POLIGONI, SERVITU' E "DIMONIOS": PER “TOTTUS IN PARI”, L’INTERVENTO DEL PRIMO GENERALE SARDO DELLA BRIGATA SASSARI

il Generale Nicolò Manca in una foto di repertorio

di Nicolò Manca

Nicolò Manca nasce nel 1943 a Ortueri. Intraprende la carriera militare a 16 anni e, promosso Generale, diviene il primo comandante sardo della Brigata Sassari. Impedisce la soppressione della grande unità, già decisa dagli organi centrali, e, avvalendosi del talento musicale del capitano Luciano Sechi, promuove “Dimonios”, un canto divenuto una sorta di inno regionale sardo. Nel corso della sua vita di soldato, trascorsa in dodici città di otto regioni d’Italia, Nicolò Manca canta ripetutamente fuori dal coro, prendendo posizione contro il vertice politico-militare responsabile di una politica della difesa inadeguata e poco credibile. Nel 1997 si dimette dall’Esercito a seguito della violenta campagna stampa scatenata contro la “Folgore” in occasione della missione “Restore Hope” in Somalia. Nel maggio del 2013, indignato con le Istituzioni per l’inadeguata e inconcludente gestione della vicenda dei marò Latorre e Girone, restituisce alla Presidenza del Consiglio dei Ministri le onorificenze di Cavaliere e di Commendatore concessegli nel corso della carriera. Il suo resoconto su un viaggio compiuto con il Presidente della Regione Sardegna in Afghanistan, in occasione di un Natale, è ripreso dalla stampa con vasta eco. Ha trasferito la sua vena polemica e sempre controcorrente in opere letterarie. Il suo primo lavoro, “Da Calamosca a Calamosca- Alla ricerca di un Esercito”, nel 2001 ottiene il prestigioso fiorentino “Fiorino d’Oro” per la narrativa.

“Sa enna ‘e s’anima”, è un tornare alle proprie radici dopo una vita da emigrante, una ricerca della terra degli avi. “L’antica maledizione” è un lavoro che scava ancora nelle radici familiari radicate nel cuore dell’Isola.

Vive a Sinnai, da dove segue con amore paterno le vicende della Brigata Sassari.

La campagna contro la presenza militare in Sardegna viene riproposta da decenni con una periodicità riconducibile al rinnovo della compagine governativa regionale.

Sottoscrivo quanto dichiarato in merito nei giorni scorsi dal generale Carta, 30° comandante della Sassari, e alle sue parole voglio aggiungere, quale primo comandante sardo della Brigata, alcune mie considerazioni peraltro già proposte in passato. Per i non militari preciso che Carta ed io rivendichiamo il merito di aver contribuito in misura determinante a far sì che la Sassari diventasse quel che oggi è, impedendone prima la soppressione (la cronaca dei fatti è riportata nel capitolo XV di “Da Calamosca a Calamosca -Alla ricerca di un esercito” ) e poi con il coronamento dell’opera, grazie alla tenacia di Carta, che due anni dopo fu l’artefice del “riempimento” degli organici dell’unità.

La campagna anti-stellette si fonda da sempre su due capisaldi: l’inquinamento del territorio che sarebbe causato dalla presenza dei poligoni (uranio impoverito, polveri sottili, torio e chi più ne ha più ne metta) e la penalizzazione economica che la presenza militare causerebbe all’isola.

L’operazione in questione affonda le sue radici nel 1994, quando il povero Giuseppe Pintus, un bersagliere che aveva svolto il servizio di leva a Capo Teulada, morì di leucemia. A suo tempo spiegai al fratello di quel soldato che Giuseppe non poteva essere morto a causa dell’uranio impoverito per il semplice fatto che i proiettili di quel tipo non erano mai stati impiegati a Capo Teulada e che comunque il munizionamento del cannone da 106, col quale il congiunto poteva aver sparato i due canonici colpi di addestramento, non sono fatti di metallo di alcun tipo ma esclusivamente di esplosivo (donde la denominazione “a carica cava”).

In seguito a nulla valsero neanche le dichiarazioni che precisavano che Valery Melis, un altro povero ragazzo morto per una patologia analoga, durante una missione nei Balcani non fu mai impiegato nelle zone di combattimento teatro di scontri con il possibile impiego di proiettili all’uranio impoverito da parte di forze Nato.

Vari organi di stampa tentarono anche di fare breccia nell’opinione pubblica rivelando che il famigerato uranio impoverito viene impiegato anche per fare le canne da pesca, gli stent che i cardiochirurghi ci inseriscono nelle coronarie, gli auricolari, le serrature anti-scasso, i microfoni, i cellulari, le candele per auto, i forni a microonde e un migliaio di altri oggetti di uso quotidiano.

