LA NAVE – SARDEGNA ORAMAI VIAGGIA SENZA UNA ROTTA: LA TRISTEZZA DELL’UOMO SOLO AL COMANDO

finiti i "bagni di folla" per il Governatore Pigliaru?

di Oriana Putzolu *

Uno dei nemici più infidi dei lavoratori è la solitudine. Quel male oscuro che prende il padre di famiglia quando – ripiegate le bandiere sindacali, deposto il casco aziendale, appallottolato l’ennesimo  volantino di protesta – guarda negli occhi moglie e figli e con lo sguardo annuncia altri mesi di precarietà, cassa integrazione, mobilità in deroga. Insomma la sospensione a tempo indeterminato del diritto al lavoro. Per molti è la disperazione, anche perché nessuno sembra in grado di comunicare progetti di speranza, obiettivi raggiungibili, concrete possibilità di cambiamento. Nessuno che indichi la rotta della nave-Sardegna per uscire definitivamente da una crisi ormai ventennale. Neppure la politica, che alterna regole della spending review a lunghi silenzi, tagli indiscriminati a voglia di  non “disturbare il manovratore”. Anche nella nostra isola. “Agghiacciante”, avrebbe definito il ct della nazionale, Antonio Conte, la decisione del presidente Francesco Pigliaru di condurre nel più assoluto silenzio quel che si spera ultimo miglio della vertenza Alcoa. Un ordine da azienda ferrotramviaria – “non parlare al conducente” – assolutamente inaccettabile per il sindacato, non foss’altro perché sono in gioco gli assetti economico-produttivi di un territorio – il Sulcis-Iglesiente – da cinquant’anni al centro della tempesta industriale, e soprattutto il destino di 800 famiglie.  Sono trascorsi appena sette mesi dal 17 febbraio – l’annuncio della vittoria elettorale  – e  l’onorevole Pigliaru, sicuramente non per sua volontà, si comporta da “uomo solo la comando”. “La Regione  documenta oggi un’insicurezza crescente, un disagio e una sfiducia persistenti. Solo il 7% dei sardi ha fiducia nei partiti; il 14 nella giunta regionale, il 16  nel  Consiglio regionale. Alla base di  questi bassi livelli di fiducia istituzionale sta anche un forte deficit di partecipazione e coinvolgimento democratico. La cosiddetta <anti-politica> non si nutre solo di malaffare e corruzione, ma anche  di esclusione ed elitismo. Siamo convinti che la qualità delle istituzioni si misuri con la loro capacità di far partecipare i cittadini ai processi decisionali”. Così scriveva otto mesi fa non un pericoloso sovversivo demagogo, ma il tranquillo rassicurante professore universitario Francesco Pigliaru. Che, nel suo programma di governo “Cominciamo il domani”, così proseguiva: “ …Partecipazione e inclusione rappresentano modalità attraverso le quali si costruiscono coesione e capitale sociale, senso di comunità e identità…la crisi  non è del singolo, è dell’intera  Regione che non risponde più della sua identità. La fatica di vivere nell’isola porta con sé il senso implicito di non appartenenza. La paura di non farcela (La solitudine del lavoratore, n.d.a). Noi vogliamo cambiare. Ce la faremo, perché la Regione è e sarà di tutti. Lo sarà se è per tutti e se è partecipata da tutti”. Il sindacato sottoscrive tutto il brano del “Pigliaru pensiero”. Ormai è di moda silenziare i corpi intermedi, considerarli un intralcio a un rinnovamento di cui sarebbero depositarie solamente alcune elites politiche, partitiche e universitarie. In Sardegna dalla crisi delle miniere, della monucoltura chimica, dalle aperture alla modernità del tessile, gli unici a pagare sono sempre operai e impiegati, lavoratori dipendenti, con posti di lavoro falcidiati e malamente compensati da vagonate di ore di cassintegrazione che precarizzano tutta la vita: prima  quella lavorativa poi anche il dopo pensione. L’importo medio degli assegni Inps erogati nell’isola è 686 euro/mese non è un incidente di percorso, ma il frutto di forzata lunga convivenza con gli ammortizzatori sociali. La rappresentanza collettiva è importante e la Giunta deve dialogare  con la parte più responsabile del sindacato, soprattutto quello libero e confederale, non certo angelo custode di un esecutivo che non nelle aule consiliari e nei back office partitici, ma sul campo deve conquistare la fiducia dei lavoratori. In assenza di dialogo il