PER COMBATTERE LA CRISI CON LE ECCELLENZE ISOLANE, ALLA FIERA DELL'ARTIGIANATO DI MILANO, SARDEGNA SEMPRE PROTAGONISTA


di Sergio Portas

Nell’attesa che i sardi si scelgano il loro nuovo “Governatore”, che dovrà accompagnarli nell’impresa disperata di uscire da una crisi economica di dimensioni planetarie, che ha fatto fuori percentuali di imprenditoria del Belpaese a due cifre e riportato i livelli di disoccupazione a numeri di dopoguerra, sarà opportuno che gli elettori vadano scegliendo un demiurgo che sia provvisto di una qualche visione alternativa di come dovrà caratterizzarsi l’economia isolana. Che ha subito più di altre l’onda d’urto della crisi, e in sovrappiù l’isola ha sperimentato sulla pelle uno di quei fenomeni naturali, sempre meno episodici purtroppo, dovuti al surriscaldamento del pianeta, conseguenza dell’emissione in atmosfera di quell’anidride carbonica che si genera dallo sviluppo senza controllo delle attività industriali dell’homo sapiens. Tanto per citare uno che alla televisione vedono in tanti, il Luca Mercalli di “Che tempo che fa”, a spaventarci non debbono essere il ghiaccio dei meno venti gradi centigradi di New York, ma i più due gradi che si registrano in questo inverno nell’Antartide. Le “bombe d’acqua” che hanno sperimentato la Gallura e il medio Campidano sono figlie di queste anomalie climatiche in cui c’è lo zampino dell’uomo industriale globale, che oramai è costretto a prestare la sua mano d’opera quasi nel medesimo modo che si trovi a vivere a Timbuctù o Pescasseroli. Quasi. Che un conto è cavare carbone nelle miniere del Sulcis altro rischiare la vita in una delle innumerevoli miniere cinesi, Wikipedia parla di 20.000  minatori  morti  nel 2004. Ecco se dovessi diventare governatore di Sardegna, per una qualche magia di una lampada d’Aladino dimenticata nel solaio di nonna Raffaella Cadeddu a Guspini, indubitabilmente proporrei ai sardi una virata pazzesca consistente nel collocare ogni tipo di risorsa, culturale e monetaria, sullo sviluppo dell’artigianato sardo. Confesso di essermi convinto che in questa direzione è un futuro spendibile per l’isola nostra, perché ancora ubriaco delle  bellezze  e prelibatezze che gli artigiani sardi hanno portato a Milano nei primi giorni di dicembre anche quest’anno ( a L’Artigiano in Fiera). Per rimanere nella favola delle “Mille e una notte”, al pari di Alì Babà ( il mio volume della Newton e Compton editori lo chiama Ali Baba) anche io sono rimasto incantato, dopo un regolare “apriti sesamo”: “ del cibo, le balle di ricche mercanzie, stoffe di seta e di broccato, tappeti di gran prezzo, e specialmente oro e argento a mucchi, o in sacchi, o in grandi borse di cuoio, le une sulle altre” (pag.814). I coltelli a decine infissi nel sughero dei fratelli Piccioni di Guspini, Antonello e Danilo hanno tappezzato il loro stend con le foto di Montevecchio e della chiesetta di Santa Maria, mandano riflessi d’acciaio e non c’è visitatore che possa passare senza gettarvi un’occhiata. Nelle teche trasparenti le lame più lavorate, coi manici intarsiati dei materiali più straordinari, corna di cervo o di muflone. Comprano anche le signore, si spera sia solo per collezione e non per previa difesa da un qualche maschio demente che osi alzare le mani su di loro (sta accadendo troppo di frequente). I coltellinai di “Is Lunas” di Villanovaforru vantano l’acciaio impiegato per i loro prodotti, AISI 440: c’è dentro un 17% di cromo e poi un po’ di silicio, manganese e molibdeno, l’1% è il carbonio capace di insinuarsi nel reticolo cristallino del ferro a creare un prodotto “nuovo” dalle caratteristiche uniche per resistenza alla corrosione e all’usura. Lucidati come sono paiono dei gioielli, come quelli del laboratorio orafo di Peppino Mele che ha bottega in Oristano e qui espone i suoi lavori in ossidiana, scheggiata, tagliata e montata in oro e pietre preziose. Viene dai vulcani che eruttavano lava milioni d’anni fa, l’ossidiana, e il Monte Arci fu per centinaia d’anni faro prezioso per il Mediterraneo tutto, i gioielli di Peppino usano quella colorata di nero che con l’oro e il corallo sembra trovare l’unione perfetta. Insieme all’argento è la spilla contro il malocchio: “su pinnareddu”, si appendeva alle culle dei neonati per preservarli