LA SARDEGNA DA SCOPRIRE: UN WEEK END NELLE MERAVIGLIE DI SANT'ANTIOCO

lungomare di Sant'Antioco


di Claudia Zedda

Quando si viaggia ci vuole buona musica, ci vuole un buon itinerario e ci vuole una buona macchina fotografica. Ho fatto la conta e sono partita, nella sacca avevo tutto il necessario. Che poi non si trattava esattamente di sacca, che anche se dovevo trattenermi  a Sant’Antioco per meno di due giorni, oltre al necessario ho portato anche qualcosina di più. E’ tutta colpa della filosofia del “meglio abbondare che deficere” che ogni anno mi riprometto di riconsiderare. Raggiungere Sant’Antioco è letteralmente una noia. La strada è tutta diritta, e i paesaggi si somigliano gli uni con gli altri. Il bello attende il visitatore quando si intravede il mare, e allora si capisce che  si è quasi arrivati alla base. E’ un’isola nell’isola e a visitarla si ha l‘effimera sensazione che la Sardegna sia una grossa e grassa matrioska e che si stia scivolando a fondo, alla scoperta del suo incastro più interno. E’ bella, è colore, è profumo, Sant’Antioco è la Sardegna come doveva essere decenni fa, ricca e selvatica. A darmi il benvenuto mi attendevo un ponte romano, antico e scricchiolante. No, c’è un ponte di nuova generazione, stabile, sicuro, che pure attraversa una laguna da sogno. Ci sta, sono stata fortunata; in quel sabato d’agosto non soffiava un filo di vento, ma la laguna era uno specchio d’un cobalto profondo, attraversata da famigliole d’umani che piuttosto parevano famigliole di paperelle. Solo dopo ho scoperto che andavano alla ricerca d’arselle e m’è venuto quel desiderio di cose di mare fresche nel piatto. Il ponte romano l’ho intravisto. Ne è rimasta poca cosa, ma è pur sempre meglio quello che niente, mi sono detta a pochi passi dal B&B. Quaranta euro a notte per persona! Un lusso oramai che comunque vale la pena di regalarsi. La mattina è stata tutta dedicata alla costa, che il meglio me lo sono lasciata alla sera. Non che il litorale sia da buttare via, ma una sarda che visita la Sardegna al mare ci fa poco caso. Eppure Cala Sapone mi è rimasta nel cuore, me lo avevano detto d’altronde, la spiaggia di Coacuaddus vomitava gente e Turri, tutta pietra scura e torre di vedetta è cosa da doversi vedere una volta almeno nella vita. A largo si distinguevano nitidamente la vacca e i vitellini, il toro ho dovuto far fatica a scovarlo, ma si sa, le femmine son più attente a dove mettono i piedi e stanno sempre qualche passo dietro il maschio, tanto per tener d’occhio la situazione. Si tratta di affascinanti scogli affioranti, che c’è da giurarci, devono essere spettacolo da togliere il fiato visti da vicino. Durante il pomeriggio mi sono lasciata affascinare dalla cittadina piccola, che in apparenza somiglia a Carloforte, ma che è tutt’altra cosa. Il cuore del centro abitato è un lunghissimo viale alberato che la notte si riempie di musica e di passanti, ma che nel pomeriggio è piuttosto un angolo sonnolento e ombreggiato. L’ho percorso tutto rigorosamente a piedi, e per accedere al centro storico sono stata messa alla prova da una lunga salita che si restringe lentamente. Niente a che vedere con Castelsardo, ma il caldo d’agosto è da non sottovalutare e quel fine settimana il caldo era africano più che sardo. La chiesetta di Sant’Antioco è stata un’ottima ricompensa. Tanto per cominciare al suo interno il caldo si fa fresco, appiccicoso e umido, che odora di antico, ma che pur sempre è meglio del caldo afoso dei pomeriggi di mezza estate. E poi i sotterranei della chiesa hanno più d’un segreto da raccontare. La visita alle catacombe m’è costata 2 euro, davvero ben spesi e in omaggio c’è, per chi la desidera, una bella immaginetta del santo. Lo sapevate che è il patrono di tutta la Sardegna? Alle catacombe si accede scivolando lungo pochissimi grandini che pure sono sufficienti per trascinarti in un altro mondo, ancora più fresco, mille volte più antico. E’ un dedalo di cunicoli, in origine necropoli fenicia, in seguito riutilizzata dai cristiani come luogo di ritrovo e sepoltura. Pare che proprio in quegli ambienti si rifugiò il martire, in preghiera, poco prima di morire. In una sala, annerita sul tetto da candele che hanno bruciato per chissà quanto, si racconta che il santo abbia a lungo pregato e sia morto. Ho accarezzato quel soffitto basso per toccare con mano quella storiella affascinante. Fin troppo presto la guida mi ha accompagnata all’uscita <<Arrivederci e grazie>>, e io ho salutato con il sole in faccia, più intenso di qualche mezzora prima. Beate cartine, quella che mi hanno cortesemente regalato i proprietari del B&B mi ha consigliato la strada da seguire, tutta diritta, che percorre