CASA PER CASA, STRADA PER STRADA: A MILANO IL RICORDO DI ENRICO BERLINGUER NEL RIVEDERE LO STESSO SORRISO NELLA FIGLIA BIANCA

Bianca Berlinguer con il cognato Luca Telese


di Sergio Portas

In attesa che arrivi l’ autore del libro che parla di suo padre, riesco a scambiare due parole con Bianca Berlinguer, giusto  che sono guspinese di nascita, che vado scrivendo per un giornale del medio campidano: figuratevi che tecnicamente saremmo colleghi, che  lei sia giornalista e direttrice del tg3 non occorre che me lo dica, tutta la gente che si accalca qui alla libreria del Mondo Offeso, non me ne voglia Pierpaolo Farina che ha scritto questo “Casa per Casa Strada per Strada” (Melampo ed.)  è qui per lei non per lui. Mi dice che conosce bene le zone delle miniere sarde e che ci ha fatto un servizio tempo fa. Per quanto riguarda la mia curiosità sul fatto che si sia trovata a condividere un babbo tanto famoso con almeno una metà degli italiani tutti: “E’ una cosa molto piacevole, in fondo, anche se all’inizio è stato faticoso”. Poi continua con: “Babbo è morto quasi trent’anni fa…” e qui mi si spalancano le voragini del tempo, quelle che mi dicono mia madre e Enrico Berlinguer essere coetanei, del 22, due ultranovantenni (se lui non fosse scomparso in quel fatale ’84) venuti dalla Sardegna in questa Italia così diversa dai luoghi che li aveva visti bambini. Un Italia odierna che con quella di trent’anni fa ha poco da spartire. Me ne rendo conto nel seguire le parole di Pierpaolo che dicono di internet e dei quattrocentomila che lo seguono sul sito di Facebook, del numero altrettanto improbabile di quelli che seguono il suo blog: enricoberlinguer.it , del desiderio di conoscenza che si porta dietro questa figura di politico così “strano” se paragonato ai canoni di oggi. Così atipico, uscito comunque da una scuola di partito che ha prodotto anche l’odierno presidente della repubblica, quel Giorgio Napolitano, anche lui sulla soglia dei novanta, che si appresta a governare lo Stato per un secondo incredibile settenato. Pierpaolo, che pure si è preso un paio di lauree e una in scienze politiche, è innamorato del suo personaggio ma che l’abbia conosciuto solo sui libri e per sentito dire non sfugge alla maggioranza dei presenti, quasi tutti con almeno il doppio dei suoi trent’anni, si lascia scappare che quando Enrico fu nominato segretario al posto di Longo tutto il partito era con lui.  Vero niente, scrive Rossana Rossanda quando Amendola le preannunciò che sarebbero stati ”tutti stretti attorno a Enrico”: “Non capii subito. Quale Enrico? Di Enrico non c’era che Berlinguer e non era una figura centrale nel gruppo dirigente… Interveniva di rado al comitato centrale e non si esponeva mai, con lui si avevano colloqui radi e precisi…Credo che fino a quel momento non fosse venuto in mente a nessuno che Berlinguer potesse prendere il ruolo di Togliatti… furono lanciati su tutta la rete del partito il suo bel volto scavato, il suo sorriso timido. Il suo riserbo divenne un atout, come il parlare senza svolazzi retorici, il leggero accento sardo, l’essere un poco chiuso e molto giovane…Gli vollero bene presto…sarebbe stato il segretario del compromesso storico, la vera svolta. Dopo non furono svolte ma liquidazioni”. (R. Rossanda: “La ragazza del secolo scorso” Einaudi ed., pagg: 290-291). Me lo ricordo bene quel giugno dell’ 84, con la sua morte in diretta, un comizio a Padova in occasione delle elezioni europee (a proposito di rete: su You Tube si può veder l’ultima tribuna elettorale riguardante quell’evento) per noi ragazzi del ’46 che da sempre sognavamo di non dover morire democristiani segnarono una svolta democratica indimenticabile: i comunisti, seppure per poche centinaia di migliaia di voti, superarono i democristiani. Enorme fu l’impressione che lasciò nell’opinione pubblica quella fine che venne letta da tutti come il degno compimento di una vita spesa per un ideale politico alto. Scevro da interessi egoistici e familiari, roba che a leggere il quadro politico odierno, costituito per lo più di partiti personali, e sono i vari Di Pietro e Grillo e Berlusconi ovviamente, pare di parlare di un’ epoca lontana quasi il mesozoico. Dice Bianca che quando il corteo funebre partì da Padova, dall’ospedale dove Enrico era stato portato nell’estremo tentativo di salvarlo, per arrivare a Mestre dove la salma