DALLA PICCOLA CAGLIARI ALLA MONTRÉAL DE LE CIRQUE DU SOLEIL: SUSANNA DEFRAIA, UNA VITA IN VOLO

Susanna Defraia

di Matilde Gianfico *

Ci sono storie di vita scritte nei geni e custodite in strutture muscolari complesse, granitiche come la pietra sarda ed esplosive come la terra vulcanica della Sardegna. In un corpo piccolo e minuto, Susanna Defraia aveva già scritto nel suo DNA quel fattore X che le avrebbe permesso un giorno, al meridiano zero di Greenwich, di rendere omaggio al suo bel sogno: ballare in volo. L’avversario da superare era il mare chiuso della sua isola accompagnato dal provincialismo della piccola città di Cagliari, in cui Susanna è nata 45 anni fa. Fin dalla prima infanzia aveva educato il suo giovane corpo al sacrificio e al duro lavoro, e ogni giorno varcava la porta della Società Ginnastica di Cagliari per allenarsi 2-3 ore su attrezzi sempre diversi (trave, volteggio, parallele e corpo libero), ignara che su quei pezzi di ferro avrebbe impiantato la sua vita futura.  Anche la pausa della merenda a scuola, per l’alto contenuto vitaminico, si distingueva in quella montagna di junk food che i suoi compagni consumavano durante la ricreazione. Susanna si nutriva di banane, parlava poco e sorrideva tanto, mostrando due simpatiche fossette sulle guance, come se volesse sbeffeggiare chi dubitava delle sue capacità e non comprendeva il rigore e tanta devozione ad una disciplina che levigava i muscoli e su quella fitta trama avrebbe costruito la sua vita spettacolare, quella di artista del Cirque du Soleil.

Come si arriva da un’isola del Mediterraneo a fare la trapezista nel più grande spettacolo del mondo e appendere la propria esistenza ad un’asta? Come prima cosa con il duro lavoro, il sacrificio, la passione e il sorriso che, come mi hanno insegnato le mie splendide istruttrici di ginnastica artistica, Maria e Pinuccia, sono la strada per il successo, soprattutto interiore.

Il resto? Il resto è stato il desiderio fin da ragazzina di frequentare una scuola d’arte per talenti, come quelle della serie tv “Saranno Famosi”, di cui non perdevo mai una puntata. Era un’altra cultura e una realtà molto distante dalla nostra terra, che, anche a causa dell’insularità, ci teneva distanti dai luoghi dove accadevano le cose più strepitose. Il mio grande desiderio era ballare ma mai avrei pensato di entrare in un circo – e che circo – per ballare in aria.

Come avvenne?  Avevo già ventisette anni ma decisi di lasciare tutto e andare a Londra a studiare danza, appunto. Alla mia prima audizione ero stata selezionata tra i migliori talenti del Millennium Show al Dome, con lo spettacolo Ovo, che si svolse nel 2000 a Greenwich per un anno intero. Durante questo periodo feci un’audizione per le Cirque du Soleil che era appena arrivato in città. Fui selezionata, insieme a pochi altri artisti, e invitata a Montréal per testare alcuni attrezzi, tra cui la gabbia, una struttura di metallo che venne poi sostituita dal Trapezio Triplo, creato proprio per il nostro numero principale nello spettacolo Varekai.

E lei fu scelta insieme a pochi altri artisti, cosa aveva in più degli esclusi? Decisamente una combinazione di vari skills: la forza fisica, regalo anche della fibra dura della mia sardità, l’ agilità conquistata con la ginnastica artistica, la grazia sinuosa della danza, una forte “stage presence” ed il fatto di trovarmi al posto giusto al momento giusto.

Lo chiama caso fortuito, ma pare invece un’architettura meticolosa del suo sogno di infanzia… Era tutto ciò che avevo imparato a fare fin da piccola sulle parallele e gli altri attrezzi e il passaggio al trapezio lo considerai un’evoluzione naturale, anche della mia vita. Volevo ballare in volo, esprimermi con il mio corpo, le mie doti, ripagarmi per gli anni e anni di sacrifici, allenamenti e tempo trascorso in palestra.

E così iniziò a ballare in aria e vagabondare per la terra con lo spettacolo Varekai, la foresta con le creature incantate e fantastiche… I primi mesi furono durissimi, sia per la quantità di lividi che ci procuravamo sugli attrezzi sia per l’inverno gelido che ci attese a Montréal. Nel 2001 iniziò il tour che mi portò in giro per il nord America per cinque anni, poi in Australia e in seguito in Europa, fino all’arrivo del mio angelo, il bambino che portavo in grembo e per il quale ho lasciato il circo nel 2008.

