INTERVISTA ESCLUSIVA "TOTTUS IN PARI" AL GIOVANE REGISTA SARDO JOE BASTARDI: SARA' PROTAGONISTA AL "VISIONI SARDE" DI BOLOGNA

Joe Bastardi

di Bruno Culeddu

Scorrendo i titoli delle opere in finale al concorso Visioni Sarde si scopre che due sono firmate da Joe Bastardi, giovane emergente cineasta sardo. Un atto di dolore e Buio,  girato con Jacopo Cullin. Joe Bastardi classe ’87 (all’anagrafe Giovanni Piras) nasce ad Iglesias . A vent’anni esordisce con il  documentario sull’onda studentesca a  Cagliari “Non è un paese per giovani “, quindi  partecipa  al progetto “Cinema per comunicare oltre il disagio“, di Enrico Pau, realizza con Alberto Diana il corto “UNICA: due o tre cose che so di lei“, che vince il premio “Corto Qualità” dell’ateneo di Cagliari. Oggi nel panorama artistico cagliaritano si impone per creatività e rigore. Per conoscerlo meglio e saperne di più gli abbiamo rivolto alcune domande.
La prima domanda è quella di rito: chi è Joe Bastardi, come è nato  il suo nome d’arte e la sua passione per il cinema? Il mio nome nasce un po’ per caso. Joe non è altro se non la forma abbreviata di Giovanni. Per quanto riguarda “Bastardi”, viene da “Fumaria Bastardii”, una piccola pianta che cresce nel giardino dove giocavo da bambino. Usai quel nome per gioco, la prima volta, ma data la curiosità che ne scaturì e la facilità delle persone nel ricordare lo strano nome, decisi di tenerlo. Insomma, nulla di programmato a tavolino, solo uno scherzo che è stato preso sul serio (avevo 20 anni). La passione per il cinema non so esattamente quando sia nata. Sin da molto piccolo amavo inventare storie, ero un gran bugiardo e vivevo più di fantasia che di realtà. Inscenavo piccoli spettacoli per la mia famiglia, durante le cene natalizie. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, anche se crescendo abbandonai un po’ questa strada. Negli ultimi anni del liceo, grazie al parroco del mio paese, mi appassionai nuovamente al teatro e cominciai a scrivere spettacoli che mettevo poi in scena con alcuni amici. Credo che la passione per il cinema derivi dal non aver mai saputo accettare la realtà per quella che era, e dal cercare di costruirmene una migliore dentro la mia testa.
Quali sono i suoi registi preferiti? Qualcuno l’ha influenzata in modo particolare nella sua formazione? Io amo il cinema in tutte le sue forme e mi piace guardare ogni tipo di film, dai B movie al cinema d’autore, dai blockbusters al cinema d’epoca. Tra i cineasti che preferisco ci sono Tarantino e Rodriguez, Alfonso Cuarón, Aronofsky, Kie?lowski, Orson Welles, Mel Gibson, Terrence Malick, Ron Fricke, e la lista potrebbe continuare ancora per tante righe. Credo, però, che ci siano stati due registi che mi colpirono particolarmente durante il periodo dell’accademia, e in particolare due loro film. Mi affascinò tantissimo il linguaggio narrativo di Orson Welles ne “L’infernale Quinlan”, e quello di Alfonso Cuarón ne “I figli degli uomini”. Compresi che il cinema aveva una sua lingua e un suo modo di esprimersi e, per la prima volta, ne intuii la complessità e la grande esperienza che serviva per poter realizzare un film.
L’idea che ci si fa del film attraverso la scheda e qualche nota di regia è che tratti di un fatto realmente accaduto. ? corretto? Ci può dare qualche informazione in più ed integrare le note di regia? “Un Atto di Dolore” è il mio esordio come autore e regista. Si tratta di un cortometraggio drammatico di 18 minuti. Negli ultimi tre anni passavo le giornate alla ricerca di una qualche storia da raccontare, ma non mi veniva mai nulla di buono in mente. Un giorno, parlando con una cara amica, mi ritornò alla mente il racconto fattomi da un amico, anni prima. Lo contattai e gli chiesi se volesse parlarmi nuovamente di ciò che gli accadde da bambino. Mi raccontò meglio degli abusi sessuali subiti e del senso di colpa che si portava dentro. Assieme, risalimmo ad altri ragazzi che subirono le stesse cose. Chiesi di poter raccontare