FAR CONOSCERE ANTONIO GRAMSCI AGLI EMIGRATI: CONFERENZA AL CIRCOLO "NUOVA SARDEGNA" DI PESCHIERA BORROMEO

da sinistra: Sergio Portas, Elena Bacchitta, Giovanna Carrara

di Sergio Portas

 

Domenica pomeriggio a parlare di Gramsci. E dove se non in un circolo sardo? Direte voi. In effetti si era in quello di Peschiera Borromeo e la scommessa di Elena Bacchitta, che lo presiede, di stornare dal calcio festivo il pubblico (maschile) domenicale è stata parzialmente vinta. Non che ci fossero folle in piedi ma la sala del circolo era sufficientemente piena. Del resto dire che di Gramsci si tratti solo in sede sarda è una stupidaggine bella e buona, di più chi si azzardasse a volerlo sostenere non farebbe che rilevare il suo provincialismo. Antonio Gramsci è, dopo Dante, l’autore italiano più tradotto e studiato nel mondo. Sul valore che il suo pensiero ha avuto e ancora ha nella storia della cultura del novecento ha parlato Giovanna Carrara (ci ha fatto la tesi di laurea), insistendo in modo particolare sui concetti di “egemonia culturale e popolare” su quelli di “intellettuale organico” e sulla “letteratura nazional-popolare”. Insomma ha fatto una panoramica significativa, per lo scarso tempo che le era stato concesso, della vita e del pensiero di questo ragazzo sardo che da Ghilarza se ne era venuto all’università di Torino ( tramite una borsa di studio) e qui era diventato giornalista, agitatore politico, capo di partito, fondatore di giornali, deputato del Regno d’Italia. Lo era ancora deputato quando l’apposito tribunale fascista, una volta che Mussolini aveva fatto dichiarare fuori legge ogni altro partito che non fosse il suo, lo aveva cacciato in galera. E se le celle dei carceri nostrani non sono certo camere d’hotel immaginate cosa dovevano essere quelle di inizio novecento. Gramsci ne uscì giusto per morire dopo una decina d’anni di inferno. Ma, ci ha detto appunto Giovanna, in carcere si pose l’obiettivo di scrivere su dei temi  che avrebbero dovuto essere “per sempre”, “fur ewig” come scriveva lui che masticava bene il tedesco e il francese e l’inglese e il russo. Il sardo l’aveva assimilato col latte materno prima nella natia Ales, poi a Sorgono (all’asilo dalle suore) e quindi a Ghilarza alle scuole elementari, dove era obbligo parlare italiano, e poi al liceo di Santu Lussurgiu e a quello di Cagliari. Insomma, come fa intuire il titolo del mio libro di, di cui si parla questo pomeriggio: un pensiero internazionale sorretto da una salda coscienza sarda. Su Gramsci hanno scritto storici e filosofi e letterati di mezzo mondo ( anche sardi). A me che solitamente faccio interviste per la “Gazzetta del Medio Campidano” era venuta l’idea di porre a Nino ( noi sardi possiamo darci del tu) le medesime domande che vado facendo a Paolo Fresu o a Michela Murgia o Antonio Marras, tutti sardi doc che hanno fatto carriera lontano dall’isola nostra. Quindi le solite cose: se ancora parlano il sardo e lo fanno parlare ai loro figli ( se  ne hanno), se ritornano spesso “in paese”, se si ricordano il sapore di quelle frittelle che si fanno da noi per carnevale. Per le risposte ho utilizzato quanto “di sardo” c’è nelle “Lettere dal carcere”. Senza nulla mutare, che a censurare Gramsci ci pensava di già la burocrazia fascista: ogni suo scritto veniva accuratamente vagliato e di questo il nostro Nino era perfettamente conscio, tanto che spesso se ne rammarica coi destinatari delle sue lettere. Quindi uno scrivere assolutamente sorvegliato, come spesso del resto sono le risposte che pervengono alle domande più o meno intelligenti che i giornalisti fanno agli “uomini importanti” e di successo. Ne viene fuori una figura inedita, lontana anni luce dall’icona che è diventata nel tempo, un ragazzino sardo che ama pescare rane e addomesticare uccelli, che a undici anni è costretto a lavorare per dieci ore al giorno (il padre era finito in galera per “ragioni politiche”, verrà riabilitato). Che a scuola si dimostra di un’intelligenza fuori dalla norma. Che avrà sempre un rapporto preferenziale con la madre che gli ha per prima insegnato l’alfabeto, e che uccello si scrive con due ci, a Nino proprio non riusciva di entrare in testa. Insomma al di là del pretenzioso titolo (Antonio Gramsci: coscienza internazionalistica e subconscio sardo, fortemente voluto dall’editore) il libretto (poco più di 100 pagine) parla proprio ai sardi della diaspora, quelli che ancora frequentano i circoli, perchè risulta clamorosamente  uno di loro. E come poteva essere diversamente del resto visto che in Sardegna Antonio Gramsci era vissuto per i suoi primi venti anni? Quella Sardegna che ci ha fatto da culla e ha lasciato segno indelebile anche in chi non è potuto più ritornare ad abitarla. Quindi non di più che un’intervista ad Antonio, Nino Gramsci, lui da Ales e poi Ghilarza, come noi figlio di Sardegna.

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