al giornale Charlie Hebdo. Come l’ha vissuta? Malissimo. Sento molto le mie varie appartenenze. Quella allo strano mondo di chi scrive e disegna è un’appartenenza fortissima per me. Wolinski come autore ci ha segnato tutti, poi. L’ho vissuta male per mille motivi. La paura dei parigini era inimmaginabile. E ancora la paura dei milioni di musulmani francesi, catapultati anche loro in un incubo che pensavano di aver lasciato alle spalle. È una situazione complessa.

Da Daumier ad oggi la satira vignettistica è una forma d’arte che ha colpito i potenti della terra e la società dalle pagine dei giornali. Leggo che ha detto che si deve «avviare una riflessione condivisa sui concetti di libertà di critica e di espressione nella società contemporanea». Cosa significa per lei parlare di satira e «analizzare il sistema della libertà di stampa e le sue implicazioni etiche alla luce dei recenti fatti di cronaca»? Significa che, come diceva lei, bisogna capire un fatto semplice è chiaro: la satira parte dal basso ed è contro il potere. Quale che sia questo potere. Bisogna capire che ridicolizzare il diverso per il solo fatto che non è come noi, non è satira è razzismo. Contro il debole è bullismo. Bisogna capire che la libertà di espressione non è il fatto di poter dire qualsiasi cosa impunemente. Le calunnie, l’istigazione all’odio, razziale o religioso, non sono cose accettabili. Oggi viviamo in un’epoca di razzismo diffuso, di guerra tra poveri. La libertà non è uno stato. La libertà è una scelta. La garanzia, sacrosanta, della libertà di espressione non garantisce affatto che tu sia abbastanza informato da avere un’opinione sensata da esprimere, purtroppo. L’ipocrisia dei tanti “je suis charlie” della domenica è lo specchio del mondo in cui viviamo. Il mondo è complesso, le domande sono complesse e le risposte anche di più. Non è uno slogan che ci salverà.

* http://www.medasa.it/

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