sarebbe stata trasportata a Roma, mediante l’aereo personale del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, ci vollero quattro ore tanta era la gente accorsa sulle strade. E piangevano tutti. Di norma non partecipa mai a occasioni come questa, e di libri su suo padre ne sono usciti parecchi, ma questo fatto che l’autore non fosse neppure nato nel periodo egli fosse nel pieno della lotta politica che caratterizzò tutta la sua vita, una vita molto tormentata quanto intensa, la commuove profondamente. La fanno sorridere, e le si increspano gli occhi al “modo di Enrico”, quei fatti della vita privata della sua famiglia che cita Pierpaolo. Questo non aver avuto in famiglia  la televisione a colori prima del ’79 (ma chi te lo ha detto?). La proverbiale poca dimestichezza che Berlinguer aveva con le macchine. Bianca ricorda ancora la prima A112 che il babbo comprò ai figli dopo la loro maturità, sempre dal meccanico, rigorosamente un “compagno”. Quella volta che Enrico andò lui a ritirarla, dribblando la scorta e l’auto corazzata che lo trasportava di solito, erano tempi di uccisioni quotidiane e di Brigate Rosse (tempi terribili, dice Bianca), una volta messa in moto l’auto non si muoveva ed Enrico interrogava il meccanico con lo sguardo: “Compagno Enrico, dovette dirgli questi, va innestata la marcia!”. Le chiedo se è stato un padre severo, come spesso sanno esserlo i padri sardi. Mi risponde che no, intanto ha sposato una donna che non era sarda ma romana, poi è stato un padre giocoso, a cui piaceva portare i figli “ a scalare le montagne” e andare in barca con loro. Era più severa mamma, quando noi figli avevamo da chiedere un qualche permesso per un’uscita serale andavamo prima da lui, che però se ne usciva sempre con un “cosa ne dice mamma?”. Arriva anche Luca Telese, altro celebre giornalista di carta stampata e di televisione, cognato acquisito lo chiama Bianca visto che ha sposato la sorella minore dei Berlinguer, Laura. Anche lui che è nato (a Cagliari) nel ’70 è cresciuto nel PCI di Enrico: “Enrico” nelle borgate di Roma; nelle feste dell’Unità sempre in perdita, il film dei suoi funerali venne proiettato tutte le sere per un mese intero, facendo sempre il tutto esaurito ( ora, naturalmente si può vedere sul web). Racconta che in occasione del suo libro “Qualcuno era comunista” (ed. Sperling & Kupfer 2009) si recò a Mosca ad intervistare Ghennadi Smirnov, che ebbe la ventura di fare da interprete a Togliatti e poi a Longo e infine a Berlinguer. E della difficoltà incontrate da questi in  quel fatale ’82 quando Enrico Berlinguer, davanti all’assise dei partiti comunisti schierati a convegno, pronunciò quelle intraducibili parole : “pluralismo” e “democrazia” che fecero sobbalzare gli astanti e gli valsero una copertina su “Time”. I comunisti russi, non i dirigenti naturalmente,continuò Smirnov, tutti guardavano con grandi speranze alle aperture del PCI. Tempi di grandi divisioni ideologiche, e una classe politica che si era forgiata nella guerra e conseguente caduta del fascismo che aveva marchiato per vent’anni la coscienza degli italiani tutti.  Da quella palestra di vita uscirono le classi dirigenti che avrebbero ricostruito il paese , con il tacito accordo che mai i comunisti avrebbero potuto vincere democraticamente le elezioni, o governare. Quando il patto si ruppe e fu il “compromesso storico” anche ad Est , non solo alla CIA, fu tutto un levarsi di scudi, dice Telese che a dire di Macaluso l’incidente automobilistico che Berlinguer ebbe durante una sua visita in Bulgaria sembrò a tutti molto poco casuale. Che tutta una generazione di giovani guardi alla figura di Enrico Berlinguer  ad esempio di cosa possa rappresentare la politica nella vita delle persone non può che far piacere, scontando l’impossibilità di trov
are nella politica di oggi personaggi di tale carisma e calibro morale. Eugenio Scalfari firma la prefazione al libro di Pierpaolo Farina e lui vorrebbe mettersi a firmarne le copie del libro come ha fatto all’inizio dell’incontro ma non può, non ne è rimasta invenduta neppure una.

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Un commento

  1. Bulloni Polidoro

    Io c’ero. Quella perdita ha segnato la mia esistenza e quella di tanti altri militanti come me. E’ un pezzo di cuore che se n’è andato con lui.

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