l’assolata via Castello. Il Forte de su Pisu, che le da il nome, non è un granché, probabilmente per il fatto che l’attenzione del turista viene tutta rubata dal paesaggio che gli si srotola davanti, come un imponente tappeto. Così mi è apparsa la laguna, profonda, rigata dal passaggio di piccole imbarcazioni che approdavano e partivano con quel senso di pigra sonnolenza, come di chi non ha fretta, che ha preso anche me. Mi sono dovuta godere il panorama seduta ai piedi del Castello, all’ombra di un fico. La pausa è stata breve e prima di quanto m’aspettassi, che il centro storico di Sant’Antioco è tanto piccolo quanto ricco di sorprese, mi sono imbattuta nel villaggio ipogeo. E’ tutto pitturato di bianco, e a tutta prima quel villaggio pare fatto di case per vivi e invece no, sono state in origine case per morti. Poi dal XVII secolo in poi vennero abitate da poveri, tanto poveri che le occuparono fino agli anni ‘70 del secolo scorso. Fanno parte di quella necropoli sotto la quale è stata costruita la Cattedrale di Sant’Antioco, ma sembrano tutta un’altra cosa. La guida mi ha raccontato la loro storia. In cambio ha voluto meno di 3 euro. Erano tombe fenice, poi nel 600, quando Sant’Antioco venne ripopolata, quelli che non trovarono terra da colonizzare decisero d’occupare le tombe, is gruttas. Col tempo quello divenne un quartiere e i suoi abitanti divennero is gruttaius e ancora oggi per offendere qualcuno si dice che sia un gruttaius. Strana storia quella storia. Li ho lasciati con un certo rammarico, inciampando letteralmente nel Museo del Bisso, il motivo per il quale ho scelto Sant’Antioco come prima meta del mio tour estivo. E’ un museo, questo sì, ma è anche un laboratorio, e come ogni laboratorio ha il suo maestro. Meglio ancora, nel caso del Museo del Bisso il maestro è donna, l’unica che conserva in Sardegna il ricordo della raccolta, della lavorazione, della tessitura del bisso. Si tratta della bava della pinna nobilis che si trasforma in fibra e che con una pazienza certosina viene tessuta da Chiara Vigo, depositaria di un’arte che fu della nonna prima e che sarà della figlia poi.  Due chiacchere, fin troppo veloci, lei era occupata, io avevo pochissimo tempo. E’ una donna schietta, che ci sa fare con le parole; credo che se mi fossi trattenuta più di dieci minuti mi sarei innamorata della sua bottega e del suo telaio. L’ho salutata con la promessa di rivederci in serata, ma la serata è stata tutta dedicata alla laguna e alla luna. Mi è sembrata più grande a Sant’Antioco, più vicina a chi la guarda,  a portata di mano, mentre mi dirigevo verso l’Ittiturismo che non a caso si chiama “Laguna a tavola”. E’ un luogo di pura pace. La laguna d’altronde è silenziosa e quieta e manco i pesci sono dei gran chiacchieroni. Mi sono gustata un miracoloso e tiepido tramonto, con un sole stanco che s’immergeva nell’acqua salmastra e una luna crescente che saliva in cielo. Poi la mia voglia di cose di mare fresche nel piatto è stata soddisfatta. Poco più di 25 euro a persona per un buon menù fisso tutto innaffiato di vermentino locale. La mattina seguente è stata tutta dedicata alla storia, con una lunga visita al Museo Ar
cheologico
e alla scoperta del Tofet. Chissà perché ai morti vien sempre riservata una visuale spettacolare. Eterna casa dei più piccoli, morti prima d’aver fatto il proprio ingresso nella società, il Tofet sorge su d’un altura che domina tutto il porto di Sant’Antioco. A tutta prima colpiscono i colori, quell’arancio del lichene che invade le pietre sarde, quell’azzurro intenso del cielo che indolenzisce gli occhi, quel blu del mare luccicante e lontano, poi il silenzio, poi la sacralità del luogo, poi il mistero di secoli trascorsi. Riattraversando quel lungo ponte di nuova generazione che unisce Sant’Antioco alla più grande Sardegna ho pensato che sia un’isola magica dove la luna è più vicina a chi la guarda, e i grilli, la notte, cantano più forte. Poi mi sono lasciata annoiare dalla lunga e diritta strada del rientro.

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Un commento

  1. Brava Claudia Zedda! Bellissimo ed appassionato articolo, ricco di emozioni e di entusiamo. Mi farebbe piacere conoscerti. La prossima volta che vorrai rifare una capatina nella mia Isoletta, mi offro come giuda turistica, magari anche con l’ausilio di una guida molto più esperta di me come l’amico Marcello Cabriolu. Sono sicura che ti faremo scovare tante nuove curiosità e numerosi tesori archeologici che ti faranno ancora una volta scrivere un articolo straboccante di desiderio di ritornare con tanti amici con cui condividere immense emozioni.

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