UN RITORNO AL PASSATO TRA I MEDIA E LA LIBERTA’ DI STAMPA: LA VOCE DELLA VERITA’ CON LUIGI POLANO E VELIO SPANO

Luigi Polano

di Sergio Portas

Vindice Lecis, sassarese che ha il privilegio di scrivere nel giornale della sua città, quella “Nuova” che informa quelli del capo di sopra delle cose che succedono nell’universo mondo (quelli del capo di sotto leggono graniticamente l’”Unione”) si diletta anche nella scrittura di prosa romanzata. Dà il meglio di sé raccontando del primo medioevo sardo, quando la Gallura e il Logudoro erano governati da signori dai nomi altisonanti tipo Gonario o Barisone e l’uno e l’altro combattevano aspramente per la supremazia dei loro castelli, in attesa che quelli di Arborea tutto ( o quasi) conquistassero di Sardegna. Con Pisani e Genovesi a intorbidare le acque e Papi che benedivano l’una o l’altra fazione, a seconda delle donazioni che venivano loro in terre, chiese e abbazie. Ma è bravo anche a romanzare l’attualità (vedi: Golpe, Da una parte della barricata, Togliatti deve morire). E questo suo ultimo: “La voce della verità”, storia di Luigi Polano, il comunista che beffò Mussolini (Nutrimenti ed. 2014), è particolarmente intrigante e divertente.  Se ne è accorta anche “Repubblica” che il 16 aprile ha dato ampio spazio a una delle sue “firme” di grido, Filippo Ceccarelli, titolando il pezzo: “Quella voce alla radio sbeffeggiava il fascismo”. Anche allora i media portavano la “verità” nelle case degli italiani,  sappiamo molto bene noi come funziona la cosa che appena ieri, Berlusconi imperante e capo del governo, sceglieva giornalisti e amministratori Rai, mentre si era comprato la più grande impresa editoriale italiana: la Mondadori (con la frode, sentenza passata in giudicato) e una pletora di giornali. Le tre reti “generaliste” coi telegiornali “alla Emilio Fede” completavano il pacchetto dell’informazione che veniva giornalmente propinata alla beata comunità. Incredibilmente ma vero la cosa è andata avanti per buoni vent’anni o giù di lì, e neanche oggi che un nuovo grande innovatore è apparso alla ribalta della scena politica nazionale ( Matteo se ci sei batti un colpo!) fa cenno di voler mettere mano a  questo autentico scempio antidemocratico, le malelingue dicono anzi che  il famigerato “accordo del Nazareno” tratti essenzialmente di ciò, lasciando tutto come prima. Ai tempi del primo Duce la questione libertà di stampa era stata risolta già nel’22, a fascismo nascente, con le redazioni dell’”Avanti!” che venivano assaltate e bruciate, i redattori uccisi,  nel ’43 l’ ”Unità” veniva stampata clandestinamente, chi scoperto a distribuirla finiva in galera per anni. Alla radio Mario Appelius nella sua rubrica: “Commento ai fatti del giorno” auspicava che Dio, pur nella sua infinita bontà, si decidesse a “stramaledire gli inglesi”, contro i quali stavamo comunque combattendo una guerra molto cruenta. Noi allora alleati con Hitler, loro con Stalin. In questo clima si inserisce la storia di vita di Luigi Polano: nato sul finire dell’ottocento, nel ’21 è a capo della gioventù socialista nazionale (riesce a fare due chiacchiere anche con Lenin) e, quando si rende conto che i socialisti nostrani non hanno intenzione di seguire le orme rivoluzionarie russe, con Gramsci e Bordiga fonda a Livorno il Partito Comunista e diventa, forse suo malgrado, rivoluzionario di professione. Come comunista in Italia era fuorilegge di fatto, quando Gramsci fu arrestato e messo in galera era ancora deputato del Regno, per salvare la pelle occorreva fuggire magari in Francia, dove comunque nessuno era al sicuro dei sicari fascisti, vedi l’assassinio dei fratelli Rosselli, lui come molti altri rischiò la vita nella guerra civile spagnola. E la vita non era sicura neanche in Russia, dove i compagni sovietici combattevano una guerra sotterranea per il controllo del partito che portò alla creazione di quell’arcipelago Gulag che tanto bene riuscì a Solgenitsin di descrivere coi  suoi libri. E in quell’arcipelago ci finirono anche molti compagni italiani. Polano girò l’Europa con passaporti falsi, la valigia con doppio fondo colma di stampa clandestina  e di soldi destinati alla resistenza contro il fascismo. Quando Togliatti gli dette l’incarico di disturbare le trasmissioni radio dell’Eiar , la Rai di allora, e l’allontanò da Mosca, forse lo salvò anche dalle grinfie dell’Nkvd ( che figliò GPU e KGB dove Putin ha