MORIRE IN UN GIORNO DI PIOGGIA PER AVERE LE LACRIME DEL CIELO: LA SARDEGNA SULLE ALI DELLA MUSICA DEGLI "ISTENTALES" NEL CARCERE DI SAN VITTORE A MILANO

l'autore dell'articolo fra gli emigrati sardi del circolo "Amedeo Nazzari" di Bareggio

di Giuliano Marongiu – Sardi News

Oggi è uno di quei giorni che non puoi dimenticare. San Vittore, lo storico carcere di Milano inaugurato durante il regno di Umberto I nel 1879, apre eccezionalmente a una Sardegna che porta le sue canzoni, la sua cultura, le sue tradizioni. La sua umanità. È un viaggio di testimonianza “sulle ali della musica”, ali tarpate dall’inquietudine che ti assale, come quando ti manca l’aria. I pensieri assumono la forma dello spazio che li rinchiude. I colori cambiano tonalità, si uniformano. Ci siamo lasciati alle spalle l’ampio portone che ci separa dal mondo di “fuori”: pochi metri e tutto diventa rumore di ferro e di chiavi che aprono e chiudono i cancelli che segnano il confine della libertà. Il cuore del carcere è una sorta di esagono ampio, nel quale convergono i sei Raggi destinatari delle diverse tipologie di “accoglienza” a seconda dei reati per cui si è condannati. Il silenzio non esiste: rimbomba ogni voce e ogni cosa. Nello spazio sotterraneo che ospita il nostro incontro con i detenuti, un forte odore di chiuso ti respira addosso. Sulle pareti sono dipinti murales che illustrano esclusivamente spazi “aperti”, con scene di mare e di cielo, voli di gabbiani, spruzzate di azzurro e di blu. Dalle celle arrivano i ragazzi animati dalla novità che spezza la monotonia del quotidiano: le voci “di dentro” hanno l’esigenza di incontrare le voci “di fuori”. È subito alchimia, il pregiudizio non c’è. La musica “livella” e concede spazi di comunione. Nessuno li può giudicare qua dentro e tanto meno in queste due ore. Il prezzo del “commesso” lo stanno già pagando: noi siamo il tempo per “evadere” un po’. È una Sardegna che abbatte le mura, che spalanca il soffitto, che improvvisamente diventa per loro un’infinita distesa. Gliela raccontiamo con le parole ma anche attraverso i suoni e le danze in costume, i dolci, i libri in regalo. Un ispettore di polizia penitenziaria, nuorese di origine, strappa una regola e durante il concerto degli Istentales mi consente di visitare l’interno di alcune celle. Il carcere vero non ha quel romanticismo poetico che traspare da una premiata cinematografia sul tema, soprattutto perché la vita qui non si consuma al botteghino. In pochi metri “sopravvivono” sei detenuti disposti su letti a castello ammassati. Solo una piccola grata di ferro “ritaglia” un punto luce lasciando filtrare spiccioli d’aria che sa di cemento. Foto di seni e di donne formose, di santi e di madonne tappezzano ogni angolo di parete. C’è una foto che ritrae il volto di un bambino e la scritta “buon compleanno papà”. L’amore muove. Lo spazio di un metro appena contiene un water datato, il tubo di una doccia e un piccolo fornello che consente a chi se lo può permettere di cucinasi qualcosa. Per tutti gli altri la cucina è “comune”: si mangia quel che passa il carcere anziché il convento. Per gli agenti siamo ossigeno che può trasferire all’esterno il disagio dell’emergenza. Il sovraffollamento è un cancro che non conduce alla morte di una condizione insostenibile, ma moltiplica la sofferenza di tutti. Il diritto alla dignità è totalmente disatteso: “è una furia di carne disumana” scriveva di San Vittore il giornalista Indro Montanelli, dopo esservi stato recluso in tempi lontani insieme a Mike Bongiorno. Il significato di questa esperienza è un’occasione per riflettere. Sono tanti i mali che affliggono il mondo e per tanta parte del mondo “non è il caso” di affliggersi per chi “se l’è andata a cercare”. Ci sono vite bruciate da destini sbagliati: si cade per non rialzarsi e il cammino si fa più duro, quando non hai la prospettiva di un avvenire. Sono passate tante vite da queste parti e molte di loro non sono mai uscite. Una società civile deve garantire una giustizia per tutti. Chi sbaglia deve pagare e chi paga sconta una pena. Occorre garantire condizioni umane e civili a chi sconta una pena in carcere e nello stesso tempo è fondamentale mettere gli agenti di polizia penitenziaria nelle condizioni di poter svolgere il proprio lavoro con dignità. La musica è finita e ognuno ritorna nel proprio destino, giusto o sbagliato che sia. Ripercorro i larghi anditi che conducono verso l’esterno. Tra poco i pensieri non saranno più rinchiusi nella forma e i colori riacquisteranno la loro vivacità. L’aria avrà di nuovo il suo sapore e il suo profumo. Ho capito perché si può essere “liberi dentro”. È necessario abbattere il muro del pregiudizio che rende “noi” prigionieri, accelerando la sclerosi della nostra capacità di capire, di manifestare, di costruire. Abbiamo paura e la paura recinge. Mi ritorna in mente la frase di un detenuto di San Vittore che scrive poesie: “Vorrei morire in un giorno di pioggia per avere le lacrime del cielo”.

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