MODELLATO DAL MAESTRALE, CULLATO DALLE ONDE: UN PLACIDO SCOGLIO GRANITICO CHIAMATO "PEPPINO"

nella foto Peppino

di Alberto Banchero

Latitudine 39.236650° Longitudine 9.571132°. Quando la natura decise di metterlo al mondo, fece con lui un patto granitico. Doveva stare rigorosamente in silenzio, poteva solo guardare osservare e catalogare nel suo cuore. Un giorno forse avrebbe dovuto riversare tutti i dati nei secoli immagazzinati e renderli pubblici. Non lontano da lui due isolotti dai nomi affascinanti, Serpentara e Cavoli; la loro destinazione era sicuramente diversa, sarebbero diventate famose e promosse “parco naturale“, protette così dalla scelleratezza dell’uomo. Peppino di questa sorte era davvero orgoglioso, soprattutto non avrebbe cambiato per niente al mondo la sua posizione. Di cose né aveva visto e sentito. Il maestrale che in qualche modo lo modellava con l’aiuto delle onde, portava l’odore di zinnibiri (ginepro) e murdegu (cisto), mentre lo scirocco lo cullava e lo riscaldava. Gli arbusti, ora così radicati, li aveva visti crescere e sopravvivere al tormento del vento e degli uomini e così anche loro si erano meritati “la protezione” a vita. Nelle giornate di calma piatta e di bassa marea le loro ombre si riflettevano sul mare, contribuendo così al suo meraviglioso color smeraldo. A volte il vento lo tormentava, arrivava dalle montagne, s’incuneava nella valle e con forza lo massaggiava, ripuliva la spiaggia dalle piccole poseidonie che cercavano fissa dimora. Per qualche ora Peppino le tollerava ma poi, con l’aiuto del vento amico, le invitava a rientrare a casa loro. Così accadeva che la mattina tutto fosse in ordine, pronto per un’altra giornata di mare e sole, mentre con l’arrivo dell’inverno si godeva la calma del silenzio. La solitudine invernale lo aveva reso davvero attento a qualsiasi cambiamento, lo percepiva da lontano, come quando una mattina aveva notato che “l’uomo” aveva cominciato ad arrivare con delle strane macchine che muovevano la terra e innalzavano delle piccole casette esattamente di fronte a lui. Beh, pensò, sicuramente non mi faranno del male, ma più che altro lo sperava. E dopo aver costruito le dimore d’inverno, d’estate spuntarono tanti ombrelloni e sdrai che rimanevano innalzati di fronte a lui anche la notte. Tutto ciò era inconsueto, si ricordava una sorta di tacito accordo: dal tramonto all’alba tutto doveva tornare com’era sempre stato, spiaggia libera. Peppino doveva sentire arrivare i suoi amici maestrale o scirocco che solo da lì potevano passare, visto che con le montagne circostanti non avevano trovato nessun accordo. Loro erano state categoriche “di qua non si passa”. Per andare da Peppino trovatevi un’altra strada. E così era stato, avevano faticato un po’ per arrivarci ma alla fine, chiedendo aiuto a “madre natura” avevano trovato il passaggio. Non era tanto per loro, visto che potevano soffiare lo stesso per tutta la spiaggia circostante, ma avevano spiegato a Peppino, che il compito assegnatogli era fare in modo che al suo richiamo potessero intervenire e rimettere tutto al loro ordine, e solo dopo aver ottemperato quanto di loro competenza, ci sarebbe stata la calma che lo rendeva famoso. Ora al suo richiamo gli amici faticavano ad arrivare con la forza necessaria e tutto intorno gli ombrelloni si moltiplicavano stagione dopo stagione, ormai erano   un’immensa distesa.  Non capiva il senso di tutto quello spreco di spazio tolto ai venti suoi amici. In pochi sedevano li e oltretutto non capiva come facessero a respirare l’odore delle alghe morte, che non potendo rientrare nelle loro case, morivano di fronte a lui.  Cercava così di darsi una spiegazione, e si chiedeva a chi avrebbe potuto chiedere aiuto. Madre natura, interpellata, aveva in qualche modo alzato spallucce, lei sì che avrebbe saputo cosa fare: una tempesta di vento e mare avrebbe rimesso tutto a posto. Ma quella era sempre l’ultima soluzione. Forse questa volta sarebbe bastato, il prestigio che “Peppino” si era guadagnato con il tempo. Magari poteva emettere un “terrificante urlo silenzioso” indirizzandolo a chi di quel posto era responsabile.  Aveva sentito nominare i loro nomi da alcuni bagnanti che avevano passato la mattinata seduti su di lui; chiacchiere di ore su “amministratori locali, sindaco, assessori”. Era una cosa nuova per lui, non sapeva come ci si poteva rivolgere ad un essere umano. Prima però doveva darsi una ripulita e chiedere al suo vento preferito tre giorni con l’intensità delle giornate invernali. Gli avrebbe chiesto di non badare a quante sedie e ombrelloni sarebbero stati spazzati via. Doveva in qualche modo darsi una riordinata, e tornare almeno per alcune ore a quello che per secoli era stato “il meraviglioso specchio di mare che circonda lo scoglio di Peppino”. Poi li avrebbe invitati a passare qualche ora sopra di lui, magari alle prime luci dell’alba, e forse avrebbe anche potuto mancare la parola data a madre natura con “il voto del silenzio”, infrangendolo solo con una domanda: “p e r c h è ?“. 

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