affinato le sue qualità di governo). Con un’attrezzatura che doveva essere all’avanguardia riuscì per quasi tre anni ad inserirsi nelle trasmissioni nazionali della radio fascista senza che i tecnici italiani riuscissero a fare nulla per neutralizzarlo. Trasmettendo probabilmente dai Balcani, Serbia o Montenegro, e scappando via ogni qual volta la Wehrmacht arrivava ad occupare quelle regioni. A nessuno, mai, avrebbe dovuto rivelare da dove trasmettesse. Aveva sposato una sua dirimpettaia a Sassari, una ragazza oristanese, Maria Uras che lo seguì nelle peripezie del mondo, combattendo anche essa in Spagna nelle brigate internazionali e nel Caucaso insieme all’Armata Rossa che fermò i soldati del Fuhrer. Gli diede nel frattempo un figlio che aveva quindici anni quando, a guerra finita, babbo e mamma suoi sbarcarono ad Olbia e, dopo vent’anni, tornarono a sentire l’odore della Sardegna misto al salmastro del mare. Polano divenne poi deputato e senatore,segretario del partito comunista di Sassari. Nella sua vita clandestina ebbe a fianco i Lussu e gli Spano che contribuirono a scrivere la Costituzione che ancora fa da ombrello al nostro vivere democratico e che ebbero, come lui, una incredibile vita di stenti, di sacrifici per noi quasi incomprensibili, conditi spesso da anni e anni di galera. Era il 1905 quando la famiglia di Velio Spano si trasferì a Guspini, lui aveva cinque anni, il padre Attilio veniva ad occupare la carica di segretario del Comune. Liceo Dettori a Cagliari e poi a Roma all’università, in rotta con la famiglia (il padre non aveva rifiutato la tessera del Fascio) lui si era formato alla politica mischiandosi ai figli dei minatori di Montevecchio: “…gli raccontai la sapienza strategica che noi ragazzini di Guspini dimostravamo ogni anno per riuscire nelle “imboscate” e nelle sassaiole organizzate contro la statua patrona di Arbus, Sant’Antioco…Gramsci mi ascoltava, sorridendo a tratti, ma sempre serio”. (Velio Spano: “Per l’unità del Popolo Sardo”, Della Torre ed.). Anche Velio patì anni di carcere, rivoluzionario di professione in giro per l’Europa. A Tunisi per organizzare il partito comunista tunisino, incontra e sposa Nadia Gallico, di famiglia antifascista di ebrei non praticanti ( alla morte del padre si faticò a trovare un cimitero che lo accogliesse), fu condannato due volte a morte dai tribunali tunisini (leggi francesi, allora lì comandavano loro), fortunatamente in contumacia. Vuol dire che faceva vita clandestina, rischiandola tutte le volte che andava a trovare la moglie e le due figlie piccole. E quando sotto i  bombardamenti ognuno cercava rifugio nelle cantine lui non ci andava perché non riusciva a non accendersi una sigaretta via l’altra. Nadia Gallico Spano scrisse un libro in ricordo di quei tempi: “Mabruk”, ricordi di un’inguaribile ottimista, AM&D edizioni, come il marito venne eletta alla Costituente, eletta in Parlamento, diresse il partito comunista in Sardegna. La descrizione del suo comizio sulle gradinate della chiesa di San Nicolò, il grande rosone di pietra alle spalle, circondata dalle donne vestite in costume, una torma di ragazzini scalzi e festanti che si rincorrevano l’un l’altro vale, per i guspinesi, l’acquisto del libro. Nadia non poté non innamorarsi della Sardegna, di quella terra che il marito le raccontava in Africa, della primavera a terra Maistus coi ciliegi fioriti sul greto del fiume. Forse allora per la gente era più semplice capire da che parte schierarsi (Nadia ebbe parenti che finirono la loro vita ad Auschiwitz) ma per chi sceglieva di essere comunista la strada era tutta in salita. Ma che tempre d’uomini! E di donne che con loro spartirono rischi e restrizioni di ogni tipo, nel mentre met
tendo al mondo  figli. Polano poi esagerò in segretezza fin agli ultimi suoi giorni, a Togliatti aveva promesso che a nessuno avrebbe rivelato da dove  partissero le trasmissioni che avevano fatto andare in bestia il Duce, non lo rivelò neppure a Enrico Berlinguer in occasione di un comizio che il segretario comunista tenne a Sassari nell’ 82 (presente Vindice Lecis). Tutti e due avrebbero lasciato questo mondo due anni più tardi, per quell’altro dove quei materialisti dei comunisti credono fortemente che si verifichi la condizione di egualitarismo per cui hanno combattuto una vita: sia loro leggera la terra che li copre.

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