LA VOCE DELLA TRADIZIONE: INTERVISTA A ISTEVENE PIRA DEL TENORE SOS EMIGRANTES

il tenore Sos Emigrantes

di Mariella Cortès *

Tre sardi emigrati a Milano con la passione per la musica e le tradizioni isolane. Nasce così il tenore Sos emigrantes, un gruppo di cantori a tenore che, nel giro di pochi mesi, ha portato le melodie della tradizione sarda in diverse piazze d’Europa e della Lombardia, luogo della loro emigrazione. Con il progetto Brincamus che da diversi anni porta le band sarde sui palchi di mezza Europa, Sos Emigrantes hanno trascinato le tonalità del canto patrimonio UNESCO anche in Francia. Abbiamo chiacchierato a lungo con Istevene Pira, in seguito alla esibizione de Sos Emigrantes al Teatro dal Verme di Milano dove hanno aperto la manifestazione a scopo benefico “Sardi insieme”.

Come nasce il gruppo “Sos emigrantes”? Il tenore Sos emigrantes nasce dalla necessità di voler dar sfogo alla nostra passione musicale e di dar voce alla tradizione. Il tutto si è sviluppato quasi contemporaneamente alla nostra emigrazione, avvenuta per ragioni lavorative; nel tempo libero frequentavamo le feste sarde organizzate dalle associazioni sarde in Lombardia e, tra un passaparola e l’altro, quando ci siamo ritrovati tra amici di vecchia data è scattata la scintilla del: “‘’ Ajo a bi la pesamus’?” e così pian piano il progetto ha preso forma. Abbiamo iniziato a proporci nei circoli prima accompagnando le cene, poi abbiamo iniziato con le esibizioni vere e proprie e, la freschezza della novità, abbinata a un discreto lavoro di comunicazione, ci ha portati a riempire di appuntamenti la nostra agenda! Siamo stati presenti a molti eventi dando quel tocco in più a questioni che apparivano scomparse all’interno dell’animo degli emigrati anziani. Da qui l’idea di essere associazione e di iniziare un cammino più specifico sulla divulgazione, in maniera di poter formare un unico e sensato movimento dedicato al canto e alle tradizioni dell’entroterra sardo, con le vesti tipiche e l’uso del linguaggio comportamentale dovuto con una valorizzazione a 360° su quanto concerne la nostra terra.  

Negli anni della grande emigrazione la musica rappresentava una via di fuga in grado di far sentire meno dura la lontananza e, al contempo, capace di rafforzare le radici culturali. Siete rimasti fedeli a questa tradizione? Abbiamo sempre mantenuto fedeltà alla nostra tradizione e quindi alla nostra Sardità: non ci siamo mai staccati dai codici che hanno fatto sempre grande il nostro popolo. Abbiamo storie passate, ricordiamo le esperienza di vita pastorale, le poesie che la caratterizzavano ecc. Insomma, abbiamo sembra voluto dare al nostro canto quel marchio che i nostri emigrati hanno sempre mantenuto visibile pur essendo lontani da casa. La sensazione che vogliamo trasmettere è la stessa che si prova quando si incontra, fuori dall’Isola, un conterraneo: una grande gioia e un momento di festa.

Nel vostro gruppo presentate le varianti del canto all’Orunesa e all’Orgolesa. Da dove viene questa scelta? La nostra non è una scelta ma la pura e semplice realtà del canto. La provenienza delle voci, le proprie radici non vanno né modificate e né ci si può illudersi di poterle imitare. Marco, essendo di Orgosolo, canta alla moda del suo paese con la sua maniera, mentre Maurizio, orunese, di fatto presenta il suo paese alla sua maniera. Il resto del gruppo segue le evoluzioni creando l’armonia. Ovviamente teniamo a precisare che per essere di diversi luoghi cerchiamo d’interpretare la cantata e il suono che ne vien fuori non è un imitazione ma il sentirci momentaneamente ospiti del paese e quindi onorati di accompagnare tali voci, anche perché non potremo mai raggiungere l’apice del vero suono sia orgolese che orunese che né  Stefano che è di Nuoro ( basso) nè Alessio di Bono (contra) e Diego, originario di Serramanna ( mezzavoce), hanno nelle corde vocali a prescindere la caratteristica imponente che ogni singolo paese ha di suo; se si vuole sentire un  suono Orgolese ed un suono Orunese bisogna andare in questi paesi. Poi c’è Antonio Riviezzo di Nuoro che è una seconda contra. Negli antichi ‘’pinnettos’’ durante il cosiddetto ‘recreu’’ (riposo) ci si incontrava con amici o conoscenti di altre zone e s’intonava ‘’la pesabana’’  e chissà quante belle cantate: ecco, noi seguiamo questa scia e, anche se non pubblichiamo tutto e teniamo molte cantate custodite come tesori, la passione che ci mettiamo dentro è qualcosa di indescrivibile e comprende anche qualche errore che nel canto a tenore, speso improvvisato e irripetibile,stanno bene!

Il vostro, prima che un concerto, è il racconto di una tradizione dove  brevi introduzioni fanno da preambolo al canto ma al contempo ricordano modi di fare e sentimenti della Sardegna. Come viene creato un vostro spettacolo? Partiamo dal fatto che noi abbiamo la possibilità di presentare più varianti del canto a tenore e questo fa sì che ci si intrecci anche nei modi e nelle vicende anche storiche del canto in sé. Analizzando le sue varie evoluzioni, rendendo come base la divulgazione orale, ci è permesso appropriarci delle forme di presentazione più consone. Molte volte viene difficile anche scegliere quello da dire e in quale contesto: per ora andiamo a proporre proprio la conoscenza del canto dalla sua composizione e cerchiamo di far capire proponendo un concerto-lezione. Ora stiamo lavorando a un progetto per i teatri e ci piacerebbe, in futuro, riuscire a organizzare una tipica festa barbaricina e una dove dar voce alle varie eccellenze del nostro territorio. Abbiamo la fortuna di provenire da un luogo unico al mondo dove il mondo ha plasmato tradizioni e sapori in maniera eccellente.

Parliamo del concerto da voi tenuto la scorsa estate al Castello Sforzesco di Milano: come siete stati inseriti nelle iniziative di “Un’estate sforzesca”? Il pubblico milanese sembrava, tra l’altro, abbastanza preparato e interessato. E’ stata un’ esperienza indimenticabile! Abbiamo avuto la possibilità, grazie ad un caro amico che ci ha fatto da tramite, di preparare un concerto-lezione dove abbiamo raccontato, nel cortile della Rocchetta, alcune scene di vita quotidiana sarda che vedono il canto come protagonista. Di fatto, è stata l’emozione a fare da cornice. Il canto a tenore, essendo patrimonio UNESCO è particolarmente conosciuto e apprezzato. C’è stata un’ottima affluenza e abbiamo ricevuto una valanga di complimenti anche tramite il nostro canale Youtube

Il vostro nome, Sos Emigrantes, vi accomuna a molti sardi fuori di Sardegna. Siete in contatto con altre realtà di giovani che promuovono la Sardegna in Italia e all’estero? I giovani sardi promuovono la Sardegna in svariate maniere, e sono veramente tanti!  Alla fine, penso che il nostro modo di intendere la nostra terra sia quello che viviamo costantemente nel nostro modo di essere e di fare; la Sardegna non è solo mare ma anche usi e costumi; ecco, noi siamo usi e costumi, tradizioni e passione. Un sardo non va “marchiato” solo con “Ajo”, “Eja” e motivetti “a trallalera” ma vanno analizzate le sue radici e quanto egli è anche fuori dalla terra natia.

* focusardegna.com

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