UN OCEANO DI PASSIONE PER ANDREA MURA, IL VELISTA SARDO REDUCE DAI TRIONFI NELLE MANIFESTAZIONI INTERNAZIONALI

il velista cagliaritano Andrea Mura

di Mario Carta

 

Nel tranquillo molo della Marina militare, in un cantuccio del porto di Cagliari, Vento di Sardegna è un gioiello incastonato tra i possenti rimorchiatori e le vedette della capitaneria. Mare calmo adesso, ma a ricordare le onde dell’Oceano c’è la targa a poppa: Transat Quebec-Saint Malo, new record. Skipper, Andrea Mura. Il velista cagliaritano è tornato, accolto da sempre più amici e tifosi. «Una signora mi ha anche regalato un mazzo di fiori», sorride mentre armeggia nella piccola cabina che a bordo gli fa da casa con cucina, studio, attrezzatura, cuccetta. Tutto, meno il bagno che è a poppa. E il padre Sergio quasi non lo sopporta: «Bella barca. ma…». Lui aveva un cabinato per le regate d’altura, e il bagno era al suo posto. L’ipertecnologico Vento di Sardegna invece è roba da figli, che una volta imparato dai padri vanno da soli. E vanno talmente forte da aver fatto il gran salto, nell’Oceano.

Perché? «Perché era l’ultima fase. Avevo sempre fatto regate brevi, da boa, poi mi sono diventate strette anche quelle di due giorni nel Mediterraneo – risponde Andrea Mura –. Avevo voglia di far fruttare l’esperienza di una vita dedicata alla vela e di sfidare il mal di mare».

Com’è l’Oceano?  «Si dice che è più un affare da marinai che da velisti, invece io che sono un McGiver, uno di quelli che sanno fare tutto, ho trovato semplice imparare la parte marinaresca, mentre è più difficile per un marinaio trasformarsi in un McGiver. Non conoscono la raffinatezza delle partenze di una regata di classe olimpica, i corpo a corpo con il coltello tra i denti. Così alla mia parte di McGiver e all’esperienza agonistica ho aggiunto l’Oceano, ed eccomi qui».

Con un sacco di bei risultati. Chi è il suo idolo?  «Ammiro i francesi».

Soldini?  «Non lo conosco».

Però c’è qualcuno, che comincia a conoscere Andrea Mura.  «Mi sto facendo conoscere ma non è mai abbastanza. Niente a che vedere con i bretoni, con i grandi della vela. Personaggi un po’ ostici, di indole solitaria ma un po’ stanno cambiando, c’è anche qualcuno che comincia a capire che fare lo skipper non vuol dire soltanto, timonare ma anche saper bordeggiare tra i media e gli sponsor».

Lei sta battendo un record dopo l’altro. Primo italiano a vincere la Route du Rhum, miglior tempo nel periplo della Sardegna, la Twostar, ora la Quebec-Saint Malo. Il prossimo primato?  «Mi piacerebbe fare il record alla Rolex Middle Sea race, da Malta a Malta girando intorno alla Sicilia con Vulcano come boa. Un sacco di partecipanti, 600 miglia e 4 giorni, ma devo trovare il budget».

Quanto serve?  «Per una regata così 20.000 euro, considerando che la barca tutto sommato è a posto».

Non si guadagna, vincendo le regate oceaniche?  «Io mi sono impoverito, e tante volte sono partito portando a bordo solo le promesse. Ringrazio la Regione e la Argiolas formaggi ma gli sponsor sono insufficienti e ho dovuto sfruttare la veleria, che adesso devo riprendere in mano. Faccio vele artigianali e negli ultimi anni ho pensato molto alle mie esigenze. Ora devo recuperare i miei clienti e dare tranquillità ai dipendenti».

Con lei la Sardegna è diventata un luogo dal quale partire, e non solo più la casa nella quale tornare. «Sono e mi sento sardo, ma mi piace viaggiare e conoscere altri posti, altra gente, confrontarmi».

