IL RUOLO DELLA SARDEGNA NELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: I RISULTATI DI UNA RICERCA IPSIA

 
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Tra le tante vittime della crisi economica che attanaglia l’Italia c’è senza dubbio il vasto mondo della cooperazione internazionale. Negli ultimi anni (2008-2012), i fondi destinati dal governo al settore hanno subito una sforbiciata di quasi il 90 per cento (da 732 a 86 milioni di euro) e anche in Sardegna, a causa dei tagli, i progetti finanziati dalla Regione Sardegna, attraverso i bandi della L.R.19/96, sono passati da alcune decine a tre. A giudicare dai numeri, si è portati a pensare che l’Isola non sia più in grado di giocare un ruolo nello scacchiere internazionale del Terzo Settore. La realtà, però, è un’altra: i cooperanti sardi, nonostante i pochi mezzi a disposizione, continuano a svolgere un lavoro molto apprezzato nel mondo, soprattutto in Africa e America latina, senza dimenticare gli interventi nel bacino del Mediterraneo, e non si arrendono alle forbici della spending review. Lo dimostrano i tanti dati e le esperienze sul campo raccolte in una ricerca condotta da Ipsia Sardegna (ong delle Acli), cofinanziata dalla Fondazione Banco di Sardegna e dalla Provincia di Cagliari e presentata stamane nell’aula magna della Facoltà di Scienze Politiche. Attraverso le interviste a 20 operatori sardi al seguito di diverse organizzazioni non governative, la responsabile di Ipsia Sardegna Benedetta Iannelli è riuscita a tratteggiare un quadro d’insieme del lavoro dei cooperanti isolani che restituisce un’idea di grande vitalità. I volontari contattati sono in prevalenza donne (65%, metà delle quali tra i 30 e i 45 anni), risultano impegnati prevalentemente in Africa, hanno conseguito la laurea, conoscono almeno due lingue e soprattutto sono multitasking, cioè capaci di portare avanti contemporaneamente più progetti, con ruoli e in luoghi diversi. I loro volti e i loro nomi non sono conosciuti al grande pubblico, ma quel che fanno è di alto valore per coloro che ne beneficiano, sia che si tratti di acquistare un motocarro per aiutare le donne del Benin a vendere i prodotti della loro terra sia che ci sia da far dialogare due culture in conflitto nella Bosnia post-bellica o sulla striscia di Gaza. Alcuni di questi operatori sono intervenuti oggi alla presentazione della ricerca per dare la loro testimonianza. Tra loro anche Rossella Urru, rapita da un campo profughi algerino nell’ottobre del 2011 e rimasta per quasi un anno (fino a luglio 2012) nelle mani dei sequestratori. “Credo che tutti noi facciamo cooperazione non per avere in faccia la luce dei riflettori ma con l’idea di creare un ponte tra mondi e culture diverse – ha detto la giovane di Samugheo – Tutti partiamo per dare una mano ma il nostro obiettivo deve essere soprattutto quello di ascoltare e capire. Io ho cercato di farlo dal primo giorno a quello del sequestro e spero di riprendere prima possibile il discorso interrotto”. “Non dobbiamo smettere mai di interrogarci sul senso di quel che facciamo – le ha fatto eco Mauro Montalbetti, della presidenza di Ipsia nazionale – Va bene curare la parte organizzativa, così come quella della raccolta fondi, ma prima di tutto occorre capire il significato della nostra missione, che non ha niente a che fare e non può mai essere confusa con un impegno quasi impiegatizio”. Sul fronte dei finanziamenti, come hanno ricordato Angela Quaquero, presidente ad interim della Provincia di Cagliari, Concetta Amato, responsabile del Settore Cooperazione internazionale della Regione, e Aide Esu, sociologa dell’Università di Cagliari, la politica deve però tornare a fare la propria parte, “ponendo un freno ai continui tagli” e “svolgendo al meglio la sua funzione di indirizzo”. “In materia di cooperazione la Regione ha fatto un notevole salto di qualità, ma molto ancora si può fare – ha ricordato Mauro Carta, presidente provinciale Acli di Cagliari – Il segreto è concentrare le risorse sui progetti migliori, non disdegnando l’idea di importare in Sardegna quelle esperienze che altrove si sono rivelate di successo”. Un successo fatto dall’impegno di tanti giovani e meno giovani per i quali il Terzo Settore resta, nonostante tutto, anche negli anni della grande crisi, un crocevia di passioni, speranze e opportunità.

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