I “GIGANTI” ALL’ACCADEMIA DEI LINCEI: A ROMA GIORNATA DEDICATA ALL’ASCOLTO DEGLI STUDIOSI SARDI SUGLI SCAVI DI MONT’E PRAMA


di Simonetta Selloni *

E così i kolossòi di Monte Prama, i Giganti di Cabras attorno ai quali il mondo archeologico rivolge le sue attenzioni, hanno catturato l’interesse del più alto consesso culturale italiano, e tra i più importanti al mondo, certamente il più antico: l’Accademia dei Lincei. Nella giornata di studio su “I riti della morte e del culto del culto di Monte Prama-Cabras”, il gotha dell’archeologia italiana si è riunito a Palazzo Corsini, a Roma, sede dell’Accademia fondata nel 1605, attorno agli studiosi che hanno portato alla luce un giacimento di testimonianze destinato a riscrivere la storia della statuaria isolana. Un heròon a Monte Prama. «Riteniamo – hanno detto i professori Raimondo Zucca e Paolo Bernardini – che che Monte Prama possa essere un heròon, un luogo di sepoltura di un eroe. Non una necropoli nel senso tradizionale del termine, ma un luogo cultuale. Ne sono testimonianza l’accesso al sepolcro individuale, regolato dalla rigida selezione del sesso (uomini, con una sola eccezione), dell’età (giovani adulti)». Dagli ultimi rilievi emergono due fatti assolutamente nuovi, rispetto alla lettura del sito, connessi a quel mito. I calzari e il gymnasion. Pugilatori, arcieri, guerrieri: a questa iconografia, si aggiungono ora cinque statue di kolossòi con i calzari. Due sculture già ritrovate, i piedi calzati da sandali, ricordano il bronzetto della tomba di Cavalupo di Vulci (IX sec. a. C). «I sacerdoti-militari di Monte Prama e di Vulci alludono verosimilmente a un aspetto dell’apparato cerimoniale del culto svolto nell’heroon, forse in connessione con l’avvio dei giochi, prove di aristeia, o, per usare un termine più prossimo alla cultura sarda, di balentìa», hanno detto Zucca e Bernardini. Una settimana fa il georadar ha evidenziato una capanna a struttura pluricellulare. E un altro spazio, 14×26 metri, richiama fortemente il tempio di cui, già nel 1977 parlava il professor Lilliu. Per continuare a indagare, «appare fondamentale l’acquisizione pubblica di altri cinque ettari circostanti l’area ristretta in cui si sono sviluppate le ricerche», è l’appello degli archeologi.

* Nuova Sardegna

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