la loro storia. Inutile dire che mi trovai catapultato in un mondo incredibilmente cupo e triste. Qualche mese dopo, nell’ottobre 2012, inizia a buttare giù una storia. Ho arbitrariamente omesso una serie di particolari che l’avrebbero resa di difficile ascolto, cercando una strada che potesse portare alla riflessione, piuttosto che al disgusto totale. Avevo in mente la sceneggiatura di un lungometraggio, ma poi, per ovvi motivi produttivi, ho dovuto rivedere l’idea in modo tale da poter essere raccontata in 18 minuti, unendo due linee narrative che nel lungometraggio sarebbero rimaste separate. Avevo da parte alcuni risparmi e li ho investiti in questo progetto. Per me il lato artistico restava in secondo piano. Sentivo il dovere morale di raccontare questa vicenda, e sono contento di averlo fatto, al di là del risultato finale. Il lavoro mi ha impegnato per diversi mesi, tra la preparazione, la ricerca degli attori, la fase produttiva e quella relativa alla post-produzione.  Ho avuto la fortuna di poter lavorare con una squadra affiatata e con persone di grande sensibilità e l’atmosfera, sul set, è stata sempre leggera e piacevole.
Su otto opere selezionate per Visioni Sarde due portano la sua firma : Un atto di dolore e Buio, che è stato girato  con Jacopo Cullin.  Qual è il suo futuro come regista? Prossimi progetti? Sono contentissimo sia per Buio che per Un Atto di Dolore, sono delle opere molto diverse tra loro, e mi rende felice sapere che entrambe sono state apprezzate. Il mio futuro come regista? Non saprei. Le persone pensano che io sia giovanissimo, ma sono già otto anni che cerco di percorrere questa strada. Ovviamente si tratta di tutta la mia vita e non saprei fare altro se non questo, considerando che ho ancora tantissimo da imparare, ma mi trovo in un particolare momento in cui sto cercando di capire cosa voglio fare da “grande”. Progetti e idee ce ne sono, ma servono persone disposte a crederci. Come diceva qualcuno, “quando uno sogna da solo, è solo un sogno. Quando si sogna assieme, è l’inizio di una nuova realtà”. Comunque a Marzo tornerò in Sardegna dove mi attendono le riprese di un micro film per “Mio Karo” un nuovo brand con sede a Londra, che si propone come veicolo di esportazione del più elevato artigianato sardo.
ll Festival , come evento speciale, presenterà Tutte le storie di Piera di Peter Marcias. Che momento sta attraversando la cinematografia sarda? In Sardegna, anche grazie a persone come Peter, si sta assistendo a un periodo florido per ciò che riguarda le nuove generazioni. Il problema, sulla nostra Isola, è che nella coscienza comune si ritiene la cinematografia sarda come un qualcosa di fortemente ancorato al passato, e che parla di Sardegna solo ai sardi. Noi abbiamo il compito di far capire che questa è una visione solo parziale e stereotipata di ciò che è il cinema in Sardegna, e allo stesso tempo dobbiamo smarcarci dal senso di isolamento che ci portiamo dentro. Abbiamo bisogno di parlare al mondo e di raccontare storie che hanno sì origine nella nostra identità, ma che allo stesso tempo si affaccino al mondo e che parlino un linguaggio universale. Negli ultimi anni ho visto dei grandi cambiamenti nel modo di ripensare se stessi e ciò che ci sta attorno, e auspico una vera e propria nascita dell’industria culturale e cinematografica in Sardegna. Ovviamente c’è bisogno di una classe dirigente disposta ad accogliere questa sfida e a capire che non si vive di solo cemento.
Ha dei ringraziamenti da fare? Ringrazio in primo luogo la mia famiglia, la mia ragazza (che ha composto le musiche di Un Atto di Dolore) e gli amici che mi stanno intorno e che mi sostengono in questo mio percorso. Ringrazio anche Enrico Pau e Peter Marcias, che sono dei punti di riferimento per me, pronti a darmi dei buoni consigli ogni volta che ne ho bisogno. Mi piacerebbe ringraziare anche le istituzioni, ma lo farò magari la prossima volta.

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