La vela in Sardegna sono solo i Maxi Yacht in Costa Smeralda?  «Si cresce, ma molto lentamente. Qui non c’è una grande cultura del mare, in Francia i porti hanno un distributore ogni 3 chilometri, qui fare vela è più difficile e forse elitario. E’ bello per il panorama e perché il mare è meno intasato, però…»

Però non è la Francia.  «Sbarcato dalla Transat sono stato due settimane a Saint Malò, e più volte ospite nelle scuole. I ragazzini dicevano di fare il tifo per me, ricopiavano i Quattro mori sui quaderni e io gli dicevo di no, che dovevano tifare per i francesi. Ma loro niente. E che soddisfazione, chiedevano il permesso per fotografare la barca, gli autografi, e sentirla definire «superbe», che meraviglia».

Non rischia di passare in secondo piano, rispetto a Vento di Sardegna? Un po’ come in Formula 1: vince Alonso, o vince la Ferrari?  «Non mi pongo il problema: io e Vento di Sardegna siamo un team e a vincere è sempre il team. Poi, non ho tutta questa esigenza di apparire, mi sento abbastanza appagato così».

Sulla terra si può andare in monopattino o in Ferrari, in aria con il deltaplano o con lo Shuttle, in mare lei lo sa benissimo. Quali mezzi di trasporto sceglie?  «Sulla terra l’auto. Mi piace la moto, l’avevo ma ho rischiato di ammazzarmi e tutti i miei amici sono sfasciati».

L’aereo? «Lo adoro. Il mio sogno è avere un idrovolante attrezzato per viverci, e volare da un’isola all’altra usandolo anche come barca».

Torna sempre al mare, alla fine.  «Per forza. E’ lì che sono padrone di me stesso e del mio mezzo, che so sempre cosa fare e so quel che faccio. A terra è più complicato, ci sono le regole da rispettare mentre in mare a parte il rispetto dell’ambiente decido io».

Scarti una domanda.  «La solita: cosa mangi, quando dormi, ma non ti annoi?».

Ha trovato una nuova risposta?  «Che la gente non sa che in barca non puoi annoiarti, che 24 ore al giorno non bastano per fare tutto quello che devi fare. Sei in una regata e alla fine tutto si riduce al fatto che devi andare più veloce degli altri. Quindi devi sempre regolare le vele, fare la rotta, adeguarti al vento, fare calcoli, stare attento alle finezze».

Affascinante, da perderci il sonno.  «Sì, soprattutto il routage, il rapporto tra la velocità e la rotta. E poi, c’è l’attenzione al meteo, determinante. Da quando è nata Internet mi ci sono appassionato, soprattutto alle carte bariche».

Cosa le è rimasto in eredità dai tempi del Moro di Venezia?  «La tecnologia. Avevo 23 anni, ero in squadra con i migliori velisti del mondo e Cayard mi aveva affidato la vela principale, la randa, ma soprattutto ero il tecnico della messa a punto. E Paul mi ha sempre lasciato fare».

Tante soddisfazioni. Il rimpianto qual è? «Non è un rimpianto, ma non è stato recepito bene cosa ho fatto di recente. Andare da Plymouth a Newport alla Twostar, nella regata che gli inglesi chiamano Est-Ovest, la più difficile perché controvento, e battere il record assoluto dei monoscafi… A un francese per un successo così hanno dedicato un museo. Ho battuto il record di Soldini di un giorno e mezzo, e alla Quebec-Saint Malo con il record di classe ho superato Soldini di 25 ore».

Ha avuto il premio di velista dell’anno dopo il successo alla Route du Rhum, c’è un bis in vista.  «Sì, dovrei essere tra i candidati».

Adesso, che fa?  «Adesso dei meritati giorni di vacanza, con la mia compagna e i cagnetti Scheggia e Schicchi. In barca, naturalmente».

2 risposte a “UN OCEANO DI PASSIONE PER ANDREA MURA, IL VELISTA SARDO REDUCE DAI TRIONFI NELLE MANIFESTAZIONI INTERNAZIONALI”

  1. Grande Andrea, grande campione, una vita da campione. Non sappiamo quello che abbiamo tra le mani……
    Meriterebbe sicuramente ben altri riconoscimenti, invece in Italia, come al solito, l’ultimo dei giocatori di calcio gode di fama e una visibilita’ maggiore rispetto a lui.
    Gli stessi riconoscimenti e la stessa pubblicita’ sarebbero di grande beneficio e investimento non solamente per Andrea ma per l’Italia e sopratutto per la Sardegna. Ma questo e’ un discorso lungo. Buon vento Andrea continua cosi’…. Sei fortissimo

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