VICENDA SINDACO DI ELMAS: IL MIO PENSIERO SCRITTO NEL LIBRO “LA SARDEGNA E’ UN’ALTRA COSA” E’ SULL’ISOLA CHE VORREI. CHI NON CREDE PIU’ A QUESTA TERRA, CAMBI LAVORO

nella foto, l'autrice dell'articolo

di Claudia Sarritzu *

Caro sindaco, ho scritto un libro sul “restare“.

Ho sacrificato la mia gioventù. I miei sogni che qui sono insormontabili per amore della mia terra.

Ho viaggiato con gli occhi e le orecchie basse per evitare di cadere in tentazione e non tornare più. Ho sempre stampato biglietti di ritorno, prima ancora che di andata. Perché a 20 anni tutti, ma proprio tutti, hanno il diritto di compiere la loro piccola e insignificante rivoluzione. La mia è stata questa: non abbandonare la mia terra, donarle quel poco che sapevo fare, scommettere sulle sue Università, condannarmi a una vita in casa, quando potevo conquistare la mia indipendenza già a 19 anni.

Ho frequentato il liceo classico G.M. Dettori, e sono stata praticamente l’unica o quasi, in una classe di 28 allievi, a non iscrivermi a una Università del continente. Andava di moda anche prima della crisi. Era il 2005 e se restavi qui eri uno sfigato. Un poveraccio. Uno che non avrebbe fatto nulla nella sua vita. Sono rimasta per lo stesso motivo per cui i miei non hanno scelto per me scuole private alle elementari e alle medie. Perché credono nell’Università pubblica, e pretendono un Paese dove non esistano università di serie A e di serie B, ma dove tutti possono imparare, crescere e migliorarsi, senza dover scappare dalla propria terra.

I sardi che vogliono scordarsi di esserlo e alla prima occasione, per sentirsi migliori, hanno bisogno di prendere la residenza in una grande città del nord, non mi sono mai piaciuti. Sogno una Sardegna piena di giovani come me che usino i loro risparmi e quelli della comunità per non fuggire. Che vadano fuori non a imparare ma a confrontarsi. Sì esatto CONFRONTARSI. Perché anche noi abbiamo tanto da insegnare, basta con questa sudditanza intellettuale. Vorrei che tornassero perché un sindaco come lei che è anche un Consigliere regionale investisse il suo tempo sul nostro futuro qui, oggi.

Lei è pagato per trovare una soluzione in Sardegna. Non per donarci una via di fuga. Se è già arreso, se non crede neppure durante il primo anno della giunta Pigliaru, al fondo “Garanzia giovani”, cioè 54 milioni di euro per inserire i ragazzi nel mercato del lavoro, allora dia le dimissioni.

Forse come sindaco non potrà fare altro che quello che ha fatto, anche se non ne sono del tutto convinta, ma come consigliere di maggioranza, mi scusi, ma da cittadina, pretendo un po’ di più. Se non ci crede più a questa terra, cambi lavoro. La politica è scommettere sul futuro del nostro Paese. Non su quello di altri stati o di altre regioni. Di Master senza Back ne abbiamo i curricula pieni. Ora pretendiamo coraggio da chi è pagato per creare opportunità lavorative.

Il mio libro si intitola “La Sardegna è un’altra cosa” perché racconta i sardi che non si sono nascosti e che non hanno fatto le valigie. Non si scomodi a comprarlo. Glielo regalo io, uno a lei e uno alla biblioteca del suo comune.

Alcuni giovani sceglieranno la sua triste opzione, alcuni leggeranno le mie righe e forse sceglieranno di cambiare questa storia. La nostra storia. Una volta per tutte.

* cagliari.globalist.it

4 risposte a “VICENDA SINDACO DI ELMAS: IL MIO PENSIERO SCRITTO NEL LIBRO “LA SARDEGNA E’ UN’ALTRA COSA” E’ SULL’ISOLA CHE VORREI. CHI NON CREDE PIU’ A QUESTA TERRA, CAMBI LAVORO”

