SE I GIGANTI DI MONT'E PRAMA FOSSERO MADE IN CHINA… L’INGOMBRANTE SILENZIO DELLA STAMPA NAZIONALE

laboratorio restaurodi li punti dei giganti di mont'e prama

di Fiorenzo Caterini

Negli anni ’70 emersero, dal campo di un povero contadino cinese, un esercito di soldati a grandezza naturale, con tanto di armature, armi, carri e cavalli. Tutto in terracotta. Agli occhi del mondo fu subito chiaro che si trattava di una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo. Gli scavi evidenziarono la presenza di circa 6000 statue, forse più, di cui oggi ne sono state recuperate circa un decimo. L’esercito di terracotta, a guardia del mausoleo di un grande imperatore del secondo secolo avanti Cristo, rappresenta oggi una delle attrazioni archeologiche più famose e visitate al mondo. Periodicamente alcune di queste statue vengono portate in giro per i più importanti musei del mondo, riscuotendo un enorme successo con migliaia e migliaia di visitatori. L’accostamento con le statue di Monti Prama è naturale. A distanza di quasi mezzo secolo dalla loro scoperta, finalmente alcune statue vengono restaurate, ma tante altre ne giacciono ancora sottoterra, in un sito archeologico che si estende per un’area molto vasta, di diversi ettari. Le statue di Monti Prama sono molto più antiche, e risalgono a quasi un millennio prima di quelle cinesi. Dal punto di vista scientifico, almeno per la cultura occidentale, hanno un significato ancora maggiore del grandioso Esercito di Terracotta, perché rappresentano un tassello fondamentale nella storia del Mediterraneo, culla della civiltà di questa parte di mondo. Tuttavia, questa incredibile scoperta, sottaciuta per quasi mezzo secolo, non sembra riscuotere il clamore che meriterebbe. In Sardegna, periodicamente, si sollevano aspre polemiche sulla gestione di questo enorme bene archeologico, ma la cosa non sembra tangere il sonno della cultura nazionale. Il bravo e onesto archeologo Tombetti si meraviglia di questo silenzio della stampa nazionale, concludendo che “chi controlla politica e media in Italia non sa che farsene della cultura e delle vestigia storiche del suo popolo”. Il buon Tombetti, in realtà, dimentica l’enorme clamore suscitato dai bronzi di Riace in Italia. Allora come si spiega questa evidente disparità di interesse? Come si spiega questo silenzio? Perché i guerrieri di terracotta cinesi e i Bronzi di Riace sono un’attrattiva mondiale, richiamano interesse, visitatori, soldi, mentre i giganti di Monti Prama, in gran parte, dopo mezzo secolo, languono sotto terra? Non ci vuole molta fantasia per capire che, se la stessa scoperta fosse capitata in Cina, nell’Inghilterra di Stonehenge, nell’Italia continentale e in qualunque altra parte del mondo, a quest’ora il sito sarebbe stato circondato da uno spiegamento di forze enorme, sia scientifico che di protezione adeguato, per una scoperta di interesse mondiale. Invece abbiamo assistito al triste spettacolo di un trasporto di questi reperti di immenso valore non solo storico, ma anche monetario, sopra di un piccolo autocarro. Statue a tutto tondo di oltre 3000 anni fa, le più antiche finora conosciute, su un carretto. Nel frattempo i tombaroli, ben più abili dello Stato a capirne il valore di mercato, si sono già dati da fare profanando il sito. Il senso di abbandono dello Stato di fronte ad un impegno che, anche trascurando il valore scientifico, rappresenterebbe un sicuro investimento economico, è evidente. Ma perché? In sintesi, il motivo di questo abbandono sta nella centralità che i vari stati nazione attribuiscono alla propria storia. Sono gli stati nazione che, seguendo il filo della tradizione classica, decidono che tipo di importanza dare ai vari avvenimenti storici, e lo fanno sulla base di interessi precisi, che sono economici e politici. Lo stato nazione usa la storia, principalmente, per perseguire un obbiettivo di unità. E non ci sarebbe nulla di male, in questo. Tuttavia la Sardegna si ritrova ai margini geografici di una nazione, l’Italia, che ha la storia più antica, densa di significati ed avvenimenti del mondo occidentale. La storiografia ufficiale classica del nostro paese si è concentrata su avvenimenti che dalla Magna Grecia proseguono verso gli antichi Etruschi, per esplodere nella storia dell’antica Roma, che è il fulcro antico di tutta la storia occidentale. Poi c’è il medioevo con il cristianesimo, altro fulcro storico dell’Occidente, poi c’è l’Umanesimo con la formazione dell’uomo nuovo e una delle prime grandi forme della letteratura occidentale, poi il Rinascimento con i suoi potenti e fondamentali impulsi economici e artistici, infine c’è l’attenzione da riservare al Risorgimento e alla formazione dello Stato unitario, con tutta la retorica e la mitologia necessaria per “fare gli italiani”. Come dire, ce n’è a sufficienza. La storia nuragica, invece, è un problema. Intanto perché pone tante, troppe questioni di natura scientifica, essendo ben più antica di ogni altra civiltà italica. Poi perché stravolgerebbe teorie consolidate, sulla quale si sono formate troppe comode rendite accademiche. Ma, soprattutto, la storia nuragica è stata vista come un problema costitutivo: era talmente evidente, manifesta nella sua importanza, e soprattutto precedente come epoca a tutte le altre civiltà italiche, che affrontarla poteva apparire come una sorta di storia nazionale nella storia nazionale, spostando il baricentro di interesse in un luogo della nazione marginale. La storia della Sardegna antica è stata intesa come un pericolo per l’unità d’Italia, invece che una risorsa. Attorno al “nuragismo” si è creato pertanto un clima di diffidenza, sarcasmo, sottovalutazione, che perdura ormai da decenni. Un clima che sembra essere il risultato di una mancata piena accettazione della Sardegna nello Stato italiano come partecipe dei processi non solo storici, ma anche culturali ed economici. Su questa base storica di sottovalutazione culturale, a mio parere, si è inserito un altro fattore. Un fattore che si osserva nelle relazioni tra aree geografiche economicamente forti e aree geografiche più deboli, legate tra di loro su di un piano politico. Varie teorie economiche e antropologiche hanno esplorato questi aspetti, mostrando come, spesso, la parte geografica più forte, al fine di condizionare sul piano sociale ed economico la parte più debole, agisce sulla loro lingua, sulla loro cultura e, soprattutto, sulla loro storia. Tutte cose che forniscono ad una comunità quel sentimento comune necessario a impedire la dipendenza e la sudditanza economica, utile invece, alla parte forte, per lo sfruttamento delle risorse. In pratica, se si riconoscesse alla Sardegna il ruolo di matrice storica ed archeologica del Mediterraneo e dell’Europa, l’utilizzo e lo sfruttamento del suo territorio potrebbe incontrare ostacoli di natura sia morale che giuridica. Ecco spiegato il perché del silenzio, dello squallore, del disimpegno da parte dello Stato e dei suoi media, ben più interessati, questi ultimi, a difendere le prospezioni di gas metano che una grande compagnia petrolifera, con sede operativa a Milano, vuole attivare proprio lì, a poche decine di chilometri da quello che è stato definito uno dei più grandi giacimenti di beni culturali del mondo.

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