IL DIRITTO ALLA CASA IN SARDEGNA

panorama di Cortoghiana
panorama di Cortoghiana

di Massimo Lavena

La Giunta regionale sarda, con delibera n. 34/13 del 18 agosto, ha destinato la somma di 1.250.000 euro a progetti presentati da enti gestori di Comuni che nel loro territorio abbiano attivi servizi di accoglienza a favore di persone senza fissa dimora. Ciò anche con unità mobili di strada per la presa in carico diretta delle persone senza fissa dimora, mensa, distribuzione di generi di prima necessità e servizi per gli interventi di recupero; inoltre, per la gestione di centri di accoglienza diurna e notturna in cui sia consentita la possibilità di curare l’igiene personale, depositare i propri averi, lavare la biancheria. Ancora, servizi per l’inclusione sociale: inserimento in case famiglia, concessione di alloggi di edilizia residenziale pubblica per convivenze guidate, possibilità di forme di riorganizzazione della vita quotidiana con permanenza limitata al recupero della autonomia personale; infine interventi d’inclusione sociale e inserimento nel mondo del lavoro. La delibera assume urgenza particolare dato che, in questo periodo, molte aziende agricole e molte famiglie che hanno in passato contratto mutui per i propri fondi e le case di prima abitazione stanno subendo espropri e vendite all’asta dei loro beni, come di recente nel paese di Cortoghiana, con un massiccio spiegamento di forza pubblica per effettuare l’esproprio di un fondo agricolo e di una casa. Per don Pietro Borrotzu, delegato regionale per la pastorale sociale e del lavoro, “nel tendere a servizi d’inclusione sociale non possiamo che coltivare la linea evangelica dell’accoglienza verso tutti, e questo mostra realtà dove si sono realizzate iniziative concrete, accoglienza non solo dichiarata di singole persone. Una bella provocazione lanciata dal mondo del volontariato sardo è stata l’accogliere in ciascuna associazione di volontariato un emigrante”. Ma è davanti alla situazione sociale sarda che bisogna agire: “Intanto vorrei esprimere -afferma il sacerdote – solidarietà alle persone che hanno subito l’intervento a Cortoghiana, pagandone le conseguenze sulla propria pelle e quindi vivendo un ulteriore motivo di disagio e precarietà. Le istituzioni e le autorità morali intervengano davanti a situazioni che aumentano il disagio. Siamo in un contesto di crisi mondiale che aggrava le situazioni locali e soprattutto i mondi in cui la precarietà era già presente”. “La situazione – dichiara don Roberto Sciolla, direttore della Caritas della diocesi di Iglesias – è obiettivamente grave, anche da prima dei fatti di Cortoghiana: questo chiama in causa le risposte che comunque dobbiamo tentare di dare, perché ci sono persone che si trovano in difficoltà e senza casa non riuscendo a far fronte ai mutui o agli affitti”. Molti, poi, si trovano senza casa “per cause dipendenti dallo sfilacciamento del tessuto familiare: coppie che si separano, figli che non vogliono più vivere con i genitori”. “Da quindici anni – ricorda don Roberto – abbiamo una struttura dedicata all’accoglienza temporanea, che utilizza i fondi dell’8 per mille per le spese di gestione e manutenzione, mentre per il resto funziona solo grazie al volontariato. La casa per 365 giorni all’anno offre ospitalità a persone che non riescono a risolvere in tempi brevi i propri problemi”. Giovanni Matta della segreteria generale della Cisl sarda evidenzia che “la realtà sociale sarda vede la perdita di moltissimi posti di lavoro, cancellazione di realtà produttive, subbuglio presente in ogni ambito sociale. Ciò comporta la crescita esponenziale delle persone colpite da nuove povertà, che vanno dalla mancanza del lavoro a un reddito al di sotto della sussistenza. A ciò si aggiunge l’impossibilità di accedere ad abitazioni dignitose”. In questo senso, prosegue Matta, “ciò che succede oggi, con il pignoramento, la vendita all’asta di aziende agricole, di case di famiglie di agricoltori, come nell’area della Cortoghiana, deve far riflettere su ciò che non è stato fatto nei confronti dell’agricoltura. Alla fine chi paga non è la politica e chi ha preso determinate decisioni, ma l’agricoltore, e sono in tanti in apprensione in questo momento”. “Credo – prosegue il sindacalista – che la solidarietà non basti: si deve parlare alle coscienze di chi amministra. Questo è un problema che doveva essere affrontato con assoluta fermezza e determinazione; così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Occorre fare in fretta: in queste famiglie ci sono giovani che avevano scelto di rimanere a vivere e lavorare in campagna e che ora vengono dissuasi e messi in condizione di allontanarsi definitivamente da quelle che sono le attività del territorio. Al contrario, chi resta in campagna andrebbe premiato, perché accetta di giocare tutti i giorni una carta rischiosa”.

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