DOPO IL TERREMOTO IN EMILIA: LA FRAGILITA' DEL TERRITORIO E LE NOSTRE COLPE … IN ITALIA E IN SARDEGNA

l'immagine simbolo del terremoto che ha devastato l'Emilia

di Carlo Mannoni

Il sisma che ha colpito l’Emilia con le sue tragiche conseguenze di lutti e di  danni sociali ed economici ha posto all’attenzione  di tutti, ancora una volta, la fragilità del nostro sistema delle infrastrutture civili e produttive davanti agli eventi naturali che sconvolgono il territorio. Terremoti e dissesti idrogeologici ci trovano, infatti,  ogni volta complici di eventi naturali i cui effetti vengono amplificati dalle inerzie, pubbliche ma anche private, che connotano il nostro paese sul piano urbanistico. Quei capannoni costruiti abbastanza  di recente con tecniche costruttive all’avanguardia – ma solo in termini di risparmio economico e non certamente di sicurezza – e  venuti giù con  facilità irrisoria seppellendo, tragedia nella tragedia, inermi lavoratori, costituiscono l’emblema di tale incuria. Il presidente Napolitano con un accorato discorso indirizzato alle  popolazioni colpite ma con un chiaro richiamo a tutta la Nazione,  ha parlato di responsabilità pubbliche evidenti e di ritardi nella prevenzione del danno temuto. Ritardi, e con essi i rischi,   che potranno essere colmati a livello nazionale  solo con decenni e decenni di lavoro, se si partirà subito. Ed ha messo in risalto la scarsa attenzione del nostro paese alle misure precauzionali che, se adottate attraverso tecniche costruttive attente “al maggior rischio”,  avrebbe attenuato i danni e sicuramente salvato vite umane. La precauzione, però, nel nostro paese non c’è e quando c’è è poca. Essa imporrebbe che nelle zone a rischio sismico anche moderato si costruissero fabbricati sicuri e non si costruisse per niente, invece, nelle zone a rischio frana o idraulicaE’ un principio, assieme a quello dell’azione preventiva,  riconosciuto solennemente dalla UE e quindi vincolante per gli Stati membri. Ne parla  l’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e Il suo scopo è garantire un alto livello di protezione dell’ambiente, e quindi dell’uomo, grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio. Sul concetto di rischio idraulico e di frana e la conseguente mappatura del territorio in cui è proibito qualsiasi attività edificatoria ed antropica è fondato il Pai (Piano di assetto idrogeologico) della Regione approvato dalla giunta regionale nel luglio del 2006. Subito dopo la stessa giunta aveva avviato, sempre per il principio di precauzione,  gli studi di maggior dettaglio per tutte fasce fluviali dell’Isola, con la finalità di delimitare con maggior precisione le aree a più alto rischio di esondazione e di impedire l’edificazione in quelle stesse aree con l’apposizione dei vincoli di legge. Il sistema previsto dalla legge è questo (articolo 10 della legge regionale n. 19 del 6 dicembre 2006): la Regione pubblica la mappatura delle are a rischio lungo fiumi e avvia,  prima di assumere le decisioni definitive, il pubblico contraddittorio con gli enti locali e i privati. Per evitare, però, che nel frattempo ci sia la corsa a costruire (con relative concessioni edilizie), la legge impone le “misure di salvaguardia provvisoria”, compresi i vincoli di inedificabilità nelle aree a rischio, in attesa dell’approvazione definitiva del Piano. Cos’ha fatto la Giunta regionale in carica? Conclusisi gli studi, l’Autorità di bacino regionale, formata dal  presidente della Regione e quattro suoi assessori oltre a tre rappresentanti degli enti locali, ha adottato il 31 marzo del 2011  il “Piano stralcio di bacino delle fasce fluviali” che ha  pubblicato poi sul Buras il seguente 28 aprile con imposizione dei vincoli provvisori di inedificabilità. Il successivo 23 giugno l’Autorità di bacino ha cambiato però idea. Ha infatti revocato la precedente determinazione e riaperto i giochi nelle aree a rischio. Precauzione? Macché, prima le consultazioni, ha detto, poi i vincoli! Così, in attesa che le consultazioni terminino e l’Autorità di bacino assuma una decisione, i proprietari delle aree fabbricabili nelle zone definite a massimo rischio idraulico sanno che se nel frattempo avranno la concessione edilizia, o inizieranno i lavori con una semplice comunicazione al comune, non ci saranno piani o esondazioni che potranno toglier loro il diritto acquisito. Sanno bene che il tempo gioca a  loro favore: dopo più di un anno, infatti, il Piano delle fasce fluviali è ancora fermo alla Regione, e li starà ancora almeno fino a dopo le elezioni regionali.Di questo possiamo starne certi. Come del silenzio generale. Cui prodest, infatti?  I voti contano, quelli si, ed assai più dell’alluvione  di Capoterra dell’ottobre 2008, emblema dell’assenza di quel principio di precauzione di cui ha parlato Napolitano e nella quale colpevolmente si persevera.   

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