OGNI TANTO QUIRINO FA BALLARE I SANTANTIOCHENSI E I CARLOFORTINI: IL VULCANO E' A 30 CHILOMETRI DA CAPO SPERONE

Cranio di Tomistoma calaritanus, al naturale circa cm 80, (da Cappellini 1890).

di Maurizio Solinas

Si ritiene il Marsili, e i suoi fratelli Magnaghi, Valilov e Palinuro, ben più vicini alla costa orientale della Sardegna, il vulcano più pericoloso di quelli europei, altri lo considera invece secondo al Vesuvio. Meno pericolosa ma degna di attenzione la caldera dei Campi Flegrei. A Ischia il Monte Epomeo eruttò l’ultima volta 1302. Se ne possono aggiungere altri, non pochi, sparsi tra Toscana, Lazio, Campania e Sicilia, noti e meno conosciuti, come Pantelleria, nei suoi pressi un’eruzione nel 1891 e l’Isola Ferdinandea, per il suo possesso si arrivò al limite di una guerra tra Regno delle due Sicilie e Inghilterra, era il 1831. Ci pensò poi il mare a spegnere i bollenti spiriti dei contendenti e del vulcano: in poco tempo si rosicchiò quei metri cubi di ceneri di cui era formata e oggi ogni tanto ribolle ancora a circa otto metri di profondità dal pelo dell’acqua. Un altro vulcano quasi sconosciuto che porta il nome di un dio romano protettore delle attività degli uomini liberi, oggi si chiamerebbero liberi professionisti, è Quirino. Costui ogni tanto turba i sonni dei Carlofortini e dei Santantiochensi con qualche lieve scossa di terremoto essendo situato a circa trenta chilometri a sud di Capo Sperone. E’ sottomarino anche lui come i fratelli del Marsili che è il più grande come estensione ma poche decine di metri più basso dell’Etna (mt. 3343), nasce nella fossa tirrenica e arriva a 400 metri dal pelo del mare, meno della lunghezza di Via Roma a Cagliari, si dice sia addirittura un po’ di più alto. Oggi è soggetto a studi approfonditi e trivellazioni perché sorgente d’acque calde sfruttabili come fonte geotermica. Si sa che il suo cono ha pareti molto ripide che potrebbero scivolare generando un maremoto, mi piace chiamarlo così perché sono italiano, per darsi un tono qualcuno lo chiama “tsunami” o è esterofilo o non conosce la lingua madre. Se il Tirreno evaporasse senz’altro parte del cono franerebbe ma finché la pressione del mare c’è, è poco probabile ciò avvenga. Qualcuno opina una forte scossa di terremoto potrebbe innescare la frana, può essere, la storia di questi ultimi duemila anni segnala potenti scosse nei dintorni, Messina, 1908, magnitudo 7,2, e nonostante le rocce siano di bassa densità, fortemente indebolite da fenomeni di alterazione idrotermale, non è facile collassino. Ciò non vuol dire che non si debba prestare attenzione e istituire alcune stazioni d’allarme. Dubito, comunque, qualcuno si preoccupi di farlo, quando attorno al Vesuvio si è lasciato costruire decine di abitazioni pur sapendo i reali rischi d’eruzione improvvisa. In questo caso preventivamente era necessario arrestare i sindaci, assessori, funzionari, dirigenti e tutti quelli che hanno autorizzato l’inurbamento del cono eruttivo e già che ci sono anche i loro complici cioè chi doveva impedire tali costruzioni e quelli che dovrebbero farle abbattere e non agiscono.

Pure la Sardegna ha i suoi vulcani, non temete, sono spenti da migliaia di anni. Il più grande è il Montiferru, esteso quanto l’Etna ma alto solo un terzo. Tozzo e più basso il Monte Arci che depositò l’ossidiana (vetro vulcanico), materiale utile per produrre utensili in uso all’uomo preistorico sardo e di mezza Europa. Il Monte Santo, tra Florinas, Bessude, Mores e Torralba, al centro di quella che era una laguna dove viveva il “Tomistoma calaritanus” una sorta di coccodrillo. Non molto lontano, in uno spettacolare paesaggio lunare, la caldera della Valle dei Nuraghi tra Giave e Bonorva ove troneggia il condotto vulcanico di “Pedra Mendalza” e si manifesta ancor oggi qualche fenomeno  secondario di vulcanesimo: acque minerali (Santa Lucia) e sulfuree, sorgenti calde vicino alle Domus de Janas di Sant’Andria Priu, sfruttate come termali in epoca romana, oggi scioccamente si lasciano andare. Presso Cala Gonone un bello spaccato di cono vulcanico. A livello del suo bagnasciuga si può vedere un vero e proprio pavimento naturale, formato da basoli di basalto colonnare. Poi altri, un po’ qua, un po’ là. Per par condicio nel cagliaritano, lungo la valle del Cixerri presso Siliqua, ricordo due “domo” vulcanici di andesite, su di uno si erge l’antico Castello di Acquafredda, tanto caro al Conte Ugolino della Gherardesca di mitica memoria grazie al canto XXXIII dell’Inferno di Dante Alighieri.

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