UNA GIORNATA CON IL REGISTA ENRICO PITZIANTI: INCONTRO PROMOSSO DAL GREMIO DEI SARDI DI ROMA

il regista Enrico Pitzianti

di Patrizia Boi

Il giorno 12 marzo 2014 si è svolta al Cinema Trevi una giornata interamente dedicata al Regista cagliaritano Enrico Pitzianti.  L’incontro è stato organizzato dal Gremio dei Sardi di Roma che, per celebrare il suo 65° anniversario (1948-2013), continua a promuovere, con la collaborazione della FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), della Cineteca Sarda – Società Umanitaria e della Cineteca Nazionale, una serie di proiezioni e dibattiti con attori e registi, all’interno della rassegna Incontro con il Cinema Sardo, presso il Cinema Trevi.  Il personaggio prescelto per questo evento, regista e documentarista, laureato in Giurisprudenza a Cagliari, ha frequentato  il corso di Regia alla New York Film Academy ed è Vincitore di numerosi premi grazie ai suoi lavori nel campo documentario.  Il Programma della Manifestazione, intenso e fitto, è stato messo a punto da Franca Farina del Centro Sperimentale di Cinematografia con la collaborazione di Alessandra Peralta, Regista della Rai. L’Incontro ha preso il via alle ore 17,00 con la proiezione della fiction Il Guardiano  (1998, 16’), un cortometraggio ambientato a Roma che ha come protagonista Oreste, il guardiano per l’appunto, che da trent’anni protegge un luogo antico: l’Arco e il Cortile degli Acetari.  Tutta la rappresentazione è giocata sul desiderio istillato dal divieto di mangiare: Oreste – interpretato da Oreste Guidi  –  è obbligato a fare una dieta per salvaguardare la sua salute. Questo limite lo conduce ad essere ossessionato dal cibo che osserva tra le bancarelle, che immagina condito in piatti succulenti, che sogna nel dormiveglia delle sue lunghe ore di guardia. Ma la sua voglia si espande e cresce in modo così incontrollabile da spingerlo all’appagamento del bisogno senza più curarsi delle due donne che convivono con lui costringendolo a pasti frugali e senza piacere… Alle 17,30 c’è stata poi la proiezione di Piccola Pesca (2004, 80’) un lungo docu-denuncia in cui Pitzianti racconta la verità scottante del Poligono Militare di Capo Teulada. Siamo negli anni Cinquanta e l’Isola di Sardegna, in quanto Terra poco popolata, può essere considerata “una Portaerei gigante che non può affondare”, quindi un territorio naturale fatto apposta per essere militarizzato e  utilizzato come Teatro di Guerra. La Terra del Sole e dell’Azzurro Mare, delle Bianche Spiagge e delle Calette Selvagge, delle Foreste di Lecci e della Macchia Odorosa, l’Isola dei Profumi di Mirto e Lentisco, il Territorio dei Cervi e dei Mufloni, dei Cinghiali Selvatici e delle Greggi Solitarie, ecco, questa Oasi incontaminata, dalle acque trasparenti più dei Caraibi, dalle spiagge dai riflessi luccicanti, di sabbia finissima tra le più candide al mondo, diventa in poco tempo una Portaerei carica di Basi per le Esercitazioni Militari, veicolo di proiettili all’uranio impoverito che portano sostanze velenose e pericolose per la catena alimentare della terra e del mare… Pitzianti narra la vicenda prendendo spunto dal Poligono di Teulada, 8.000 ettari di terra espropriati ai pescatori del basso Sulcis per costruire una fabbrica di distruzione, devastazione e morte. Che cosa importa ai Governi e a coloro che li proteggono, degli abitanti, uomini e donne o bambini che siano, dei paesi di Sant’Anna Arresi, Teulada, Sant’Antioco, San Giovanni Suergiu, Buggerru, Calasetta, Carloforte? A chi interessa la sorte di un piccolo nucleo di pescatori che non hanno più il loro spazio di mare dove pescare? Che danno sarà mai per la popolazione coinvolta se morirà qualcuno per leucemia, per cancro o se nasceranno bambini malformati? A chi volete che stia a cuore il destino di una insignificante realtà abbandonata da Dio? Dio è stato fin troppo generoso con questa gente donandogli terra fertile, mare pescoso, acque limpide, silenzio, quiete e cibo genuino, che cosa importa se si espropria un poco di terra e una porzione di mare per portare in scena la Guerra in un luogo lontano dalla civiltà? La Nato ha bisogno di addestramento e da qualche parte lo deve fare. E poi queste esercitazioni vengono pagate profumatamente! A chi? Ai sardi? Macché! La protesta degli interessati è poi frenata dalle istituzioni, dai facilitatori del sistema, da chi in qualche modo ne ricava una ricompensa.  Ma la Terra stessa cosa ne dice? Non siamo abituati a prestare ascolto alla nostra Terra Antica, forse patria della saggezza di Atlantide. E poi quanto incide la Piccola Pesca di Capo Teulada quando ci sono i pescatori siciliani che esportano il pesce dappertutto? Chi vorrebbe al suo desco un pesce imbottito di uranio arricchito e di pallottole? Chi vuole rischiare cancri e leucemie?  Ringraziamo la cultura della guerra, i popoli “portatori sani” di questa civiltà che hanno bisogno di spazi per sparare e conquistare paesi di trogloditi e incivili? Dopo questo documentario, il resto della serata passa quasi inosservato, nel senso che la gente che non sapeva rimane folgorata dal messaggio trasmesso e non sa se urlare o stare in uno stato di raccoglimento per il lutto subìto. Ma lo spettacolo deve continuare e dopo la doccia fredda di Piccola Pesca, arriva il momento, alle ore 19,00, di Tutto Torna  (2008, 86’).  Si tratta questa volta di un interessante lungometraggio, una commedia sociale ambientata nella Cagliari città vecchia, nel rione de La Marina. Il capoluogo sardo è visto come una città multietnica, una sorta di quartiere newyorkese popolato dalle più variegate etnie, una diversità che regala ricchezza. In realtà, come afferma il Regista stesso, si tratta della trasposizione di una storia pensata in America ma trasportata a Cagliari, in quella parte vecchia che domina il mare da vicino e forse lo guarda e lo traguarda. Il mare diventa il mezzo per ricercare oltre, c’è chi parte, c’è chi torna, c’è chi riparte e forse tornerà dopo aver cercato fortuna oltreoceano o semplicemente “nel Continente”. La Nave, il Porto di Cagliari, il Traghetto che prende il largo e si allontana dall’amata terra, sono le stesse immagini che vede chi è costretto ad emigrare per trovare una collocazione più adeguata nel mondo. Il viaggio è sempre un mistero da scoprire, ma come il viaggio di Ulisse è la tappa obbligata di una peregrinazione indispensabile per comprendere al ritorno, come sostiene Kostantin Kavafis,  il segreto di Itaca:

