UN ASPIRANTE PUBBLICISTA ALLA RICERCA DI UNA SPECIE ESTINTA: PENSANDO A BASTIANU

opera di Sebastiano Satta

di Adele Sini

Cosa ne è stato dei banditi “belli, feroci, prodi” dei Canti Barbaricini, esiliati ed esaltati nella cultura sarda post-unitaria e magistralmente consegnati al mito e alla storia del nostro “Bustianu”? Una specie di criminali estinta, non senza una certa malinconia che, se da una parte non giustifica le loro mani assassine e colpevoli, dall’altra ha nostalgia della loro singolare fierezza di ribelli isolati e di giustizieri, spesso in lotta con le leggi di uno Stato estraneo che esige solo tributi e che abbandona a se stesso il debole e l’indifeso. Per risollevare oggi le sorti della sua ”Isola”, Satta dovrebbe impegnarsi molto più a trovare la materia prima del colpo giornalistico piuttosto che a stare sul pezzo, rimpiangendo magari la scarpinata nel buio “da bocca di forno” che lo portò ad incontrare le tre “fiere in guerra aperta con la legge e avvolte in un velo di fosca leggenda” come Soro definisce Derosas, Delogu e Angius nella prefazione del 1924 all’opuscolo “Tre banditi intervistati da due pubblicisti”. I banditi di oggi infatti non hanno più bisogno di nascondersi, sono diventati una razza socievole e tutt’altro che eremitica, e dismessi cappotto, stivaloni e fustagno vivono perfettamente integrati nella società che offendono, e che pure li accoglie con assuefazione e senza gloria, per questo la grotta segreta che fece da sfondo a quella coraggiosa intervista di un secolo fa oggi resterebbe vuota di banditi e di pubblicisti, probabilmente rimpiazzata dalle comode poltrone dei salotti televisivi in cui i fuorilegge moderni bucano lo schermo con sorriso sicuro e sguardo diretto, trovando le più svariate argomentazioni per declamare la propria innocenza a scapito del sistema. Sono lontani dalla dignità di Angius e Derosas, che nella piena coscienza dei loro delitti confessavano di “non uccidere che per vendetta”, per una missione necessaria che dava alla ritorsione una sorta di giustificazione etica in nome della verità, dell’onore dell’equilibrio sociale forzatamente ristabilito dopo le ingiuste condanne: mai per denaro e mai come strumento di odio altrui, riservando agli unici lampi di affetto umano per la famiglia e gli amici devoti. I banditi di oggi hanno quasi raggiunto la parità dei sessi, e uccidono mogli, mariti o figli senza un perché. Non sentono più la nostalgia delle loro famiglie al Vespro di Natale, quando pensavano tristemente alle tavole imbandite e al fuoco del camino mentre erano costretti alla macchia: le famiglie sono loro a distruggerle, rinnegando il loro stesso sangue insieme alle promesse di eternità strette davanti a Dio. I banditi di oggi dilaniano la nostra Sardegna con le discariche abusive e le violenze sul territorio, con le fabbriche impiantate tra i fiori e abbandonate nel cemento, dopo una manciata di anni e di illusioni presto svanite per quegli operai dimentichi dei cicli delle campagne, disertate per inseguire le chimere della modernità e dell’industrializzazione che non erano fatte per la nostra terra madre, sacra e selvaggia. I banditi di oggi rubano i sogni ai giovani. Li fanno istruire quel tanto che basta per trasmettere loro la coscienza di ciò che non possono ottenere, privandoli del diritto allo studio, alla realizzazione, alla ricerca della felicità. Tolgono il lavoro ai grandi, il pane alle famiglie, una vecchiaia serena a chi nella vita ha tanto lavorato e vorrebbe solo raccontare i vecchi tempi, senza preoccuparsi costantemente di quelli presenti. Le prefiche dei nostri giorni non piangono i figli ammazzati dalle faide, ma quelli non-morti che non vedono più futuro, perpetrando quelle lacrime che il poeta auspicava finissero. “Sardegna! Dolce madre taciturna, non mai sangue più puro e innocente di questo ti bruciò il cuore” Denunciava ricordando i morti di Buggerru, versi che oggi somigliano tanto ad un canto di dolore per la morte del Sulcis, provincia definita più povera d’Italia, e di tutte le varie istanze Alcoa, Meridiana, Keller, Pastori Sardi e Partite IVA che gridano nelle piazze o nelle torri isolate la rabbia e la disperazione del loro abbandono. Cosa scriverebbe il nostro Bustianu di questi banditi?  Non sarebbe certo benevolo, né forse sprecherebbe le ultime energie della sua mano malferma negli anni della paralisi per biasimare la sete insaziabile di guadagno che, sola, anima le gesta perverse dei nostri criminali. Per salvare la sua Isola, di terra e di carta, avrebbe dovuto armarsi della stessa tenacia che anni fa lo condusse per quella selva oscura cagliaritana e scavare parecchio in fondo rispetto alla coltre arida che ricopre non solo più fisicamente la nostra Sardegna: chissà se troverebbe esempi validi da fornire ai suoi contemporanei, non necessariamente modelli di virtù come già accadde per i suoi banditi. Sarebbe sufficiente un caso coraggioso e di speranza, di amore per la vita e per la terra che ci accoglie, di ordinaria quotidianità che ricordi a tutti i sardi che non può morire d’inerzia una terra fiera come la nostra. Sarebbe uno smacco imperdonabile alla memoria dei nostri antenati, più o meno onesti, mai svezzati da quel cordone ombelicale che ha nutrito innumerevoli generazioni di pane e di un orgoglio forte ed incorruttibile: quello di essere sardi.

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