IN MOSTRA MAURO MANCA, COSTANTINO NIVOLA, MELKIORRE MELIS, EDINA ALTARA E MARIA LAI: LA CREATIVITA’ SARDA ALLA TRIENNALE DI MILANO


La Triennale di Milano, la rassegna che vuol proiettare l’Italia nell’anno dell’Expo, ha aperto la sua settima edizione nel segno della crisi. Con una grande sfida, «per andare oltre la crisi», ha spiegato il direttore scientifico Beppe Finessi riflettendo sulle tre A che animano la mostra. Tre parole che hanno caratterizzato prima il fascismo (Autarchia), poi gli anni settanta (Austerità), infine i giorni nostri, dominati dalla retorica dell’autosufficienza definita Autoproduzione in italiano e Autonomy in inglese. Tutto avviene al Design Museum nel quartiere verde di via Alemagna. Si protrarrà per un anno con «grandi protagonisti e autori minori, con luminose figure femminili che – ha sottolineato Finessi – sempre hanno saputo fare tanto con poco, cercando nuovi linguaggi e nuovi mercati, materiali inventati o ritrovati con tecniche tradizionali che diventano palestre privilegiate per i migliori progettisti con città e regioni che è una sorpresa poter esplorare». Di Regione ce n’è una sola. Ed è la Sardegna per una sinergia positiva tra volontà pubbliche (la Regione appunto) e passioni e competenze private (se ne sono occupati l’ex direttrice del Man Cristiana Collu, l’architetto Antonello Cuccu della Ilisso, il giornalista del Sole 24 Ore Stefano Salis, Rosabianca Cao). Con una appendice sarda più che autorevole anche se casuale perché tutto il progetto grafico della mostra è firmato da Italo Lupi (nato a Cagliari dove ha vissuto per i primi due anni). Personaggi, artisti ma anche cose. Come la parola orbace, inserita fra mille nuovi materiali – vimini, giunco, midollino, plastiche, moldrite, nikargenta opalina, pietranova – con i quali, se c’è l’estro, si può fare arte. E con i quali trionfa il made in Italy. La Sardegna è presente con veri gioielli: un vaso antropomorfo di Mauro Manca, un tappeto realizzato ad Aggius da Mariuccia Cannas nel 1959, la sedia triangolare di Giovanni Antonio Sulas per il Cala di Volpe nel 1962, una scatola di Ubaldo Badas e un tavolino d’arte di Edina Altara. Su un tappeto color avorio e sotto un arazzo di Eugenio Tavolara (artigiana Lisa Pulina di Ploaghe) un presepe in ceramica di Maria Lai (1958), undici pezzi piccoli com’era piccola e grandiosa la maga dei fili e dei nastri che legavano fra loro le case alla montagna di Ulassai. Tavolara domina con portaombrelli di sughero, altri arazzi, un soprabito, pezzi delle cestinaie di Sinnai. E poi disegni e bozzetti di Melkiorre Melis . Un tema, quest’ultimo, affidato dalla Triennale alla penna di Stefano Salis che, nell’eccellente catalogo delle edizioni Corraini, scrive: «Isolani, sì. Isolati, anche. Eppure capaci di dialogare col mondo. Anzi: di essere in qualche modo all’avanguardia». E della Sardegna «sfinge di primitiva bellezza» ricorda «Costantino Nivola capace di inventare le Veneri neolitiche», Eugenio Tavolara «maestro nel riprendere l’arte dell’intreccio dei cesti e le stilizzazioni antropomorfe» o Melkiorre Melis «ricercatore di geometrie variabili che affondano le radici in stilemi arcaici». E poi Maria Lai, «la fata sapiente che stupisce e commuove con i suoi fili, tessitrice di destini e storie interrotte, con gli immacolati presepi bianchi che si oppongono al buio della notte evangelica, così uguale alle notti di stelle e di stalla dell’isola». Ancora Salis: «La Sardegna è madre mediterranea, calda, densa di simboli, fitta di pietre, di silenzi e rituali, di movimenti lenti, di sapienza di mani che lavorano, di finezze e gravità che si contemperano». Un angolo d’arte dove ha voce la Sardegna laboriosa di dentro, rispettando – con una immagine di Gustav Mahler – «la tradizione, in questi casi lampante, sempre custodia del fuoco, mai adorazione della cenere». Una vetrina-omaggio per l’isola in crisi, nella Triennale della crisi. Per superarla. Con la sapienza dei pochi Grandi che, dopo aver creato il Pantheon-Sardegna, lo sanno proporre al mondo. E ai sardi (distratti) di oggi.

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