ritorno in piazza per i sindacati sarà una scelta obbligata. Chi si mette alla guida della Regione accetta di investire sul futuro e scommette sulla propria capacità di indicare la rotta che conduce i cittadini nel porto sicuro del benessere  socio economico e della sicurezza lavorativa. Sono passati 210 giorni dal  17 febbraio 2014 e le coordinate della navigazione dei quattro mori sardi sono ancora misteriose. All’orizzonte non si intravedono un piano energetico e un piano industriale, senza i quali  l’economia sarda è destinata a una costante precarietà. Ancora tutta da  elaborare  una proposta  articolata sulle modifiche alla struttura produttiva regionale per adeguarla ai tempi, ai mercati e alla concorrenza internazionale. Una cosa è certa: oggi la Sardegna è un territorio dove la manifattura avanzata  ha scarsa rilevanza; dove prevalgono settori a minor contenuto tecnologico con imprese a bassa dimensione media. Una situazione venuta consolidandosi durante il decennio 2001-2011 che la crisi degli ultimi 5 anni ha cristallizzato. Secondo l’Istat il peso della manifattura sul totale degli addetti è diminuito dal 12,5% al 9,4 (dal 24,9 al 19,5% in Italia). Mentre il calo nazionale è stato compensato da una maggiore presenza di industrie ad alto e medio contenuto tecnologico(8,6%), in Sardegna  si è rimasti intorno al 4,1. Inoltre, la quota delle imprese ad alto  e medio contenuto tecnologico nell’isola è passata dal 14,3% all’8,9 del totale degli addetti manifatturieri.   Questi dati indicano chiaramente un punto imprescindibile del futuro piano industriale: gli investimenti in tecnologia, ricerca e formazione. La monocultura petrolchimica è al tramonto, ma non mancano le possibilità per mettere in movimento una “nuova industria” – di solo turismo non si vive – partendo da “su connottu”, cioè dalle peculiarità sarde. La prima è il mare: nautica, bacini di carenaggio, costruzioni navali da diporto e industriali e relative forme artigianali. La seconda è l’industria farmaceutica e parafarmaceutica collegata alle erbe officinali. A seguire la filiera agroindustriale – per colmare il deficit  del comparto  alimentare dipendente per l’80% dall’import nazionale e internazionale -; del marmo/granito fermo ancora alle lavorazioni primarie; del recupero ambientale degli ex siti industriali: non meno di 600 milioni le risorse “da sbottigliare” in questo settore, per continuare con le vocazioni territoriali, soprattutto quelle ecocompatibili. Da non dimenticare il sistema dei beni culturali e ambientali, tesoro sottovalutato, spesso ignorato. I dati più recenti, provenienti dal sistema camerale, disegnano una Regione che non valorizza completamente i suoi beni più preziosi e questo lo dimostra la difficoltà dell’isola nell’attrarre una quota adeguata di fruitori sui giacimenti della sarditá. Un recente rapporto Unioncamere attesta che la cultura rende al Paese 80 miliardi di euro all’anno, pari al 5,7% della ricchezza complessiva. Nella nostra Regione nel 2013 il valore aggiunto del sistema culturale è stato di 1.061,9 Mil/€, pari all’1,4% della ricchezza totale prodotta dal settore in Italia e al 3,7% del totale del valore aggiunto realizzato in Sardegna dalle aziende private.  Il sindacato è d’accordo con il Presidente Pigliaru. “ Cominciamo il domani” significa anche  restituire ai sardi ottimismo e fiducia. “ Un ottimismo basato su  cose concrete e progetti responsabili. Non su slogan e propaganda. Non solo l’ambizione di tornare  semplicemente ai livelli del passato, ma quella, più impegnativa, di rimuovere con coraggio i problemi strutturali che, per troppo tempo,  hanno compromesso le nostre potenzialità di crescita. E’ un progetto ambizioso, ma possibile, se saremo disposti a orientare ogni politica pubblica, ogni risorsa investita, in funzione di obiettivi misurabili in termini di creazio
ne di posti di lavoro, di efficiente utilizzo delle risorse naturali e ambientali, di effettiva capacità del nostro sistema  economico e sociale di essere inclusivo  superando ogni disparità tra giovani e meno giovani, tra donne e uomini, tra aree urbane e rurali”.

* Sardi News

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