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.


Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada…

Alla fine del film, si è aperto un dibattito introdotto da Antonio Maria Masia e moderato da Alessandra Peralta a cui hanno partecipato Enrico Pitzianti, Paolo D’Agostini e Emanuele Nespeca. Dopo una simpatica chiacchierata tra ospiti e pubblico, il tema dell’America che ha infervorato la platea è stato ripreso da Masia che ha invitato l’attore presente in sala Luca Martella – che porterà in scena il prossimo 29 maggio sempre a Roma al Teatro Italia uno Spettacolo sul Teatro-Canzone di Gaber-Luporini in favore delle popolazioni colpite dall’alluvione in Sardegna, ed organizzato, tra gli altri, dal Gremio di Roma – a recitare il monologo L’America di Gaber-Luporini.

Lo stesso Pitzianti è rimasto colpito dalle parole che gli autori hanno messo in bocca a Martella, più attuali che mai e che sembravano scritte apposta per vicende come quella di Capo Teulada.  Dopo un brindisi a base di Cannonau per accompagnare carasau e salsiccia, la serata si è conclusa con il docu-fiction Roba da Matti (2011, 80’), il terzo lungometraggio di Pitzianti. Si tratta di un film girato dentro Casamatta, una piccola residenza socio-assistenziale, situata a Quartu Sant’Elena in provincia di Cagliari, in cui vivono otto persone affette da disagio mentale.  Pitzianti affronta di nuovo il tema sociale del disagio psicologico e della fragilità mentale entrando per tre mesi in mezzo ai “Matti” – si fa per dire – e filmando con l’occhio esperto della sua telecamera scene di vita dei componenti la comunità: Cenza, Patrizia, Pinuccio, Sergio, Stefano… Vi ricordate la Nave dei folli, il dipinto a olio su tavola di Hieronymus Bosch, databile al 1494 circa e conservato nel Museo del Louvre di Parigi? O preferite rammentare  La nave dei folli (Das Narrenschiff) di Sebastian Brant, l’opera satirica in tedesco alsaziano, pubblicata nel 1494 a Basilea? Tutti concetti ripresi dal sociologo francese Michel Foucault nel suo libro Sintesi della Storia della Follia nell’Età Classica: «Perché si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell’acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca? […] La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini». Pitzianti prende come oggetto della sua osservazione una casa, un contenitore di fragilità e di disagio, ma possiamo chiederci immediatamente: “Quanto è labile la linea di demarcazione tra normalità e follia? Sono più folli Patrizia, Pinuccio, Cenza, ecc. con i loro desideri e aspirazioni, con le loro preoccupazioni e paure o i responsabili della ‘Portaerei Sardegna’ che senza dubbi e coinvolgimenti, con sicurezza e praticità decidono di sacrificare luoghi e popolazioni nati nella Bellezza?”. Erich Fromm ne ha scritto in un interessante tomo intitolato I Cosidetti Sani-La Patologia della Normalità: “I malati sono sani. E i sani, in realtà, sono malati”,  tesi paradossale e provocatoria, in cui Fromm, servendosi dei concetti di “carattere sociale”, sviluppa una patologia della normalità, punto di partenza per quella visione umanistica dell’uomo di cui egli stesso è stato il grande propugnatore. Io invece rispondo alla domanda prendendo in prestito la risposta da una celebre ode di Manzoni:  «Ai posteri l’ardua sentenza…»

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