LE MIE ULTIME PAROLE: LETTERE DALLA SHOAH. L'APPUNTAMENTO E' AL "SU NURAGHE" DI BIELLA IL 28 GENNAIO


di Ludovica Pepe Diaz

Anche quest’anno il Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella vuole ricordare “Il Giorno della Memoria” con letture, a tre voci alternate, di documenti riguardanti la Shoah. Si tratterà delle ultime lettere inviate dagli Ebrei che avrebbero poco dopo trovato la morte per mano dei nazisti. Sono state raccolte nel libro “Le mie ultime parole” a cura di Zwi Bacharach, edito da Laterza, dopo un lungo e difficile lavoro di indagine e di ricerca. Infatti alcune delle lettere sono state raccolte in archivi pubblici, altre erano conservate in raccolte private, pubblicate in libri appartenenti alle comunità distrutte, altre ancora, costituiscono ricordi individuali e familiari. Sono lettere inviate, spesso in modo fortunoso, come quelle lanciate dai treni di deportazione e raccolte poi da mani pietose o soggette alla censura degli aguzzini e perciò quasi miracolosamente pervenute a noi. Sono scritte da persone di ogni età ed estrazione sociale, ma tutte hanno come comune denominatore la certezza di una violenta morte incombente che non ha ragione d’essere se non quella di appartenere ad un popolo disperso in diaspora nel mondo e molto spesso completamente assimilata alle popolazioni che da secoli l’ospitavano. “Esse riportano quello che stava accadendo e quello che si stagliava nel futuro prossimo; chi le scriveva bramava di sapere quel che succedeva al di là delle aree in cui si trovavano chiusi. Le loro parole sono cariche di angoscia e protese all’ansiosa ricerca della salvezza. I dettagli forniti sui singoli membri della famiglia e sui vicini rivelano il senso di coesione e di solitudine delle famiglie ebraiche durante questo periodo di affanni in cui, come non mai, sono messe a dura prova. La loro fede, la devozione verso il proprio popolo, il fremito d’orrore, alcune parole d’addio e il poderoso grido dei ribelli, sono evidenti nelle loro parole” (Israel Gutman). In quelle parole si può leggere paura, speranza, rassegnazione, sempre assimilabili ad un testamento ed ad un addio. Sono lettere indirizzate a familiari o ad amici ma leggendole oggi noi, persone lontane da quel terribile periodo, possiamo avere la sensazione che siano indirizzate personalmente ad ognuno, come tracce della memoria per il futuro. Le voci di quelle persone perseguitate, umiliate, rinchiuse nei ghetti, deportate nei Lager e, comunque, uccise alla fine brutalmente, urlano a noi dalle grandi fosse comuni dove a migliaia vennero fucilate, dal fumo che si alzava dai crematori di Auschwitz, perché non vengano dimenticate e mai più si ripeta nel mondo un simile orrore.

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