Negli anni a seguire non servì neanche che sia a livello mondiale (l’ONU con la missione United Nations Environmental Program), sia a livello europeo (la UE con la Commissione Ambiente guidata da Margot Wallstrom) sia a livello nazionale (ricordo le conclusioni della prima e della seconda Commissione guidate nel 2001 dall’oncologo Franco Mandelli, il parere del professor Giuseppe Remuzzi direttore dell’Istituto “Negri” di Bergamo, i pareri dell’Istituto Superiore di Sanità e della Lega contro i tumori della Regione Toscana fino ad arrivare ai risultati dello studio concluso un mese fa dal professor Giorgio Trenta, medico e fisico cui vengono affidate consulenze a livello mondiale, e dal professor Mario Mariani del Politecnico di Milano), tutte ricerche che non sono servite a smuovere dalle loro posizioni i sostenitori del disastro ambientale a Quirra e a Teulada. Grazie a internet chiunque può leggere le relazioni redatte da quanti hanno effettuato le ricerche sul campo e valutarne quella credibilità scientifica che viene invece negata dai catastrofisti in servizio permanente effettivo.

Desta tuttavia perplessità il fatto che i sostenitori del disastro ambientale non soffermino la loro attenzione su un singolare fenomeno conosciuto nell’intero pianeta: la stupefacente realtà della famiglia Melis di Perdasdefogu, nove fratelli detentori del Guinnes mondiale di longevità; dalla sorella maggiore, Consola, di 107 anni, alla “piccola” Mafalda di 79. Nove fratelli che per circa un secolo hanno respirato l’aria di Perdasdefogu, bevuto l’acqua e mangiato i prodotti della terra del poligono e delle zone adiacenti. Nessuna malattia da inquinamento…col sovrapprezzo del record mondiale di longevità!

L’aspetto inquinamento merita un’ultima appendice marginale ma significativa: perché quando un testimone o un perito propone elementi non funzionali ad una determinata ipotesi accusatoria viene ventilato lo spauracchio della falsa testimonianza o della negligenza? Questa singolare interpretazione dei principi giudiziari lascia perplessi e contribuisce non poco a creare nell’opinione pubblica il sospetto che il perito-testimone sia un bieco agente “al soldo del Governo Italiano e dei militari”.

Il secondo caposaldo, quello economico, presenta aspetti ugualmente articolati. Premesso che la presenza militare è stata definita “la prima azienda sarda” (circa 5000 stipendi con una ricaduta e un indotto considerevoli per quanto riguarda affitti, tributi locali, edilizia, consumi ecc), quotidianamente viene ventilato il mancato sviluppo dovuto ai 220 kmq di territorio di proprietà del demanio militare (circa lo 0,5% dei 24.090 kmq della superficie isolana) e agli 80 km di coste incluse nei poligoni (circa il 4% dei 1800 km di costa, considerando anche le isole minori). Meno immediato risulta il discorso delle servitù e delle interdizioni alla navigazione che scattano in occasione delle esercitazioni a fuoco, nonché la determinazione degli indennizzi (corrisposti quasi sempre in ritardo) previsti per compensare le penalizzazioni di cui sopra.

A questo punto sorge però spontanea una domanda: possibile che quello 0,5 % del territorio e quel 4% delle coste siano determinanti per l’economia isolana e, soprattutto, non siano equilibrati dagli stipendi e dagli indennizzi, cioè dalla ricaduta economica che pesa sull’altro piatto della bilancia.

Dovrebbe far meditare la situazione che si è determinata a La Maddalena dove, a giudizio dei più, ora che finalmente “ci si è liberati degli americani”…..in molti rimpiangono la loro presenza. C’è da chiedersi che fine abbia fatto la vituperata radioattività imputata al naviglio USA. Dissolta nel nulla. All’improvviso è stata equiparata al foraggio prodotto in zona: in altre parole… tutte balle!

Chiunque può ipotizzare con onestà intellettuale uno scenario che veda i poligoni sardi finalmente chiusi e restituiti alla collettività, che veda anche finalmente azzerata la presenza militare in Sardegna, con il trasferimento della Brigata Sassari nelle innumerevoli caserme ormai vuote esistenti nella Penisola. Va da sé che la soluzione trasformerebbe i sardi in divisa in emigranti a vita.

Cosa pensano di questo scenario gli abitanti dei paesi “penalizzati” dai poligoni? Cosa ne pensano commercianti, artigiani, affittuari, amministratori locali, mondo della scuola, gli stessi volontari in divisa?

Concludendo credo che quel che serve alla Sardegna non sia chiudere ma aprire le porte, non solo ai militari ma a qualunque opportunità di lavoro, dal gas algerino ai petrodollari arabi; serve sostenere il settore agro-alimentare, non ostacolare le fonti di energia rinnovabile e ridare respiro all’edilizia soffocata da anni da troppi vincoli.

Certo che si deve tutelare l’ambiente! Ma c’è anche un disperato bisogno di lavoro, con buona pace dei ben noti pittoreschi personaggi in perenne ricerca di visibilità, gli inconcludenti millantatori che predicano “via i militari per avere prosperità e benessere”.

Come a La Maddalena?

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