  1. Volevo commentare il tuo ultimo post sull’articolo, quello con tanti commenti di chi è andato via, ma non lo ritrovo. Condivido in pieno ciò che hai scritto e non capisco chi non ha capito o non ha voluto capire, scusa il bisticcio di parole. C’è tendenzialmente il buono e il cattivo sia in chi va che in chi resta, sono i motivi che portano alla scelta da mettere in discussione. Trovo comunque più coraggioso restare perchè sa che avrà vita difficile e, diversamente da chi va via, cerca di restare per cambiare le cose. C’é chi resta perchè è un mammone e scansafatiche e chi va via perchè è più semplice andarsene e aspettare che qualcosa cambi, dando la colpa ai politici e a chi resta e continua a votarli. Sono entrambi comportamenti vigliacchi ed esecrabili. Per quanto riguarda l’informazione c’è chi si espone, come te, e dice ciò che pensa e mette in luce la verità, e chi invece si limita a dire-non dire, fare il compitino a casa dell’articoletto di rito, quello che non da fastidio a chi governa ora e a chi potrebbe governare domani. Con questo confermo la mia stima per la giornalista con la quale, umilmente e per poco, ho condiviso il lavoro in un blog, e la donna Sarda con la S maiuscola che a dispetto della tendenza prevalente resta e prova dare un contributo per salvare la nostra martoriata terra….

  2. io invece trovo infantile questa contrapposizione tra chi parte e chi resta, in una classifica per premiare il più coraggioso, chi ama di più la sua terra, chi non si arrende e non fugge.
    Perché qualcuno dovrebbe spiegarmi quale beneficio apporti alla Sardegna un dispoccupato o uno che accetti di farsi sfruttare in nero per due noccioline.
    Perché spesso le cose si cambiano di più partendo: rifiutando quelle condizioni di lavoro inadeguate che in sardegna costituiscono la norma.
    Sono sicuro che molti imprenditori sardi che lucrano sullo sfruttamento di giovani lavoratori avranno storto il naso alla notizia di questa iniziativa.
    Ciò farà vera occupazione a Elmas, non sarà certo una delibera magica di Pischedda, saranno dei masesi con determinazione, preparazione e idee.
    E obiettivamente molte di queste qualità si affinano quando si va fuori, soprattutto all’estero.
    Perché UniCa fa essenzialmente cagare comparata alle università del centro-nord e del resto del mondo indutrializzato. E’ un dato di fatto.
    Perché si conosce gente di tutto il mondo, si creano reti e si imparano nuovi modi di lavorare. A Cagliari ci abitano solo sardi ed immigrati ghettizzati.
    Perché ti trovi senza gli appoggi sociali della famiglia e degli amici, e devi vedertela da solo. Certo, molti di coloro che partono dipendono all’inizio dai soldi dei genitori, ma non sarebbe lo stesso se restassero?
    Partire non significa fuggire, significa innanzitutto migliorarsi. Molti rinunciano a questo in nome di un (presunto) amore verso la propria terra. Questa è per certi versi una fuga molto più colpevole. Una fuga dalla responsabilità di prendere in mano il timone della propria vita e navigare.
    Con stima, un espatriato

  3. Gentilissima Claudia Sarritzu sono emigrato in Svizzera alla fine degli anni 70 è posso dirLe che “LA SARDEGNA non è come scrive Lei “ UN’ALTRA COSA ”. La Sardegna CONTINUA ANCORA OGGI ad essere terra di miseria . Terra di disoccupazione socialmente pericolosa. Una portaerei nel mediterraneo sempre pronta a salpare in missione di guerra. La Sardegna è terra di conquista , terra di colonia. La Sardegna non è folclore. La Sardegna è amara realtà quotidiana fatta di centinaia di migliaia di disoccupati, di giovani che cercano un lavoro, di migliaia di lavoratori in cassa integrazione, che vanno ad aggiungersi al mezzo milione di sardi emigrati.
    I sardi che sono rimasti nella nostra Isola hanno visto risolvere i nostri problemi annosi? Siamo forse diventati la terra del pieno impiego? Non si direbbe. Certamente non possiamo ringraziare chi è rimasto in Sardegna e soprattutto i nostri amministratori per aver contribuito alla soluzione di qualcuno dei nostri problemi.
    Il contesto politico, economico, sociale in Sardegna, confuso, caotico, spesso contraddittorio, non consente a noi che viviamo fuori Sardegna in ambiti socio-economici sicuramente diversi ed evoluti, di lanciare messaggi a sostegno del mondo dell’emigrazione e della Sardegna, che possano essere ascoltati e verosimilmente anche capiti nella nostra Isola.
    Non si perdano, dunque, i contatti con l’altra Sardegna di ieri e di oggi che si è ben valorizzata nel mondo dell’emigrazione, inserendosi con forza nelle diverse realtà economiche e sociali internazionali più progredite, mettendo in risalto i valori e le capacità dell’intero popolo di Sardegna.

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