Come trascorre le sue giornate un trapezista del più grande circo del mondo? L’unica abitudine che abbiamo è cambiare sempre città. Con i colleghi si divide tutto, lo spazio e il tempo con un po’ di sacrifico per la privacy, ricompensata da un senso di appartenenza ad una famiglia multiculturale fatta di compagni di viaggio ma anche dei loro partner e figli.

Nelle sue performance al Dome, volava fino a 50 metri di altezza e sul Trapezio Triplo le sue esibizioni erano un intreccio di quattro corpi di donne tutte sospese nel vuoto senza protezione, escludendo il tappeto sottostante. Alla fine, la vertigine è più la paura di cadere, come scriveva Kundera, o la voglia di volare come canta Jovanotti? La vertigine è un brivido che trapassa corpo e mente ma ti fa tendere ad un bisogno di volare, non ho mai sofferto di vertigini, nel senso comunemente inteso. Anche l’occhio è sottoposto ad un allenamento graduale e si arrivava a differenti altezze lentamente. Ricordo lo shock la prima volta al Dome, quando ci avevano fatto salire nel punto più alto dal quale saremo scesi ad inizio spettacolo. La paura del salto nel vuoto c’è, esiste, ma è più intensa la meraviglia di un’acrobazia in volo che fa accedere ad una mondo quasi parallelo e assente da tutto il resto. 
La sensazione di volare mi rende libera e felice. 

Quanti colleghi italiani ha avuto? Solo due uomini nello stesso spettacolo. 

Il momento più difficile durante una performance? Ogni momento richiedeva una rigorosa concentrazione. Ogni sequenza aveva un tempo preciso e sincronizzato con le altre 3 colleghe con cui ci si muoveva sopra il trapezio e la più insignificante delle distrazioni poteva compromettere l’intera serata e l’immenso piacere di soddisfare il pubblico venuto li solo per vedere te. Ricordo che durante un’uscita mentre iniziavo la discesa dal trapezio triplo, la sbarra dell’attrezzo mi colpì sulla tempia. Continuai come se nulla fosse mentre la mia faccia si colorava di sangue, furono costretti a interrompere la performance e questo piccolo incidente mi costò anche un paio di punti di sutura.

Le manca il circo? Ho avuto bisogno di un po’ di tempo dopo la nascita del mio bambino per ridimensionare lo stile di vita al quale mi ero abituata per tanti anni. Mi manca l’atmosfera surreale e magica che i costumi, il trucco e le scenografie, le musiche e la presenza di un pubblico così vasto, contribuiscono a creare per rendere ogni performance un’esperienza unica. Mi manca l’emozione di esibirmi in un teatro prestigioso come ilRoyal Albert Hall quando esplodeva nell’applauso del pubblico. Ora non lavoro sotto un tendone, ma ho ritrovato la mia dimensione, perché da oltre un anno calco di nuovo il palco portando in scena ancora una volta la mia arte e la mia ginnastica, con uno spettacolo di Pole dance, un po’ diverso ma ugualmente suggestivo.

Di cosa si tratta? È una performance acrobatica che sintetizza perfettamente la danza e la ginnastica acrobatica. Come il lavoro sulle parallele, sul trapezio e oggi su quest’asta verticale piantata in terra, occorre forza, armonia e agilità. In Australia la Pole dance e molto popular, e sebbene lo pratichi da soli due anni, ho già vinto molti titoli nazionali per tecnica e performance, oltre al titolo di campionessa professional Division nello stato dell’ACTAustralian capitol territory con le finali nazionali il prossimo settembre, qui a Canberra.

Le manca la sua terra di nascita?  Si, ma il mio desiderio di conoscenza altre culture ha sempre prevalso su tutto. Mi piace vivere a Canberra, è un luogo civile e la vita sembra ancora sana, l’unico problema è proprio la distanza dall’Europa. Da oltre due anni sono assente dalla Sardegna, e la mancanza della famiglia si fa sentire, insieme ai ricci e a su porceddu,anche se in misura ridotta.

Ha mai pensato come sarebbe stata una vita diversa nella sua piccola città di nascita? L’avevo visualizzata prima che partissi per la seconda volta a Londra. A Cagliari lavoravo in un’agenzia di viaggi, ma la routine di un’esistenza così detta normale mi stava stretta, non era nelle mie corde. Il mio spirito di avventura e l’indole da vagabonda mi portavano a sperimentare sempre nuove cose ma la ginnastica mi aveva insegnato la disciplina e il coraggio di osare e provarci sempre. Ma di una cosa ho la certezza, che la vita che mi sono scelta è quella raccontata dal mio cuore e da quello delle persone che mi hanno lasciato andare, la mia mamma in particolare. 

E per rispondere alla sua domanda, dico che non avrei potuto chiedere una vita migliore, e la rifarei tutta daccapo.

* La Donna Sarda

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