"DEO IN SARDINNIA DE DINARI PRO ISTERRE ATERU CIMENTU NON NDE LI MANDO": LE ALLUVIONI DEGLI EMIGRANTI E LA DIFFIDENZA VERSO IL CEMENTO


di Alberto Mario DeLogu

“Deo in Sardinnia de dinari pro istèrrer ateru cimentu no nde li mando” dice Salvatore. Poi gli viene lo scrupolo di passare per un insensibile egoista e si corregge: “Si cherent dinari po nde l’istratzare, su cimentu, fintz’a milli dollaros li donu”.

Salvatore costruisce e ricostruisce case, ha lasciato la Sardegna quarant’anni fa portandosi appresso il mestiere di muratore, ma qui i muri da costruire sono pochini, giusto di finizione, mai di sostegno, sicché Salvatore ha sviluppato negli anni una sana diffidenza verso tutto ciò che si solidifica e si fa pietra, ed una predilezione verso tutto ciò che si può tirar giù con martello e cacciavite.

Salvatore è andato a ricostruire New Orleans otto anni fa, guidando per tremila chilometri il suo Toyota cassonato carico di tre casse d’attrezzi da legno ed un compressore a gas, niente cazzuole né secchi per la malta, qui si ricostruisce in travi di legno e cartongesso, che qui chiamano gyprock.

Non era la sua prima alluvione, quella: Salvatore ci aveva fatto il gambale ormai, anche se qui di diverso c’è che è il vento a trascinare e distruggere, non l’acqua. Qui è tutta pianura, è il vento che fa sconquassi ma è l’acqua che fa danni, penetrando nel legno e macerandolo. Quando lo scantinato e il primo piano restano allagati per più di ventiquattro ore, la casa intera è tutta da buttare.

Ma qui buttare non è un dolore. Questo non è paese che ami eternizzarsi nella pietra o nel cemento. Questo è paese di garage sales dove in un sabato di sole ci si disfa di trent’anni di mobilio, oggetti, libri e ricordi di un’intera famiglia. E si ricomincia a costruire, nuove case, nuove vite e nuovi ricordi. E spesso nuove famiglie.

Questo è un paese che sa di dover costruire sulle sabbie mobili del tempo, che non si affeziona a muri e palazzi, ma piuttosto a colori, brezze ed energie passanti. Non è paese scolpito nella roccia come l’America centrale dei Maya o quella meridionale degli Inca, quest’America è paese transumante, di teepee da montare e rimontare al seguito delle mandrie dei bisonti, paese dove Madre Natura comanda ancora e nessuno è così pazzo da cercare di domarla, così come non si può domare un bisonte.

Qui la Natura non si “mette in sicurezza” contenendola o arginandola, qui la difesa è preventiva ma passiva: la si lascia sfogare cercando di tenersene lontani. Qui ai fiumi si lasciano chilometri di pianura alberata per espandersi. Qui si costruisce basso, i soffitti si toccano con le mani perché i due metri e settanta italiani sono uno spreco assurdo di spazio e materia. Qui durante i terremoti le case dondolano e scricchiolano, ma non ti schiacciano come un topo sotto decine di tonnellate di pietra. Qui se abbatti un albero devi acquistarne altri due, o cinque, o dieci, purché di diametro equivalente. Qui si vive con il kit dello sfollato sempre in macchina: tre scatole di fagioli, due candele steariche e una coperta.

Salvatore sa che tra un po’ se ne andrà in pensione, venderà la sua bella casa comprata quando i figli erano piccoli, con tutti i mobili dentro, e se ne andrà a vivere in Florida, terra di paludi e di uragani. Perché non in Sardegna?, gli chiedo.

“Ca no b’hat pius niunu: babbu e mama mortos, sos amigos si che sunt morzende, ite b’ando a fagher? A mi ponner torra a fraigare a brocchettos e impastu?”

In quarant’anni di vita nordamericana Salvatore ha assorbito questa chiara coscienza della provvisorietà, questo panta rei rarefatto che a noi europei fa ribrezzo, ma che qui s’affronta con un sorriso, quello stesso dell’alluvionato australiano che guardava la sua casa ridotta ad un cumulo di macerie fangose, e dal verde dei suoi settantasei anni dichiarava in telecamera: “Poco male, ricostruiremo, abbiamo tutta una vita davanti!”

2 risposte a “"DEO IN SARDINNIA DE DINARI PRO ISTERRE ATERU CIMENTU NON NDE LI MANDO": LE ALLUVIONI DEGLI EMIGRANTI E LA DIFFIDENZA VERSO IL CEMENTO”

  1. Qui la Natura non si “mette in sicurezza” contenendola o arginandola, qui la difesa è preventiva ma passiva: la si lascia sfogare cercando di tenersene lontani. Qui ai fiumi si lasciano chilometri di pianura alberata per espandersi. Qui si costruisce basso, i soffitti si toccano con le mani perché i due metri e settanta italiani sono uno spreco assurdo di spazio e materia. Qui durante i terremoti le case dondolano e scricchiolano, ma non ti schiacciano come un topo sotto decine di tonnellate di pietra. Qui se abbatti un albero devi acquistarne altri due, o cinque, o dieci, purché di diametro equivalente. Qui si vive con il kit dello sfollato sempre in macchina: tre scatole di fagioli, due candele steariche e una coperta.

  2. purtroppo la diffidenza è comprensibile. Della cementificazione si rendono conto sopratutto gli emigrati che tornano in Sardegna ogni tanto (anche tutti gli anni) e che tutti gli anni gli spariscono dalla vista grandi pezzi di panorama perchè tutti gli anni ci sono centinaia di nuove costruzioni, villaggi fantasma dove non ci sta nessuno….

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