da quelle occhiate invidiose che avrebbero potuto minarne la crescita sana. Emozione unica di un gioiello senza tempo, dicono loro. Emiliano Mascia ha portato qui parte dei prodotti in legno e vetro che produce a Sinnai, ciondoli e bomboniere, lampade e applique di vetro in colori sgargianti decorati a mano con disegni di fiori rampicanti. Specchi con cornici in vetrofusione, orologi arricchiti con disegni tipici della tradizione sarda. Ma fanno anche cose grosse in legno, dalle cassapanche intagliate ai portoni campidanesi, davvero maestosi e splendidamente rifiniti nei particolari anche più insignificanti. E che dire del cibo? Rita Serra è di Monastir e ti offre il meglio dei dolci che sa fare, ti tufferesti tra quelle pila d’amaretti e pardulas e papassinas, assaggiando ora un gueffu o un pistoccheddu o un pai ‘e saba. Quelli di Tonara stanno facendo il torrone, albume miele e frutta secca, nient’altro. Chiedo loro che miele usino e mi dicono che viene da Villacidro, come questi del liquorificio artigianale “Dulcore” che privilegiano il mirto, rigorosamente di bacche selvatiche, e il limoncello di soli limoni del paese. Che ha nel suo nome la ragione d’essere d’aranci e mandarini e limoni sopraffini. Dicono di lavorare sopratutto per ristoranti e alberghi, enoteche. Preparazione artigianale con l’infusione delle bacche e delle scorze, l’aggiunta dello sciroppo preparato precedentemente con acqua e zucchero, niente altro. Un prodotto questo, il liquore di mirto, che a dire di Marcello Fois una volta usava darsi ai bimbi che accusavano mal di pancia, in quel di Nuoro, oggi non c’è pizzeria che non te lo offra a fine pasto come digestivo di pregio. E di solito la qualità lascia molto a desiderare. Qui la “Mielica Aresu” ne offre ben quattro tipi, le bacche sono raccolte nel territorio di Donori, tre sono di mirto rosso e una di bianco, ma fanno anche liquori di liquirizia e di melone, filu ‘e ferru  e una crema di mirto melone limone cioccolata e torrone, a base di latte e panna. Si accompagna in modo ideale su ogni dessert o sul gelato. L’azienda vanta una nascita che data 1939, allora il capostipite Augusto produceva solo miele e la tradizione è stata portata avanti e sviluppata dalla figlia Maria. A proposito di miele, Giorgio Saba di Gonnosfanadiga ha portato qui il meglio della produzione delle sue api che, beate loro, vanno a succhiare i pollini dei fiori alle falde del monte Linas. Cardo e corbezzolo e cisto, con cui vince premi di qualità anche a livello nazionale. Di Villacidro sono  quelli della “Nuova Agricola San Paolo” che fanno “le conserve con la Sardegna dentro”. E ce ne è davvero per i palati più raffinati, dai cardi selvatici alle favette, dai carciofi spinosi agli asparagi selvatici, e poi ancora peperoni e funghi e cipolle in agrodolce. Queste sono conserve ma vantano anche creme, di carota o di peperoncino e patè di olive nere con tonno. Confetture di fichi d’india e di scorza d’arancia candita. E olio. Extravergine naturalmente. Come quello della “Foddi” di Gonnos (noi guspinesi tronchiamo così il nome del paese vicino) che pure vanta una storia che risale agli anni ’50 quando lo “zio Nicolò” ridiede vita ad una antico frantoio dismesso. Dal 2007 il frantoio, opportunamente rimodernato, lavora le olive estraendo l’olio a freddo, ottenendone una qualità certificata. Usa naturalmente la famosa oliva detta “nera di Gonnos”, da cui si ottiene un olio giallo-verde di bassa acidità con profumi decisi di erba tagliata, carciofo e cardo. Ognuno di questi artigiani ha sito internet e vende sul web, molti mi hanno detto che quest’anno è meglio dell’anno scorso per pubblico presente e vendite conseguenti. Persino il sale, che io ingenuamente pensavo essere tutto uguale e formato dal reticolo cubico del sodio cloruro, se integrale e raccolto a mano diventa “fior di sale”. “Fior di sal
e” è azienda casteddaia, oltre al prodotto bianchissimo e purissimo per definizione lo commercializza insieme a mirto, arancia , mandarino e limone. Annuso quello mischiato a erbe di Sardegna bio, giuro che per un attimo mi è parso di essere a Funtanazza, d’agosto, uscendo di pineta , il mare ancora coperto  solo dagli oleandri impazziti di fiori.

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